‘Voglio un Pd a cinque stelle’

di Marco Damilano.
“Bersani deve imparare dal successo del Movimento. E pensare a un’agenda per la ricostruzione, dalla moralità ai diritti civili”. Parla Stefano Rodotà, il giurista che molti vogliono al Quirinale”.
Da tempo propone di aggiungere alla Costituzione un articolo 21-bis sul diritto all’informazione on line: «Tutti hanno eguale diritto di accedere alla Rete Internet». Stefano Rodotà, 80 anni il prossimo 30 maggio, non ha nulla a che fare con i convertiti dell’ultima ora al grillismo. Da giurista, politico (deputato della Sinistra indipendente e poi del Pds dal 1979 al 1994), garante della Privacy e intellettuale si spende da decenni per studiare come allargare le frontiere della democrazia. Gira l’Italia per parlare del suo ultimo libro (“Il diritto di avere diritti”, pubblicato da Laterza). E accoglie divertito la mobilitazione che lo candida come presidente del Consiglio ideale di un governo Pd-5 Stelle o, più seriamente, presidente della Repubblica dopo Giorgio Napolitano: «Mantengo un giusto distacco ironico. Certo, gli attestati di stima mi fanno piacere».

Nella sua casa romana riflette sulla lezione del voto del 24-25 febbraio: il disastro della Seconda Repubblica, i ritardi della sinistra, le potenzialità e i rischi del Movimento 5 Stelle. E l’agenda di un possibile «governo di ricostruzione morale e civile del Paese».

Lei ha scritto che con il voto è crollata la Seconda Repubblica e che ora siamo sotto le macerie. Perché è finito quel sistema?
«E’ una crisi che arriva da lontano. Quando sono diventato deputato, c’erano ancora un senso comune, un riconoscimento reciproco che coinvolgeva tutte le forze, poi ridotto a caricatura con la condanna del consociativismo che pure c’era. Avevo stretto amicizia con il capogruppo del Msi Alfredo Pazzaglia, inflessibile quando si trattava di difendere le prerogative del Parlamento. Poi negli anni Ottanta arriva il decisionismo craxiano, la politica ha l’impressione di non farcela più e delega agli ingegneri istituzionali la cura dei mali».

Quel sistema, però, era profondamente in crisi.
«Certo, già nei primi anni Ottanta i deputati della Sinistra indipendente avevano proposto per la riforma elettorale il modello tedesco. La razionalizzazione del sistema era necessaria, la semplificazione senza nessuna mediazione ha provocato i mali successivi. Le forzature politiche, sia chiaro, sono benvenute e a volte necessarie. Ma chi ha ritenuto che il cambiamento potesse essere affidato alle parole d’ordine del bipolarismo e della scelta diretta dei governanti ora condanna il bipolarismo forzoso. La cosiddetta Seconda Repubblica è stata un disastro. E il Paese in questi vent’anni si è spaccato più profondamente di prima, quando c’era la guerra fredda. Tra laici e cattolici: sulla legge 40 sulla procreazione ci sono stati scontri ideologici più duri di quelli sulla legge 194 sull’aborto quando c’era la Dc. O sugli extracomunitari: quando da giovane da Cosenza andavo a Torino leggevo i cartelli, “qui non si affitta ai meridionali”, ma nessun partito si era trasformato in imprenditore politico della paura come ha fatto la Lega».

La vittoria di Grillo è la reazione dell’anti-politica a questo disastro?
«Più che il trionfo dell’anti-politica, io vedo nel voto una forte richiesta di altra politica. Già le manifestazioni del 2010-2011, il popolo viola, le donne di “Se non ora quando?”, avevano dimostrato che la Rete era in grado di organizzare una piazza non solo virtuale ma fisica, partendo da forze in apparenza marginali. Fino a quel momento solo i grandi partiti, i sindacati e la Chiesa erano riusciti a farlo. Il Paese si è messo in movimento, sulla base di contenuti specifici e con una partecipazione diretta e spontanea senza precedenti. La tv aveva svuotato le piazze, la Rete le ha di nuovo riempite, come era successo a Seattle nei cortei contro il Wto del 1999. Una richiesta di altra politica che ha avuto esiti importanti, penso al risultato a sorpresa per tutti gli osservatori dei referendum su acqua pubblica, nucleare e legittimo impedimento. Rifiutai di avere un ruolo nel comitato sull’acqua perché era giusto che rimanesse un movimento non personalizzato, senza leader. Un dato che i partiti, compreso il Pd, non hanno ritenuto rilevante. Bersani fece una scelta forte trascinando un partito riluttante a dire sì ai referendum. Ma poi c’era un mondo da comprendere e da incontrare, bisognava aprire un canale di comunicazione. Non è stato fatto».
L’Espresso, 8 marzo 2013