Vivi da morire. Il nuovo libro di Piero Melati e Francesco Vitale

di Saverio Lodato.
Fanno parlare i morti. Li fanno parlare come se fossero ancora vivi. Come se fossero ancora fra noi, all’impiedi. Li fanno parlare come se trent’anni di cimitero non avessero impedito loro di tenersi informati, perfettamente aggiornati, lucidissimi su un passato remoto e su un interminabile presente. Come se avessero mantenuto intatto il loro carico di passioni, di sofferenze, di perché irrisolti, di recriminazioni infinite. Li fanno parlare, gli uomini delle due sponde. Quelli che furono trucidati e quelli che li trucidarono. Senza fare sconti, a entrambi i rappresentanti delle due sponde. Ma fanno parlare anche gli altri, quelli della sponda di mezzo, quelli che non si schierarono, quelli che non videro quando c’era da vedere, che tacquero quando c’era da parlare, quelli che tirarono a campare.
Cronache dalla Città Sporca.
Chè tale fu Palermo, con duemila assassinati in appena due anni. E che oggi, a distanza da allora, sia diventata, solo perché non ci sono più i cadaveri, Città Pulita, resta tutto da dimostrare.
Dal libro: “E non si elimina l’orco solo perché si chiudono gli occhi e si pretende di non vederlo. Capito?”
“Cronache dall’aldilà”: vedremmo bene questo come sottotitolo al libro: “Vivi da morire”, dei giornalisti Pietro Melati e Francesco Vitale, appena pubblicato da Bompiani. Libro unico, nel suo genere. Libro unico, perché la fantasia e la esposizione dei fatti, di precisione ed esattezza quasi notarile, si intrecciano a meraviglia. E con risultati sorprendenti.
Ci voleva però l’ausilio di un cantastorie, per concepire un progetto di scrittura di simile azzardo. E il cantastorie c’è, ed è Colapesce, leggendaria creatura, delle favole meridionali, di pescatore per il quale i fondali del mare non possono avere misteri. E non a caso le parole della sua filastrocca aprono il testo: “Chi son io, son Colapesce, mezzo uomo e mezzo pesce, la mia sposa è la sirena, mezza matta e mezza scema”. E loro, gli autori del libro, a loro modo si immergono in un mare infinito che è la storia oscura, segreta, mai raccontata di questa città.
Poi, doveva esserci una location che non risultasse banalmente intrappolata dalla griglia di “mafia e antimafia”. Questa location non è data infatti solo da Palermo, ma dal suo stadio, il “Renzino Barbera”, metafora domenicale di una città che si mescola per novanta minuti, e in cui tutti i palermitani che, fuori dallo Stadio, si odiano e si scannano, si beano in comune soprattutto in occasione del derby con gli odiati”catanesi”, dando tregua per un attimo al sangue che ribolle, visto che il Catania perde quasi sempre. E – anche questo non è un caso -, certi incontri, altrimenti impossibili, fra vittime e carnefici, ormai tutti morti, perché, giusto per citare Totò, la morte è una livella, possono solo materializzarsi nello Stadio costruito ai piedi del Monte Pellegrino. Detto per inciso, il libro contiene anche una sorprendente storia calcistica della miseria e nobiltà della squadra “rosanero”, essendo i due autori appassionati di calcio e cronisti altrettanto scrupolosi della materia, nonché viscerali estimatori di Maurizio Zamparini, presidente del Palermo calcio.

Ora, però, dobbiamo intenderci.
Va infatti detto subito che per far parlare bene certi morti bisogna averli conosciuti molto bene quando erano vivi. Tutti sappiamo infatti, e a nostre spese, che molti – prolisse facce di bronzo -,  soprattutto in occasione di certi anniversari, han preso l’abitudine di farsi interpreti del “vero pensiero di…”: “Se Falcone e Borsellino fossero ancora vivi questo processo non l’avrebbero mai fatto… questa dichiarazione non l’avrebbero mai fatta… quel politico non l’avrebbero mai indagato…”; eccetera eccetera, in uno scempio permanente  del lavoro e del pensiero di chi non ha più la possibilità di dire la sua.
In questo caso è diverso.
vivi-da-morireConosco bene, e da più di trent’anni, i colleghi Melati e Vitale. Sin dai tempi, assai lontani, del giornale “L’Ora”, il quotidiano palermitano che per molti fu scuola di giornalismo. E tanti di quei giornalisti si ritrovano oggi alla Rai o nei più grandi quotidiani nazionali. Ho detto “tanti”, e non potevo dire “tutti”, perché, nonostante una fastidiosa leggenda agiografica, non furono pochi i “GiornalistiSignorsì” che pure da quel vivaio de “L’Ora” provenivano. E che continuano ad allignare, con fama immeritata, fra le piante del Grande Giornalismo.
Melati e Vitale, in conclusione, macinarono giorno dopo giorno l’infinita cronaca della Città Sporca. Attraversarono tutte le stazioni della Guerra di Mafia con penna e Taccuino. “Coprirono”, come si dice in gergo, le roventi sedute del maxi processo di Palermo. Conobbero, raccontarono e intervistarono i protagonisti di allora.
Melati è diventato firma di punta del “Venerdì” di Repubblica, Vitale inviato del tg2.
E leggendo “Vivi da morire”, si capisce, sin dalle prime pagine, che gli autori non barano.
Paolo Borsellino. Giovanni Falcone. Carlo Alberto Dalla Chiesa. Uomini e donne delle scorte. Boris Giuliano, Cesare Terranova, Gaetano Costa, Emanuele Basile, Rocco Chinnici…
Biagio e Giuditta, i ragazzini uccisi all’uscita da un liceo cittadino, come dentro una tragedia greca, proprio dall’auto blindata di Paolo Borsellino. Calogero Zucchetto e Beppe Montana e Ninni Cassarà e Roberto Antiochia e Natale Mondo, i poliziotti poveri in canna a bordo di motorini sgangherati, e lasciati soli dallo Stato, che si avventuravano all’imbrunire negli inaccessibili feudi dei latitanti di Cosa Nostra sperando – quanto ingenuamente! – che la sfida all’O.K. Corral avrebbe avuto esito favorevole per loro.
Il bambino Claudio Domino, freddato a undici anni con un colpo in fronte. L’altro bambino, Giuseppe Di Matteo, invece strangolato.
I superkiller mafiosi, da Pinuzzo Greco “scarpuzzedda” a Mario Prestifilippo a Giovannello Greco…
E i carabinieri, e i politici, Pier Santi Mattarella e Pio La Torre, e i giornalisti, alla Mauro Rostagno, tutt’altro che “Signorsì” dell’ informazione… e i cugini Nino e Ignazio Salvo, e i pentiti Buscetta e Contorno… e i capi della Squadra mobile e i questori e i responsabili dei servizi segreti felloni che tramavano con la Mafia indossando le divise dello Stato… E la nobiltà, e l’alta borghesia, i funzionari regionali, i medici, i bancari dello “sponda di mezzo”… E dietro la Mafia-Stato, l’ombra lunga dello Stato-Mafia.
Si potrebbe continuare.
Melati e Vitale, per quanto ci consta, su questi scenari, professionalmente parlando, ci si sono “rotta la testa”,  come se l’era rotta l’ufficiale dei carabinieri Bellodi ne “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia. Per questo il libro è molto bello.
Può bastare, perché far leggere “Vivi da morire” è lo scopo che ci siamo prefissi scrivendo queste righe.
Da antimafiaduemila.com  – 31 maggio 2015
saverio.lodato@virgilio.it

Foto © Paolo Bassani