USA. Trump, l’atlante dei rapporti (tesi) coi Paesi del mondo

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Pochi amici: Turchia, Russia, Italia («la adoro»). Tante frecciate: Cina e Giappone che rubano il lavoro, Belgio infernale, Germania ingenua. E anche sul papa…

Da candidato alla Casa Bianca propugnava la costruzione di un muro sul confine messicano, l’espansione dell’esercito e l’ammodernamento dell’arsenale nucleare Usa.
E tuonava addirittura sull’inutilità della Nato.
PROPAGANDA PERENNE? Ora viene da chiedersi se in veste di presidente Donald Trump abbia intenzione di continuare su questa linea o se possa abbandonare la propaganda elettorale.
In attesa dei fatti e di giudicarlo in qualità di commander in chief – va detto che sul fronte politica estera si è sempre tenuto lontano da questioni bollenti come la guerra siriana – abbiamo riassunto le sue idee e opinioni sul resto del mondo.
Ecco l’atlante di Donald.

Sul Messico: «Non è nostro amico, combattiamolo!»

Uno dei pallini di Trump.
Il neo presidente non ha mai avuto un feeling col vicino di casa.
«Quando il Messico manda qui la sua gente, non ci sta mandando il meglio», disse nel luglio 2015.
«Non mandano te, o te. Stanno mandando persone piene di problemi, e queste persone portano i loro problemi qui da noi. Portano droghe. Portano crimine. Sono stupratori. E alcuni, credo, sono buone persone».
MURO ALLA FRONTIERA. Per questo, annunciò qualche mese dopo: «Costruiremo un grande muro al confine meridionale degli Usa. Farò in modo che il Messico paghi per quel muro».
Insomma la sua posizione può essere riassunta con questo tweet: «Amo il popolo messicano, ma il Messico non è nostro amico. Ci stanno uccidendo alle frontiere e ci stanno uccidendo sul lavoro e sul commercio. Combattiamo», scritto ovviamente in maiuscolo.

Sulla Cina: «Ha inventato la storia del riscaldamento globale»

Anche la Cina è nel mirino di Trump che ha accusato Pechino, peccando di mancanza di originalità, di «rubare il lavoro agli americani e prendere il loro denaro».
Una antipatia che viene da lontano.
«VI TASSEREMO AL 25%!». Già nel 2011 il tycoon tuonava: «Sui prodotti cinesi, ascoltatemi teste di cazzo, vi tasseremo al 25%!».
L’anno successivo accusò Pechino di aver confezionato ad hoc il concetto di global warming proprio per danneggiare gli States.

«CONTROLLA LA COREA DEL NORD». Nel 2013 poi dichiarò, sempre in 140 caratteri, che la Cina controllava la Corea del Nord, aizzandola contro gli Usa.
E per questo era da considerarsi una minaccia ben più pericolosa della dittatura di Kim Jong-Un.

«PECHINO STUPRA IL NOSTRO PAESE». C’è da dire che l’atteggiamento negli anni non è certo cambiato.
A maggio 2016, nel corso dell’ultimo comizio per la nomination repubblicana in Indiana, accusò la Cina di stuprare gli Usa con la sua politica commerciale. Rendendosi colpevole «del più grande furto della storia».
«Non possiamo continuare a permettere alla Cina di stuprare il nostro Paese e questo è quello che stiamo facendo», dichiarò.
Accuse che si sono ripetute durante tutta la campagna elettorale.
«MANIPOLA LA SUA MONETA». Pechino, per Trump, manipola la sua moneta per crescere in competitività. E per questo ha minacciato di alzare le imposte sull’import cinese.
Non solo. A settembre, quando Barack Obama arrivò a Pechino per il G20, gli ospiti non si degnarono nemmeno di stendere il tappeto rosso all’entrata dell’Air Force One.
E restando in terra asiatica, il presidente filippino che apostrofò Obama con «figlio di puttana». Parole che costarono l’annullamento della visita ufficiale.
Trump ovviamente li attaccò su Twitter. Cinesi e filippini ora sono avvertiti. Almeno sull’etichetta.

Sul Giappone: «Si protegga da solo contro il matto coreano»

Sempre restando in Estremo Oriente, non è che il Giappone nella Weltanschauung trumpiana se la passi molto meglio.
Prima di tutto, secondo il milionario, anche il Sol Levante ruberebbe lavoro agli Stati Uniti. Una teoria, quella del Japan bashing, decisamente impolverata visto che risale agli Anni 80.
«CI SCHIACCIANO NEL COMMERCIO». «I giapponesi ci stanno assolutamente schiacciando nel commercio», ha pure tuonato durante il comizio del Super Tuesday.
Tokyo, nella sua analisi, avrebbe sposato la strategia di Pechino: ribassare la moneta per dopare il proprio export.
In secondo luogo, The Donald trova iniquo l’accordo che prevede l’intervento degli Usa in caso di attacco al Giappone, ma non il contrario.
Accusa, tra parentesi, che ha rivolta pure a Seul che sempre secondo lui approfitterebbe dei soldati americani a sbafo. Il che tra l’altro non corrisponde al vero.
La soluzione? «Si andrà meglio», ha spiegato, «se il Giappone si proteggerà da solo contro quel matto in Corea del Nord. Non preferireste in una certa maniera che il Giappone abbia l’arma nucleare visto che la Corea del Nord ha armi nucleari?».

Sull’Iran: «Raddoppiamogli le sanzioni»

Anche l’Iran, comprensibilmente, non è tra le mete preferite di Trump.
Che, tra l’altro, ha anche criticato Obama per l’accordo multilaterale sul nuclerare definendolo come «uno dei peggiori mai negoziati».
«TRAMA ALLE NOSTRE SPALLE». Qualche giorno prima del raggiungimento dell’intesa, il 10 luglio 2015, forse stanco della trattativa aveva twittato: «L’Iran continua a ritardare l’accordo nucleare mentre sta tramando cose orrende alle nostre spalle. È tempo di andare e raddoppiare le sanzioni».
Sarà per questo che poche ore dopo la sua elezione, Teheran ha fatto sapere chiaro e tondo che non ha intenzione di modificare il programma.

Sull’Arabia Saudita: «Ci paghi per farci difendere da loro»

A differenza di Hillary, Trump non può vantare amicizie nemmeno in Arabia Saudita.
I tweet a riguardo sono eloquenti.
Nel 2015 per esempio scrisse: «L’Arabia Saudita dovrebbe pagare agli Usa molti miliardi di dollari per farci difendere da loro».

A dicembre dello stesso anno il tycoon ebbe poi uno scambio non esattamente cordiale con il principe saudita Al Walid bin Talal, capo del gruppo  Kingdom Holding.
A cominciare fu a dire il vero il principe che rispose alla proposta di Trump di chiudere le frontiere ai musulmani (punto prontamente rimosso dal programma dopo la vittoria).
«VERGOGNA, NON VINCERÀ MAI». «Lei è una vergogna non solo per il Gop ma per tutta l’America», cinguettò il nipote di re Salman.
«Si ritiri dalla corsa per le elezioni presidenziali americane, non le vincerà mai», aggiunse peccando di sicumera come un Fassino qualunque.
Trump naturalmente rispose: «L’ebete principe saudita vuole controllare la politica americana con i soldi di papino. Quando sarò eletto, una cosa del genere non potrà succedere».

Querelle chiusa con gli auguri di buona presidenza inviati dal principe all’ormai ex «disgrazia d’America».

Su Germania e Francia: «Gli attacchi terroristici sono colpa loro»

Commentando gli attacchi terroristici in Francia e Germania, a gennaio 2016 Trump definì il modo di fare tedesco un «pasticcio totale», invitando i Paesi a essere più «smart».

Sulla politica di accoglienza dei rifugiati siriani, a marzo Donald dichiarò: «La Germania sta per essere distrutta dall’ingenuità della Merkel, se non peggio».
Secondo lui Berlino, come i Paesi del Golfo, avrebbero dovuto pagare per creare zone di sicurezza in Siria. Senza pesare sugli States.
«CONTROLLI PIÙ STRETTI». A luglio parlando di radicalizzazione in Europa, andò giù ancora più pesante. «Abbiamo problemi in Germania e in Francia», disse alla Nbc.
Gli attacchi terroristici sono «colpa loro» e i cittadini di questi Paesi potrebbero essere soggetti in futuro «a controlli più stretti» prima di entrare negli Stati Uniti.
Aggiungendo che Francia e Germania «sono totalmente compromesse con il terrorismo perché hanno permesso a tutta questa gente di entrare nei loro territori».
Non a caso la ministra della Difesa tedesca, Ursula von der Leyen, ha definito la sua vittoria come «un forte choc» che «va accettato», ha aggiunto il ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier.

Sul Regno Unito: «Ha un problema coi musulmani»

Non solo Francia e Germania.
Anche il Regno Unito secondo Trump avrebbe un «grosso problema coi musulmani».
La sua proposta di vietare l’ingresso negli States agli islamici aveva provocato un’ondata di indignazione in Inghilterra, tanto che il sindaco di Londra Sadiq Khan definì la visione trumpiana dell’islam «ignorante» augurandosi la sua sconfitta nella corsa alla Casa Bianca.
GELO CON CAMERON. A maggio per lo stesso motivo calò il gelò con l’allora premier David Cameron.
«Sembra che con Cameron non avremo un rapporto molto buono», disse il tycoon.
«Spero di avere un buon rapporto con lui, ma sembra che lui non sia disposto ad affrontare il problema». Problema che ora non si pone, visto che il premier britannico è stato spazzato via dalla Brexit.
Una disistima corrisposta da quasi tutta la politica Uk, con l’eccezione di Nigel Farage.
Basta pensare che oltre 150 mila cittadini britannici hanno firmato la petizione che chiede di vietare l’ingresso in patria di Donald.
A dicembre 2015 pure Theresa May, attuale premier, condannò le posizioni di Trump sui musulmani bollandole «divisive, sbagliate e controproducenti». Sulla stessa lunghezza d’onda Boris Johnson che definì le idee di The Donald «non sense».
FRIZIONI CON LA SCOZIA. Non solo. Trump ha origini scozzesi da parte di madre. Non a caso ha da poco inaugurato un resort golfistico a 5 stelle non lontano da Aberdeen.
Nonostante questa vicinanza, le sue dichiarazioni pro Brexit – tanto da aver definito la sua eventuale vittoria una «Brexit plus plus plus» – non sono piaciute troppo dalle parti di Edimburgo dove la maggioranza della popolazione ha votato per il Remain.

Sul Belgio: «Un inferno del multiculturalismo»

Nessuna passione nemmeno per il Belgio.
Trump a gennaio 2016 descrisse Bruxelles – capitale pure dell’Ue – come un «hellhole» e cioè un buco, un inferno per via del suo multiculturalismo.
LO DEFINÌ «UNA BELLISSIMA… CITTÀ». Poi il neo presidente ha aggiustato il tiro, o meglio ha cercato di farlo. Ma la toppa si è rivelata peggio del buco.
A giugno in un comizio ad Atlanta ha definito il «Belgio una bellissima città». Alla faccia della geografia.

Sul Pakistan: «Rifugio di Osama bin Laden»

Pakistan uguale «rifugio di Osama bin Laden».
Trump non si è scostato troppo da questa equazione riassunta in un tweet del 2012.
«Quando il Pakistan si scuserà con noi per aver garantito un rifugio a Osama per sei anni?», aveva attaccato.

«CI HANNO TRADITO». All’inzio del 2016 il candidato repubblicano ribadì: «Il Pakistan non è un nostro amico. Gli abbiamo dato miliardi di dollari e cosa abbiamo ottenuto in cambio? Tradimenti e mancanza di rispetto e molto peggio».

MA LE ARMI NUCLEARI… Le dichiarazioni sul Pakistan però non sono univoche.
Trump per esempio ha detto di essere pronto, se invitato, a fare da mediatore tra il Paese e l’India. Riconoscendo che il Pakistan è un problema e una nazione vitale perché è in possesso di armi nucleari.
Un ‘dettaglio ‘che gli Usa devono gestire.

Sull’India: «Non c’è relazione più importante»

Per Trump è decisamente meglio l’India. Se eletto, prometteva Trump a ottobre, saremmo «migliori amici. Non c’è relazione internazionale più importante per noi».
«PERSONE ECCEZIONALI». Il subcontinente ha sempre affascinato l’uomo d’affari in versione turista.
«Persone eccezionali. Questo viaggio è illuminante», twittò nel 2014.

Sulla Siria: «I suoi profughi potrebbero essere dell’Isis»

Sulla Siria non è che Trump abbia le idee chiarissime.
L’unica certezza riguarda tanto per cambiare la questione profughi. Che non possono essere accettati né in Europa né negli Usa perché rappresentano una minaccia per la civiltà occidentale.
«Molti di loro potrebbero essere miliziani dell’Isis. Chi li conosce?», si chiese in un tweet.

«MEGLIO ASSAD DEI RIBELLI». Su Bashar al Assad, invece, si espresse a giugno 2016.
«Sto cercando dei partner internazionali e sto guardando con attenzione ad Assad. Sono ottimista sul suo operato, perché gli accordi e i patti vengono fatti dalle persone e guardando ad Assad penso: forse è meglio lui delle persone con cui avevamo deciso inizialmente di dialogare, perché queste persone non sappiamo neanche chi siano».
Meglio dunque trattare col dittatore che non con i cosiddetti ribelli.
«È UNO STRONZO, MA COMBATTE DAESH». «Assad è uno stronzo», semplificò in un secondo momento, «ma sta combattendo l’Isis», ha chiarito. Ribadendo di stare dalla parte di Putin quando afferma di voler combattere lo Stato islamico.

Sul Sudafrica: «Un pericoloso pasticcio»

Bocciato pure il Sudafrica, definito un «pericoloso pasticcio».
«CORROTTI E PATETICI». Nel 2013 Trump ebbe da ridire perché la polizia locale «corrotta e patetica» non aveva arrestato il maldestro inteprete del linguaggio dei segni al funerale di Mandela.
In realtà si scoprì che l’uomo aveva un passato giudiziario burrascoso. Non è dato però sapere se Trump ne fosse o meno a conoscenza.

Sulla Russia: «Putin eroe, garantiremo la pace»

Tra gli Stati preferiti dal neo presidente Usa c’è senza dubbio la Russia di Vladimir Putin anche se a marzo l’idillio pareva essere svanito a causa di un video pro repubblicani che annoverava Mosca tra i nemici.
Prima dell’incidente però i due se la intendevano – o davano l’impressione di intendersela – perfettamente, scambiandosi complimenti e apprezzamenti.
«ANCHE BENEFICI ECONOMICI». «Sono sempre stato convinto che Usa e Russia possono lavorare insieme nella lotta al terrorismo e per garantire la pace mondiale», dichiarò Trump. «Senza parlare dei benefici economici derivanti dal mutuo rispetto».
«Trump è il leader assoluto della campagna presidenziale», rispondeva il presidente russo.
Mosca insomma tifava per The Donald, l’outsider anti-establishment.
La passione per Putin però non è nuova. Già nel 2014, il tycoon lo definiva «un eroe in Russia» contrapponendolo a Obama in calo di popolarità.

Su Israele: «Sempre al suo fianco». Ma quella stella di David…

Sicuramente Trump ha una buona intesa con Israele.
«Renderò l’America e Israele di nuovo sicuri e starò a fianco della popolazione ebraica», prometteva in un video elettorale.
E, ancora contrapponendosi a Clinton: «Israele è di ispirazione».

SCIVOLONE ANTISEMITA. Eppure Trump col suo essere politically uncorrectera scivolato sulla buccia dell’antisemitismo.
A fare scoppiare le polemiche una foto di Hillary su uno sfondo di dollari e la scritta «la candidata più corrotta di sempre» all’interno di una stella di David.

«STAMPA DISONESTA». Dopo aver trasformato la stella in un più neutrale cerchio, Trump era poi passato all’attaccofacendosi scudo con la copertina di un album di Frozen in cui compariva una forma simile a una stella di David.
«Dov’è l’indignazione per questo libro? Anche questa è una stella di David?», aveva twittato. Concludendo con un sempre efficace: «Stampa disonesta».

Sull’Australia: «Ha una popolazione eccezionale»

Sull’Australia Trump ha una visione positiva. Anche se datata al 2011.
«Un Paese bellissimo con una popolazione eccezionale che ama l’America».
Sperando che in questi anni non abbia cambiato idea.

Sulla Turchia: «Grande Erdogan dopo il tentato golpe»

Non solo Putin, Trump apprezza anche il presidente turco Recep Tayyp Erdogan.
«Se sarò eletto presidente non farò pressioni sulla Turchia o su altri alleati autoritari che conducono purghe sui loro avversari politici o riducono le libertà civili», aveva detto alla vigilia della nomination repubblicana.
«ABBIAMO ALTRI PROBLEMI». «Gli Stati Uniti devono risolvere i loro problemi prima di cercare di cambiare il comportamento di altri Paesi».
Il tycoon ha quindi elogiato Erdogan: «Gli do grande credito per essere stato capace di ribaltare la situazione dopo il tentativo di golpe».

Sull’Italia: «La adoro». Ma dopo la condanna di Amanda…

Dulcis in fundo, l’Italia.
Trumpusconi, il nomignolo lanciato dal New York Times suggella l’affinità elettiva se non con il nostro Paese con il nostro ex premier.
Che molti hanno indicato come l’ispiratore vero del trumpismo.
«È un uomo perbene e mi piace molto», ha detto di lui il milionario. «Garantirà con autorevolezza ed equilibrio il difficile ruolo degli Stati Uniti come Paese-guida del mondo libero», ha commentato il Cav dopo la sua vittoria.
Trump il suo amore per lo Stivale, l’ha ripetuto anche recentemente alla stampa italiana Oltreoceano: «Intanto saluto gli italiani, adoro l’Italia, adoro l’Italia».
QUANDO ERAVAMO DA BOICOTTARE. E pensare che qualche anno fa aveva lanciato dal suo blog una campagna per boicottare le imprese italiane, dopo la condanna dell’americana Amanda Knox a 26 anni di carcere per il delitto Meredith Kercher.
Anzi, si augurò che dietro le sbarre ci finissero giudici e pubblici ministeri invitando i connazionali a non andare in Italia «finché Amanda non sarà liberata».

BRIATORE SUO SUPPORTER. Ora però con Amanda libera può tornare ad apprezzare senza problemi il nostro Paese.
Magari in compagnia di Flavio Briatore, suo convinto supporter.

Sul Vaticano: «Vergognoso che il papa metta in dubbio la mia fede»

Donald ha trovato da ridire anche con papa Francesco.
A innescare la polemica, la proposta di costruire il muro con il Messico.
«Una persona che pensa solo a fare muri, e non ponti, non è cristiana», sentenziò il pontefice a febbraio.
«È vergognoso che un leader religioso metta in dubbio la fede di una persona», rispose Trump dal palco in South Carolina.
«NON CAPISCE L’IMMIGRAZIONE». «Il papa è una figura molto politicizzata. E non comprende i problemi che abbiamo noi americani con l’immigrazione. Se mai l’Isis attaccasse il Vaticano, il papa dovrebbe sperare e pregare che Donald Trump sia presidente», aveva poi tuonato l’allora candidato.
Acqua passata? Forse.
Vero è che a commentare l’elezione è stato solo il Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin.
«Facciamo gli auguri al nuovo presidente, che il suo governo possa essere davvero fruttuoso e assicuriamo la nostra preghiera perché il Signore lo illumini e lo sostenga a servizio della sua patria, naturalmente, ma anche al servizio del benessere e della pace nel mondo», ha dichiarato.
«Credo che oggi ci sia bisogno di lavorare tutti per cambiare la situazione mondiale che è una situazione di grave lacerazione e grave conflitto».
Amen.

Twitter @franzic76

Lettera43.it – 11 Novembre 2016