Un’utopia lunga un secolo

di Giuseppe Tramontana.

La serata era afosa, appiccicosa. L’estate di cento anni fa, a Parigi, non fu come quella che stiamo vivendo oggi, qui da noi. Faceva un caldo umido, soffocante. In un caffè di Montmartre, il Café du Croissant, un uomo sta finendo di cenare. E’ seduto accanto alla finestra aperta, quella che dà sulla strada, per respirare un po’. Ha 65 anni, è barbuto, elegante di una eleganza dimessa ed è famoso, in quel caffè, di cui è un abituale frequentatore, per essere sempre gentile e disponibile anche e soprattutto coi camerieri. Una cosa, quest’ultima, già allora abbastanza rara per un uomo politico quale lui era. Alle 21.40 di quel 31 luglio 1914 un giovane di 29 anni, tale Raoul Villain, fanatico nazionalista aderente alla Lega dei Giovani Amici dell’Alsazia-Lorena (e perciò favorevole alla guerra contro la Germania), si affaccia dall’esterno e spara due colpi di pistola contro quell’uomo seduto al tavolo. Muore così Jean Jaurès, l’emblema del pacifismo francese in quella concitata estate del 1914, quando il mondo si sta preparando alla carneficina della Prima Guerra Mondiale. Grande combattente, Jaurès. Laureato in filosofia, autore di una Storia socialista della Rivoluzione francese, in 10 volumi, e di vari studi sul pensiero socialista francese e tedesco, aveva lottato per la giornata lavorativa delle otto ore, approdando ad un socialismo umanitario, la cui necessità fu ribadita in un’intensa attività giornalistica svoltasi sui quotidiani Le Matin, La lanterne, La petite république e, soprattutto, L’Humanité, di cui proprio in quel 1914 era stato uno dei fondatori. Nei suoi articoli Jaurès aveva cercato di contrastare le teorie razziste serpeggianti negli strati reazionari della stampa e del mondo politico francesi, intervenendo sui problemi più gravi del momento per le istituzioni repubblicane della Francia: aveva denunciato lo scandalo di Panama (1892), condannato gli attentati anarchici e deplorato l’ascesa politica – corredata da cotanto tentativo di colpo di stato – del generale Boulanger. Jaurès aveva difeso le istituzioni repubblicane da chiunque le attaccasse, compresa quella parte del clero cattolico che, influenzata da Leone XIII, aveva auspicato un’apertura a destra per abolire la stessa repubblica parlamentare. Durante l’affaire Dreyfus, Jaurès si era opposto alla linea rigida di Jules Guesde, il vecchio capo del massimalismo socialista che considerava la vicenda un conflitto interno della borghesia. Egli, invece, aveva rivolto un preciso invito agli operai affinché non rimanessero estranei a quella storia nella quale venivano calpestati i diritti dei cittadini da parte delle alte sfere militari. La lotta operaia contro lo sfruttamento della borghesia avrebbe ricevuto anzi nuovo vigore, qualora si fosse svolta nel quadro del sistema costituzionale della Repubblica. La tesi di Jaurès aveva prevalso, conducendo alla riabilitazione dell’ufficiale ebreo da parte del governo Waldeck-Rousseau, il quale, nel 1899, aveva inaugurato un nuovo corso nella storia della Terza Repubblica per il sostegno dei radicali e la partecipazione al suo governo del socialista Alexandre Millerand. Fra il 1905 e lo scoppio della guerra mondiale Jaurès si batté contro le conquiste coloniali e le iniziative belliciste della diplomazia francese, proponendo un pacifismo che, oltre a riscuotere largo consenso tra i lavoratori, portò il partito socialista francese nelle elezioni legislative dell’aprile 1914 a circa 1 milione e 400.000 voti. Era un convinto pacifista, Jaurès e non si rassegnò all’inevitabilità della guerra:. E così fu fino alla fine dei suoi giorni. Proprio la mattina di quel fatidico 31 luglio di cento anni fa, Jaurès aveva incontrato il sottosegretario agli Esteri francese Abel Ferry, che, a bruciapelo, gli aveva detto: “La guerra è ormai inevitabile!” Il socialista non si era scomposto, assicurandogli che avrebbe continuato a lottare per la pace: “né guerra né rassegnazione,” aveva ripetuto, autocitandosi da uno scritto del 1887. “Stia attento – lo aveva avvertito Ferry – la faranno fuori al primo angolo di strada,” inconsapevole del fatto che quell’angolo – quello tra Rue de Montmartre e Rue du Croissant – era stato già scelto da Raoul Villain per portare a termine il suo progetto omicida.
Cosa resta oggi di Jaurès? Tanto, a cominciare dall’utopia di un mondo pacificato, giusto e libero. Resta – travasata in innumerevoli associazioni e uomini e donne di buona volontà – la voglia di non arrendersi alla logica della forza bruta, cercando di far valere la forza delle idee e del buon senso. Resta anche il giornale, L’Humanité. E val la pena ricordarlo proprio oggi, 31 luglio 2014, data dell’ultima uscita (sperando che sia solo una sospensione) dell’Unità. Ma resta soprattutto il suo messaggio pacifista. “Ogni popolo sta portando una fiaccola ed alla fine si scatenerà un incendio,” ebbe a dire in quei concitati giorni dell’estate 1914. La previsione si rivelò corretta. L’incendio avrebbe divorato almeno 10 milioni di vite umane. E questo per restare a quella tragica estate. Ma, Jaurès disse anche un’altra cosa che, a più lunga scadenza: “il capitalismo porta la guerra come la nube porta la tempesta.” Oggi, nell’epoca del neoliberalismo truculento e trionfante, sembrano parole desuete, anacronistiche, persino ingenue. Eppure, forse, varrebbe la pena rifletterci un po’ su. Di certo, in questi giorni pseudo estivi dell’anno 2014, a cent’anni dai colpi di pistola di Villain e mentre si consumano i tragici e crudeli fatti di Gaza, della Siria, della Libia, dell’Ucraina io personalmente non posso che rilanciare la sua parola d’ordine: “né guerra né rassegnazione!” E così sia.