UNA NORMA E UNA SENTENZA IN ROSA

di Giuseppe Tramontana.

Nelle prossime elezioni regionali i campani potranno indicare non una, ma due preferenze sulla lista, purché la seconda sia a favore di una persona di sesso diverso rispetto alla prima.

 

Mentre ancora non si sono spenti del tutto gli echi della polemica sulle liste elettorali, una notizia è passata praticamente inosservata, sempre in riferimento alle elezioni regionali prossime venture. Si tratta della sentenza della Corte Costituzionale nr. 4 del 20 gennaio 2010. La sentenza della Suprema Corte ha dichiarato perfettamente costituzionale la norma contenuta nell’art. 4, comma 3 della Legge regionale campana nr. 4 del 27 marzo 2009. Insomma, la norma sulla cosiddetta ‘doppia preferenza di genere’.

Di che si tratta? E’ presto detto. Diamo la parola al legislatore campano: “L’elettore può esprimere, nelle apposite righe della scheda, uno o due voti di preferenza, scrivendo il cognome ovvero il nome ed il cognome dei due candidati compresi nella lista stessa. Nel caso di espressione di due preferenze, una deve riguardare un candidato di genere maschile e l’altra un candidato di genere femminile della stessa lista, pena l’annullamento della seconda preferenza”.

Chiaro? Nelle prossime elezioni regionali i campani potranno indicare non una, ma due preferenze sulla lista, purché la seconda sia a favore di una persona di sesso diverso rispetto alla prima. In caso contrario, la seconda preferenza viene annullata. Perché una previsione apparentemente così bizzarra. E perché la Corte Costituzionale ne sostiene la validità?

Per rispondere a queste domande occorre fare un piccolo passo indietro. Sono abbastanza note le posizione della Corte Costituzionale in materia di ‘elettorato di genere’. Già nel 1995, con la sentenza nr. 422, dichiarò illegittime le norme della legislazione elettorale che introducevano le cosiddette ‘quote’ riservate alle donne. La bocciatura era motivata da un semplice assunto: le stesse quote non si proponevano di rimuovere gli ostacoli che impedivano alle donne di raggiungere certi risultati (nel caso di specie, l’elezione), ma di attribuire direttamente quei risultati medesimi. Insomma, le donne erano trattate in maniera fin troppo privilegiata rispetto agli uomini: non veniva garantita solo l’opportunità di essere eletta, ma direttamente l’elezione, il risultato finale. E ciò mentre, per la Corte, che pur continuava a riconoscere la legge elettorale quale strumento per promuovere la parità di accesso, l’elettorato passivo si configurava come ‘diritto neutro’. In breve, il meccanismo, predisposto in una fase anteriore alla sorgente del medesimo diritto, deve consentire l’uguaglianza dei punti di partenza, delle opportunità appunto, non il conseguimento diretto di risultati di vantaggio. (…)

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