Un papà con la testa tra le nuvole

di Giuseppe Tramontana.

Padova, come saprete, è stata dichiarata una guerra. Una guerra bizzarra e grottesca. Della Giunta comunale a guida leghista contro mendicanti e artisti di strada. Né negli uni né gli altri possono liberamente muoversi in città facendo quello che sanno fare meglio. I primi non possono chiedere l’elemosina né nelle piazze né davanti alle chiese (la stessa elemosina può essere sequestrata dai Vigili Urbani, orami assurti, loro malgrado, al rango di Ceka locale); i secondi possono esibirsi sono in determinati spazi circoscritti, come polli di allevamento. Molte sono state le iniziative spontanee di gruppi o semplici cittadini contro tali provvedimenti. E tra queste vi è anche il racconto del nostro Giuseppe Tramontana. Sperando che qualcuno capisca, rifletta e agisca. Buona lettura.

Bambini, create il nuovo!
(Richard Wagner)

A trentacinque anni Antonio Balbin, padovano del popoloso quartiere dell’Arcella, era una persona abbastanza soddisfatta. Aveva un lavoro come tecnico informatico, una moglie, Gabriella, che insegnava chimica in un istituto tecnico e due figli, Francesco ed Elisa. Era un tipo tranquillo, Antonio, e questa sua tranquillità non era turbata nemmeno dopo le ultime elezioni, quando come sindaco era stato scelto un tipo settario e arrogante, mellifluo coi potenti e prepotente coi deboli, il quale aveva cominciato a dire e fare cose che Antonio non poteva condividere, soprattutto contro migranti e mendicanti, due categorie di persone che a lui facevano più pena che spavento. Non gli piaceva questa caccia al diverso, non gli piaceva che lo facesse il sindaco e non gli piaceva che altri, in buona o mala fede, lo giustificassero. Così, per un po’ di tempo, si chiese cosa potesse fare lui per dare un contributo di buon senso, ma ogni cosa che gli passava per la testa, filtrata dal sottile scetticismo verso la capacità dei suoi concittadini di cambiare idea, gli sembrava troppo velleitaria, poco incisiva, non abbastanza efficace, una semplice monata… Comprese così che l’unico modo per far migliorare la città, rendendola più civile, solidale ed accogliente, fosse educare i bambini, i piccoli padovani, cominciando dai suoi.
Ora, c’è da dire che Antonio oltre ad essere una persona tranquilla, equilibrata e posata, – forse proprio per questo – aveva i suoi tempi e nessuno al mondo avrebbe mai potuto farglieli cambiare. Era alquanto abitudinario, non amava i repentini cambiamenti – né nella sua vita né in generale, politica compresa – e raramente – a meno che non fosse proprio indispensabile – era disposto a mutare i piccoli e grandi riti che cadenzavano la sua esistenza.
Durante tutta la settimana, Antonio si alzava puntualmente alle cinque e tre quarti. Ormai quell’orario gli squillava in testa automaticamente: non aveva bisogno nemmeno di una sveglia. Si alzava, faceva il caffè, andava in bagno, si vestiva ed usciva puntualmente alle 7 e 10 minuti. Poi, prendeva il tram fino in stazione, attendeva il treno delle 7 e 27 per Venezia e strusciava il badge del lavoro alle 8 e 25. Tutti i santi giorni. Tutti i giorni, eccetto la domenica.
La domenica, per il signor Antonio, era un giorno speciale. La mattina non si alzava, come al solito, alle sei, ma più tardi, intorno alle otto. Si alzava con calma, lasciando Gabriella acciambellata sotto le coperte. Andava in cucina e metteva su la moka da due: una tazzina la beveva subito lui ed una la portava alla moglie. Non la svegliava però: con molta accortezza, lasciava la tazzina sul comodino accanto a lei: l’aroma del caffè l’avrebbe destata. Poi, andava in soggiorno, leggeva alcune pagine del libro che in quel periodo aveva sotto mano, accendeva la tv per vedere se c’erano notizie interessanti, sfogliava distrattamente il quotidiano del giorno prima. A questo punto, immancabilmente, forse svegliati dal fruscio delle pagine crocchianti, facevano capolino Francesco ed Elisa, rispettivamente di 7 e di 4 anni. I due bambini salutavano appena il papà e poi, uno accanto all’altra, si raggomitolavano sul divano di fronte, guardandolo di sottecchi, come a controllarlo, in attesa di qualcosa.
E quel qualcosa, loro lo sapevano, sarebbe arrivato presto, prestissimo. Infatti, appena il papà ripiegava il giornale e si alzava per andare a radersi, i due bambini correvano in camera loro, prendevano la valigetta del piccolo medico e, con fare preoccupato ma compunto, lo raggiungevano in bagno. Antonio non li mandava via: non era la privacy (e il suo insegnamento) che gli interessava. Al contrario, si piazzava davanti allo specchio sospeso sul lavabo, apriva l’anta dove erano riposti i suoi effetti, ricacciava la voglia di afferrare il rasoio elettrico e tirava fuori la bomboletta della schiuma da barba e il bilama usa e getta. Poi, si inumidiva velocemente il volto e con molta cura se lo insaponava. Infine, afferrava il bilama blu e verde e, con movimenti fluidi, cominciava le operazioni di rasatura. Durante tutto il rituale, Francesco ed Elisa, uno a destra e l’altra a sinistra del papà, non fiatavano, osservavano. E aspettavano. A questo punto il papà immancabilmente chiedeva:
“Cosa c’è, bambini?”
Ma loro non rispondevano.
Allora il papà insisteva:
“Cosa ci fate qui, così presto?”
Di solito era il più grande a rassicurarlo:
“Niente, papà, non ti preoccupare. Tu fatti la barba!”
Allora, il signor Antonio, per nulla disturbato dalla presenza dei bimbi accanto a lui, riprendeva a far scorrere il rasoio su quella schiuma spalmata sul viso, bianca e morbida come panna montata.
I bambini restavano in attesa, trepidanti, le valigette aperte accanto a loro. Pronti a scattare per soccorre il papà nel caso si fosse procurato la più piccola ferita. Restavano lì avvolti in un silenzio carico di tensione che baluginava dai loro occhi curiosi. Però, con tutta la buona volontà, per Antonio non era facile farsi nemmeno il minimo graffio. Eppure i bambini, pazienti e determinati, sicuri che alla fine ci sarebbe stato bisogno della loro opera, aspettavano, concentrati, come dei veri medici a bordo pista in occasione di una gara di formula 1. Ed alla fine, passa e ripassa, vai in su e vai in giù, pelo e contropelo, qua e là qualche piccola stilla di sangue cominciava a comparire sul volto rasato del signor Antonio. Ed era in quel momento che scattavano i due medici provetti. Sempre con quel cipiglio da professionisti, intervenivano solerti per prestare soccorso. Era Francesco a versare del disinfettante verde su un batuffolo di cotone idrofilo ed a passarlo con mano sicura sul graffio, mentre ad Elisa spettava il compito di collocarci su certi cerottini piccini piccini come le briciole della millefoglie che a volte lasciavano nel piatto.
La stessa operazione, all’incirca ogni mese, i bambini compivano sulle grosse dita dei piedi del papà, allorché, tutto preso, cercava di nascondersi per tagliarsi in santa pace le unghie dei piedi. In quel caso, i taglietti erano inferti dalle piccole forbicine con le punte acuminate che Antonio utilizzava.
Ed anche allora, sebbene con più difficoltà, Francesco ed Elisa intervenivano prima per disinfettare e poi per coprire quelle piccole ferite che quel distratto del loro papà si procurava. Ferite, che, tra l’altro, gli facevano davvero male e che lo costringevano a zoppicare per almeno tre-quattro giorni.
In questo modo, periodicamente, il signor Antonio era ben felice di poter donare una stilla del suo sangue ai figli, per la loro felicità e per farli crescere sicuri e disponibili ad aiutare il prossimo, insegnando a dominare l’impazienza, a liberarsi dell’egoismo ed a vincere le proprie debolezze, senza nutrire diffidenza verso gli altri e, soprattutto, senza restare prigionieri della ragnatela dell’indifferenza. Quell’indifferenza che, ne era convinto e lo ripeteva spesso, faceva puzzare le persone come la muffa gli armadi chiusi. In fondo – pensava – siamo tutti uomini, ma diventare migliori è soprattutto una lotta contro noi stessi. Forse il sindaco e i suoi uomini al Comune non l’hanno ancora capito, ma è così che si progredisce, singolarmente e collettivamente: con la solidarietà e la comprensione verso i più deboli. Anche a costo di qualche piccolo sacrificio.
Francesco ed Elisa, da parte loro, crescevano nella convinzione, settimana dopo settimana, di avere un papà proprio distratto, anzi con la testa tra le nuvole!, che senza di loro chissà come sarebbe finito. Ma loro c’erano e meno male che, con la loro bella valigetta, potevano soccorrerlo!

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