Una debole pagliuzza trascinata dall’uragano rivoluzionario

di Gianni Minà.
Hugo Chávez ha lasciato questo mondo.
Credo che, indipendentemente da qualunque considerazione ideologica, bisogna dare atto a questo uomo di avere preso per mano il Venezuela facendolo diventare uno dei Paesi protagonisti del riscatto e del rinascimento in corso nel continente latinoamericano. Ha riscattato il Venezuela dall’analfabetismo, dalla mancanza di assistenza sanitaria, dall’abbandono a cui questo Paese era stato condannato dai governanti che lo avevano preceduto. E nessuno, se è in buona fede, può negare che ha rispettato la democrazia. Ora speriamo che il vicepresidente Maduro e tutta la nazione bolivariana, sappiano condurre il Venezuela nel solco tracciato da Hugo Chávez.
http://wwitv.com/tv_channels/8375.htm

La demonizzazione di Chávez, di Eduardo Galeano.

Hugo Chávez è un demonio. Perché? Perché ha alfabetizzato due milioni di venezuelani che non sapevano né leggere né scrivere pur vivendo in un paese che possiede la ricchezza naturale più importante del mondo che è il petrolio. Io ho vissuto in quel paese per qualche anno e so molto bene come era. lo chiamavano “Venezuela Saudita” a causa del petrolio. C’erano due milioni di bambini che non potevano andare a scuola perchè non avevano i documenti. Poi è arrivato un governo, questo governo diabolico, demoniaco, che fa cose elementari come dire: “I bambini devono essere ammessi a scuola con o senza documenti”. era la fine del mondo: ecco una prova del fatto che Chávez è un cattivo, un cattivissimo. Visto che possiede questa ricchezza, e che grazie al fatto che a causa della guerra in Iraq il petrolio è carissimo, lui vuole approfittarne a fini di solidarietà. Vuole aiutare i paesi sudamericani, specialmente Cuba: Cuba gli manda i medici, lui paga con il petrolio. Ma anche quei medici sono stati una fonte di scandalo. Dicono che i medici venezuelani erano furiosi per la presenza di quegli intrusi che lavoravano nei quartieri poveri. Al tempo in cui io vivevo là come corrispondente di Prensa Latina, non ho mai visto un medico. Adesso invece i medici ci sono. la presenza dei medici cubani è un’altra prova del fatto che Chávez sta sulla Terra di passaggio, perché appartiene all’inferno. Per questo, quando si leggono le notizie bisogna tradurre tutto. Il demonismo ha quest’origine: per giustificare la macchina diabolica della morte.
(Tratto da Latinoamerica n. 121)

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La sfida di Chavez
Latinoamerica n. 82, n.1, gen/mar 2003
Intervista di Gianni Minà
In un’epoca contrassegnata dalle tensioni e dai conflitti per il controllo del petrolio, il caso-Venezuela (quinto produttore di greggio al mondo e secondo fornitore degli Stati Uniti) rappresenta uno degli esempi più controversi e dibattuti.
Il colonnello Hugo Chávez, che il 4 febbraio 1992 tentò una sollevazione fallita contro il governo corrotto dell’epoca, dopo aver scontato due anni di carcere e susufruito di una amnistia, è ora il presidente democraticamente eletto del Paese, con oltre il 60% dei voti, ma è costretto a subire, da oltre un anno, una contestazione fortissima da parte dell’oligarchia locale, estromessa dal potere dopo la sua vittoria.
Proprio nell’aprile 2002, il Presidente in carica subì, per 47 ore, un tentativo di golpe ispirato dai potentati del petrolio degli Stati Uniti, guidato da Carmona Estanga (ex presidente della Confindustria locale) e poi abortito, per l’intervento dei militari lealisti. E più recentemente, dal dicembre del 2002, fino quasi alla fine del febbraio 2003, il tentativo di eliminarlo è stato ripetuto ancora per iniziativa di un triumvirato formato dall’ex presidente Carlos Andés Peres, dal nuovo presidente della Fedecamaras (Confindustria) Carlo Hernandez e dal segretario del controverso sindacato del petrolio, Carlos Ortega che hanno guidato un lunghissimo sciopero, in buona parte “assistito”come successe in Cile nel ’73, con l’astensione dal lavoro dei camionisti che causò il collasso del governo Allende e il successivo golpe contro il suo governo.
Ma, ancora una volta, il comportamento lealista della maggior parte delle Forze armate e le contromanifestazioni del popolo dei ranchitos, il proletariato delle enormi favelas che, per la prima volta si sente protagonista, hanno salvato il governo di Chávez.
Il Presidente in carica ha avviato una riforma agraria per eliminare parte del latifondo, ancora vigente in Venezuela all’inizio del terzo millennio, ma ha anche varato una nuova costituzione, approvata con un referendum popolare ed ha promulgato leggi di difesa della ricchezza nazionale, come quella che permette l’estrazione e la prima lavorazione del petrolio solo a società al 51% statali, per chiudere definitivamente con il commercio privato del greggio nazionale effettuato da una casta di politici e imprenditori corrotti e dal sindacato della compagnia nazionale del petrolio (PDVSA) che è il più privilegiato del paese.
Nello stesso tempo, il presidente venezuelano è, però, accusato di essere un demagogo, un accentratore, un populista. E per questo sono state organizzate manifestazioni consistenti contro la sua politica che non risolverebbe i problemi del paese. Il Venezuela, infatti, è stato lasciato dai vecchi presidenti Caldera (democristiano) e Carlos Andrés Peres (socialista) con un debito sociale di 15 milioni di poveri su 23 milioni di abitanti, un handicap che la politica di Chávez malgrado le promesse, secondo i suoi detrattori, non è in grado di colmare.
Proprio per chiarire una realtà che ha tante letture, ma anche tante connessioni con i motivi che hanno ispirato la guerra all’Iraq, siamo andati a intervistare a Caracas Hugo Chávez per cercare di chiarire le sue idee e le sue contraddizioni, la sua storia e il suo ruolo nell’attuale momento dell’America latina e delle tensioni che coinvolgono i paesi produttori di petrolio.
Quello che pubblichiamo è solo un estratto della lunghissima intervista che abbiamo filmato e che entrerà anche nel libro Un mondo migliore è possibile II°, edito ancora dalla Sperling&Kupfer, che uscirà in autunno e continuerà il discorso con il primo saggio, attualmente in libreria.
Non sono uno dei tanti caudillos dell’America latina
GIANNI MINA’. Un uomo del destino o uno dei tanti caudillos dell’America Latina?
HUGO CHáVEZ . Senta, Minà, io non sono uno dei tanti caudillos dell’America Latina. E non mi considero nemmeno uno di quegli uomini dal destino predefinito: non ho mai creduto, né crederò mai, che ogni singolo uomo abbia un destino segnato. Piuttosto credo, come diceva Bolívar, che “sono solamente una debole pagliuzza trascinata dall’uragano rivoluzionario”. Io sono la conseguenza di un tempo, di un’epoca o, come diceva Montesquieu, dell’ondata degli eventi e mi trovo sulla cresta cercando di navigare. Io sono semplicemente Hugo, un uomo di questo popolo, sempre in lotta assieme alla sua gente.

GIANNI MINA’. Quando ha scoperto che avrebbe dovuto farsi portare dall’onda?
HUGO CHáVEZ . Credo che il momento decisivo sia stato dopo la ribellione del 4 febbraio 1992, quando fui messo in prigione. Assieme ad alcuni compagni militari bolivariani, fummo portati in una cantina. Un luogo freddo, in completo isolamento: ci trattennero lì per circa venti giorni. Non sapevamo nemmeno se fosse giorno o notte. Faceva freddo. Ci infilavano da mangiare da sotto la porta. Io ero molto colpito da quanto era successo con i compagni morti. Dicevo: < >. Mi sentivo morto, laggiù. Qualcuno ha scritto che si muore e si nasce più volte. Ero morto, in quel luogo. Finché, dopo venti giorni, cominciai a percepire l’onda. Fu quando potemmo mettere il naso fuori dalla cella per essere trasferiti in un carcere militare di Caracas, in seguito alle pressioni del pubblico e dei parenti, dato che eravamo stati isolati da tutti. Dopo venti giorni ci fecero uscire. E quando uscimmo per essere trasferiti in quel carcere, ho visto la marea. Il 4 febbraio aveva risvegliato un gigante, il popolo venezuelano. Ed io sentii da allora il bisogno di mettermi all’altezza di questa marea. Ed eccoci qui: stiamo facendo uno sforzo gigantesco, perché oggi la marea è più viva che mai. E bisogna esserci, cavalcarla.
GIANNI MINA’. E perché un ufficiale lealista decide di tentare un “golpe”? Perché, come dice San Tommaso, il popolo ha il diritto di abbattere il tiranno? Oppure per un sentimento di rifiuto del modo come si svendeva il paese?
HUGO CHáVEZ . Credo che nella formula ci siano tutti e due questi elementi, ma anche molti altri. Oltre a quanto dice San Tommaso (ed io ci credo: un popolo soggiogato, un popolo massacrato ha il diritto di rivoltarsi contro il tiranno) aggiungerei, signor Minà, un soldato che viene costretto da un tiranno a massacrare un popolo indifeso è altrettanto obbligato a prendere decisioni in funzione non del tiranno e dei suoi interessi, ma nell’interesse del popolo. E ancor di più, se si tratta di soldati bolivariani, come siamo noi. Una volta Bolívar disse, arringando le sue truppe: < >. Dopo il “caracazo”, il 27 febbraio 1989, la gente scese in piazza per protestare contro le misure imposte dal Fondo monetario internazionale a Carlos Andrés Pérez, Presidente del Venezuela. Migliaia di persone –e forse milioni– scesero in piazza. Noi militari venezuelani fummo mandati a fermare il popolo e ci furono migliaia di morti. Io ho sempre detto che quel giorno cadde su di noi la maledizione di Bolívar. “Maledetto sia il soldato che rivolge le armi contro il suo popolo”. Quindi, da soldato bolivariano, rifiutavo una tirannia mascherata da democrazia, che ha condotto una nazione, che vive sopra un mare di petrolio, ad una povertà dell’80%, i bambini a morire di fame, una democrazia falsa che ha permesso l’arricchimento solo di una minoranza, gettando in mare la vita di milioni di persone, la stragrande maggioranza dei venezuelani. Quello che facemmo allora fu per un obbligo storico, per rimanere fedeli ad un giuramento, ad un appello di Bolívar, il padre liberatore. Nel suo ultimo proclama, in punto di morte, Bolívar disse: < GIANNI MINA’. I suoi avversari potrebbero dire che la stessa logica si applica adesso a coloro che combattono lei.
HUGO CHáVEZ . I miei avversari cercheranno ogni possibile costruzione teorica, ogni genere di sotterfugio, ma si tratta di situazioni radicalmente opposte. Nel 1992, con un gruppo di ragazzi –io avevo 37 anni ed ero il loro capo, ma la maggioranza aveva 20 o 21 anni– venimmo allo scoperto, spinti da quell’impegno esistenziale e ci ribellammo contro i vertici militari e i vertici politici, contro gli interessi delle minoranze privilegiate ed a favore delle grandi maggioranze di poveri del Venezuela. Adesso, dieci anni dopo, coloro che si scagliano contro questo governo bolivariano sono l’élite militare, o una parte di essa, l’élite economica, l’élite politica del vecchio regime che ha contatti internazionali e cioè i padroni dei media. Noi ci ribellammo contro il potere, loro si ribellano con tutto il loro potere contro un governo legittimo, ma che amministrava per le maggioranze e non per favorire le minoranze. Quindi, vedi, è una situazione totalmente opposta. La rivolta del 1992 è stata una ribellione militare con caratteristiche di giustizia, pensando agli interessi della nazione. La cospirazione del 2002 è stato un golpe di un’élite contro gli interessi della nazione e ispirato dalle minoranze privilegiate.

Su Chávez la disinformazione italiana.

Gianni Minà, da “Il Manifesto” del 10 settembre 2009.
La riflessione più evidente che nasce dalla lettura dei media italiani dopo il trionfale passaggio a Venezia del presidente venezuelano Ugo Chavez, per la prima del film-documentario South of the Border a lui dedicato da Oliver Stone, è che da noi proprio non ne vogliono sapere di dire la verità su quello che sta accadendo nel mondo e perchè.
La nostra informazione, pateticamente impantanata nel suo stupido gioco di gossip, insulti e contro insulti locali, sembra ormai malata di autismo nelle sue certezze, anche quando queste certezze sono smentite dai fatti, come è accaduto nel recente crollo del muro del capitalismo. (…)
L’ARTICOLO COMPLETO POTRÀ ESSERE LETTO NEL LIBRO POLITICAMENTE SCORRETTO 2 EDITO PROSSIMAMENTE DA M. TROPEA EDITORE.