USA. Donald Trump e la rivolta della White America

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L’anima produttiva degli Usa sceglie Trump. Sbeffeggiato dall’elite intellettuale del Paese. Ma capace di rappresentare chi da tempo si sentiva tagliato fuori.

I commentatori sono rimasti senza parole. I sondaggisti hanno abbozzato scuse e spiegazioni. Gli intellettuali hanno pescato dal cilindro parole difficili: distopia tra le più diffuse.
Eppure, almeno in questo momento, ci sarebbe da cercare termini semplici. Quegli stessi – ripetitivi, abusati, forse anche scontati, ma comunque capaci di colpire nel segno – con cui il magnate Donald Trump ha conquistato la Casa Bianca, sottraendola alla predestinata Hillary Clinton e all’establishment dei partiti: democratico e repubblicano, senza distinzioni.
‘The Donald’: showman, sbruffone, evasore, irriverente, aggressivo, istrionico, indesiderato, outsider.
IL VOLTAFACCIA DEI LAVORATORI. E, da oggi, presidente degli Stati Uniti d’America grazie al tripudio di voti di operai, metalmeccanici e piccoli lavoratori: l’anima produttiva della nazione, dal Michigan alla Pennsylvania, di solida tradizione sindacale e radicata affiliazione a politici progressisti, che oggi in quei politici non si riconosce più.
Sono crollate, nella notte elettorale in cui l’impensabile è diventato realtà, le solide certezze dell’America educata e raffinata, internazionale e influencer: il rispetto per le donne, per la multiculturalità e persino per il fisco conta meno della capacità di offrire un riconoscimento a chi da tempo si sente tagliato fuori, diventato improvvisamente minoranza mentre le maggioranze cambiavano aspetto, colore, professione.
LO SHOCK DI OBAMA E DELLA CRISI. La crisi dell’industria, la delocalizzazione e i salari bassi hanno battuto insomma i diritti civili, il femminismo e, persino, le lobby di Wall Street, schiantando gli Stati Uniti contro il muro della verità: dopo lo shock del presidente afroamericano e di una crisi da cui non tutti sono usciti ugualmente in forze – a dispetto dei dati sulla disoccupazione al minimo e del rally delle borse – gli americani non vogliono visioni di futuro e ma la ruvida concretezza di una speranza immediata.

Media, intellettuali ed establishment lontani dall’umore del Paese

Make America Great Again: rifacciamo grande l’America. Poco conta come, e persino che a proporlo sia un miliardario ereditiero, capace di non pagare la parcella all’architetto che gli aveva rifatto casa perché il risultato finale non era gradito: negazione nei fatti delle premesse elettorali.
Trump ha compiuto la propria missione ridicolizzando e sbeffeggiando la politica accusata di qualsiasi disastro, di menzogne e di servilismi. In cambio ha offerto se stesso, la propria storia di business man (ancorché zeppa di fallimenti), il denaro e un ottimo repertorio di frasi fatte e di semplificazioni: gli ingredienti perfetti, come sanno bene gli italiani che hanno inaugurato un trend mondiale con Berlusconi nel 1994, per attirare chi è stanco dell’establishment e della sua presunta superiorità.
LA DISTANZA DI HILLARY. Hillary, che quella presunta superiorità intimamente incarna per appartenenza dinastica e frequentazioni, ha scontato la vicinanza a Wall Street, le rivelazioni sui discorsi in Goldman Sachs, i rapporti solidi e consolidati con un mondo opposto a quella della gente comune. Tanto da essere in parte snobbata da costituency date per certe come latinos, neri e donne che – rivelano i numeri – l’hanno votata meno di quanto avessero scelto Obama quattro anni fa.
IL FALLIMENTO DEGLI INTELLETTUALI. La posizione dell’ex First Lady agli occhi degli elettori non migliorerà certo con il rifiuto immediato di riconoscere il risultato elettorale, nonostante la valanga di voti con cui Trump l’ha sepolta: riprova pericolosa di uno scollamento dal Paese e dai suoi umori. Condiviso, peraltro, con intellettuali, influencer e persino mass media: per la prima volta nella storia americana, un candidato non ha ricevuto l’endorsement di alcun giornale rilevante, ma è stato anzi pubblicamente additato come inadatto, pericoloso, delirante, persino psicologicamente instabile.
La frattura che attraversa l’America è insomma molto più profonda di quanto finora non avessero ipotizzato i teorici del cambiamento, ed è difficile oggi anche solo immaginare come potrà essere ricomposta.

La normalizzazione una volta alla Casa Bianca?

 

La pacificazione non è il pezzo forte del carattere e del programma di Trump, per quanto sia possibile individuarne uno.
Ma di fronte a scenari e a timori apocalittici, incarnati da folle urlanti che inneggiano al muro divisorio col Messico, ai paragoni tra il tycoon e l’Hitler che conquistò la Germania nel 1933 o ai respingimenti di milioni di immigrati, si può forse essere rassicurati da due circostanze.
IL SISTEMA DI BILANCIAMENTI. La prima è, banalmente, la solidità del bilanciamento di poteri nel sistema americano, in cui anche un presidente eletto a schiacciante maggioranza non può permettersi abusi di potere: l’indipendenza del Congresso, della Corte costituzionale e della Fed garantiscono.
Il secondo è che i tormentoni elettorali raramente si trasformano in programmi di governo, come oggi testimonierebbero i molti delusi di Obama: l’uscita dalla Nato, il blocco all’immigrazione, lo stralcio dei trattati di commercio internazionale potrebbero finire annacquati nelle chiacchiere segrete dello Studio Ovale. Mentre qualcosa del programma di Hillary, dalle grandi infrastrutture all’aumento dei salari, potrebbe entrare nei desiderata nazionali.
IL RAPPORTO CONTROVERSO CON IL PARTITO REPUBBLICANO. Saldamente in controllo dell’intero congresso, il Partito repubblicano  – dopo aver provato prima a emarginare Trump e poi a scaricarlo – finirà almeno in parte con il guidarlo nelle stanze e nei percorsi del potere: sono troppi gli interessi da provare a far convergere.
Non è detto che tutto si trasformi nel disastro che si teme: ma il futuro dell’America, e dei suoi rapporti col mondo, oggi è una storia da scrivere.

Lettera43.it – 09 Novembre 2016