UCCIDETE QUELL’UOMO. GAETANO COSTA 35 ANNI DOPO

di Giuseppe Tramontana.

“Eroe è chi fa quello che può.”

(R. Rolland, Jean-Christophe)

“Non fosse che per un solo giusto,

 il mondo meritava di essere creato.”

(Talmud)

          Fa caldo a Palermo, il 6 di agosto. Un caldo sciroccoso, insano. “Scirocco quagghiato”, lo chiamano i palermitani, grumoso, appiccicoso come cotognata, che si attacca alla pelle, ai pensieri, che ti fa pesanti le palpebre, le gambe, i riflessi… In quel 6 agosto del 1980, verso le 19 e 30 di sera, un uomo distinto, ben vestito, si trova avvicina ad una bancarella di libri, proprio di fronte al cinema Excelsior. Siamo nel cuore della città, la centralissima Via Cavour. Non abita lontano, quell’uomo. Parallela a quella via, c’è Via Maqueda, forse la più famosa della Capitale siciliana. Non molto distante un’altra via, questa volta tristemente famosa: Via Isidoro Carini, dove, un paio d’anni dopo, sarebbero caduti Dalla Chiesa, la moglie e un agente di scorta. L’uomo, apparentemente sulla sessantina, alto, capelli pettinati all’indietro, ha raggiunto una bancarella e sfoglia alcuni libri. E’ interessato a dei volumi usurati dal tempo e dalla negligenza degli esseri umani. Sembra un uomo che abbia dimestichezza coi libri, un uomo di cultura come sul dirsi: potrebbe essere un insegnante, uno scrittore o un professore universitario. La via echeggia di auto, moto, delle canzoni dell’ultimo festival di Sanremo: siamo ormai ad agosto, ma Alice con la sua Per Elisa, vincitrice al festival,  risuona ancora.

            Una 112 celeste si ferma accanto al marciapiedi, proprio alle spalle dell’uomo. Un ragazzo, tra i 18 e i 23 anni, dirà un testimone,  balza giù. In mano stringe una pistola. Con due salti gli è proprio addosso. E spara. Uno, due, tre colpi. L’ultimo gli sfigura il viso. L’uomo cade bocconi, rantola. Morirà dissanguato nel giro di pochi secondi. Il  killer si allontana indisturbato. La 112 verrà ritrovata alla periferia della città qualche ora dopo.

            Chi è quel signore ammazzato così, a tradimento?

            E’ Gaetano Costa, il Procuratore capo della Repubblica di Palermo. Muore come sono morti tanti, come tanti altri dopo di lui. Muore sul  marciapiedi di una via centrale di Palermo, mentre sfiora le copertine di alcuni libri usati e con l’odore denso dello scirocco che gli impregna i pensieri. Ma, soprattutto, muore da solo. Solo.  Senza protezione, senza scorta. Lui, l’unico che all’epoca avrebbe potuta averla, pare ci abbia rinunciato per non mettere in pericolo altri padri di famiglia.  La moglie, Rita Bartoli Costa, nel libro dedicato al marito, Una storia vera a Palermo (Sciascia editore, 2001), racconta che il 6 agosto erano iniziate le ferie per loro. L’indomani, il 7, sarebbero partiti per Vulcano. Il 6, insomma, era il giorno dell’organizzazione della partenza, il giorno in cui la donna di casa decide quali bagagli preparare: bagagli, agli occhi dei mariti, sempre troppo pieni, troppo pesanti…  “Alla Questura – scrive la signora Costa – era stato deciso che durante il viaggio per Vulcano saremmo stati scortati fino a Milazzo dalla Polizia, dove quest’ultima ci avrebbe dato in consegna ai carabinieri di quella cittadina, che ci avrebbero dovuto scortare fino a Vulcano consegnandoci infine ai carabinieri dell’isola… Ricordo che fu il capo della Squadra mobile a comunicargli quella decisione di tutela per il periodo delle vacanze: non capivo, qualcosa non era chiaro, come un vuoto, uno strano vuoto per la mancanza di un progetto di tutela per il ritorno”. Uno strano vuoto. Molto strano. Se si considera che siamo ad agosto, che gli uomini a disposizione sono ridotti al minimo per le ferie e che stiamo parlando della tutela dell’uomo più in vista nella lotta alla mafia. Sembra quasi che la moglie adombri l’ipotesi di un complotto: non è stata prevista una scorta di ritorno perché tanto non sarebbe servita….

            Ha 64 anni, il Procuratore Costa, ed una vita in magistratura. E’ nato nel 1916 a Caltanissetta, ha fatto la resistenza tra le file del PCI clandestino, e agli inizi del ‘40 è entrato in magistratura. Giudice, dapprima a Roma, poi a Caltanissetta dal ‘44 al ‘65, infine a Palermo. Procuratore capo dal gennaio 1978.

            E’ un siciliano di provincia, come si dice. Schivo, riservato, acuto. Appena giunto nella capitale siciliana ha capito un paio di cose: 1) non si può parlare di mafia se non si parla anche di poteri pubblici; 2) la mafia va colpita, sì, certo,  con la repressione poliziesca e giudiziaria, ma bisogna mirare soprattutto agli interessi economici giacché sono questi che ne accrescono potere e arroganza. Ha capito, come pochi altri in quel periodo assieme a lui, che la mafia si sta trasformando. Sta diventando, anzi si sta inventando imprenditrice, la mafia dei ‘colletti bianchi’, che va a braccetto con i politici, che frequenta i salotti buoni, che conserva la faccia rispettabile e volitiva dei capitani d’industria. E’ la mafia che offre e riceve appoggi a tutti i livelli, che, in maniera pulita, suadente, ovattata, è penetrata nelle stanze dei Comuni e delle Province per condizionare appalti, forniture, gestire e manovrare i soldi che arrivano da Roma, dalla Cassa per il Mezzogiorno, dai fondi per il Belice. Insomma, una manna. Costa capisce. E con lui pochi altri. Tra costoro, Rocco Chinnici, il capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo, e Cesare Terranova, suo amico stimatissimo. Con Chinnici – raccontano al Palazzo di Giustizia di Palermo –  si incontra in ascensore e vanno su e giù, su e giù, per sfuggire alle orecchie indiscrete, alle talpe annidate in ogni dove. Parlano, si confrontano, fanno il punto della situazione. Si indaga sulla mafia siculo-americana e sulle famiglie Spatola, Gambino, Inzerillo. Si sa del traffico di droga. Si sa di come arrivi a Palermo e poi prenda il volo per tutte le destinazioni del mondo: Nizza, Marsiglia, Milano, Amsterdam, Londra, Amburgo, Atene. Su questo aveva lavorato un altro mastino, Boris Giuliano, il vice-capo della mobile ammazzato al Bar Lux il 21 luglio del 1979, un anno prima.  Ed il lavoro di Giuliano è stato preso in mano da Emanuele Basile, il capitano dei carabinieri di Monreale. E’ bravo Basile. E’ riuscito a ricostruire i vari passaggi del narcotraffico, probabilmente è sul punto di dare un volto agli assassini di Giuliano, ma viene ucciso pure lui. E’ successo tre mesi prima,  il 4 maggio 1980. Viene ammazzato, a Monreale, da Vincenzo Puccio mentre stava per assistere ai fuochi artificiali: in braccio ha la figlia Barbara,  di nemmeno tre anni.

            Grazie ad intercettazioni telefoniche,  prove fotografiche, ma soprattutto in virtù di un peculiare acume nello studiare le carte, a Costa appaiono chiari i nessi tra i personaggi chiave della mafia siculo-americana e siciliana, così come la catena dei collegamenti, dei rapporti societari, delle amicizie e parentele, dei referenti  e dei padrini politici. Tanto è bastato per individuare 55 personaggi da arrestare. Il gotha mafioso, tra Palermo e gli USA. Il 9 maggio ha convocato i suoi sostituti. L’aggiunto non si è neppure fatto vivo. Ai sostituti ha illustrato la situazione: occorre spiccare i mandati di cattura per questa gente. Ma i sostituti non ne vogliono sapere. Ma siamo sicuri? Ci sono tutti gli elementi? Abbiamo le prove? Sono affidabili? Cosa dirà l’opinione pubblica? Non è che poi… E via di questo passo. In quell’occasione, tutto il garantismo dei magistrati (non degli avvocati) viene squadernato per stoppare sul nascere ogni iniziativa del Procuratore. Alla fine, tra porte sbattute, voci che si alzano, minacce e controminacce, i sostituti fanno sapere che loro, quelle carte,  non le avrebbero firmate. Bene, dice Costa, quel che c’è da fare, lo faccio io. Un uomo che ha combattuto contro i nazisti non può farsi bloccare dall’ostruzione di un alcuni malcelati pusillanimi. Li firma direttamente lui, quei mandati, informandone anche la stampa. E, con questo – a detta di Buscetta – firma anche la propria condanna a morte.

            Come ricorda Giuseppe Casarrubea, quando era giunto a Palermo, conscio delle difficoltà che lo attendevano, aveva dichiarato: “Vengo, in un ambiente dove non conosco nessuno, sono distratto e poco fisionomista. Sono circostanze che provocheranno equivoci. In questa situazione è inevitabile che il mio inserimento provocherà anche dei fenomeni di rigetto. Se la discussione però si sviluppa senza riserve mentali, per quanto vivace, polemica e stimolante, non ci priverà di una sostanziale serenità. Ma ove la discussione fosse inquinata da rapporti d’inimicizia, d’interlocutori ostili e pieni di riserve, si giungerà fatalmente alla lite”.  Era stato buon profeta.

            Eppure la storia degli ordini di cattura non firmati non è l’unica vicenda ambigua su cui porre attenzione. Com’è emerso nel corso del processo tenutosi a Catania, il Procuratore ha ordinato delle indagini alla Guardia di Finanza il 14 luglio 1980 – cioè meno di un mese prima di essere ucciso. Bisogna svolgere attività investigativa a largo raggio, su tutto il territorio nazionale, su intrecci, rapporti economici, finanziari, bancari e societari, non solo sui mafiosi palermitani, ma anche sui loro amici e complici – più o meno occulti – in giro per l’Italia.

           Quelle indagini sono pericolose, molto pericolose. E Costa lo sa. Spera probabilmente di poter far luce, in questo modo, sugli omicidi di Piersanti Mattarella, il Presidente della Regione Siciliana ucciso all’inizio di quello stesso anno, e dell’amico giudice Cesare Terranova, caduto il 25 settembre dell’anno precedente. Ne ha parlato sicuramente con Rocco Chinnici, dentro il famoso ascensore della Procura. Di queste indagini, se ne sta occupando il colonnello Pascucci, della Guardia di Finanza. Come  racconterà ai giudici catanesi la signora Pascucci, moglie del colonnello,  pochi giorni dopo l’avvio delle indagini da parte del marito,  lei stessa era stata avvicinata per strada  da uno sconosciuto che aveva “raccomandato al comandante di non approfondirle troppo”. Poi arriva la mano del killer a fermare Costa. Subito dopo, accadono cose strane. Decisamente strane. Il colonnello Pascucci, apparentemente senza motivo, viene trasferito. Al processo, chiedono al colonnello Pizzuti, collaboratore di Pascucci, se sia a conoscenza dei motivi del trasferimento del collega. Pizzuti risponde in maniera indiretta, facendo riferimento alla propria sostituzione con il col. Mola, avvicendamento effettuato anch’esso in quel  torno di tempo, subito dopo l’omicidio Costa. Sottolinea,  il colonnello Pizzuti, davanti al giudice catanese che lo interroga, come le modalità del passaggio delle consegne gli siano sembrate inusuali: “le consegne da parte del colonnello Mola – con buona pace di Mola – che comandava il Nucleo di polizia tributaria di Palermo avvennero in mezz’ora e non ho avuto nemmeno il tempo di chiedergli alcunché tra cui notizie sul precedente trasferimento di Pascucci che io conoscevo personalmente in quanto mio compagno di corso…”, tuttavia un’idea Pizzuti se l’è fatta: “quanto sopra detto circa l’ingerenza della P2 nel mio trasferimento posso motivarlo in relazione al fatto che la P2 di Licio Gelli aveva in Arezzo la sua sede operativa e che il comandante generale della Guardia di Finanza generale Giannini risultò poi essere un’aderente a tale loggia massonica (tessera nr. 832, n.d.a.) ; probabilmente avevo messo le mani su qualche cosa che non andava toccato -… Il generale Giannini mi telefonò direttamente ..anche ciò è insolito… dicendomi che dovevo andare via da Firenze e proponendomi di andare alla Criminalpol di Roma … o a dirigere il Nucleo di polizia tributaria di Palermo. … pur non competendomi tale destinazione in quanto io ero al mio terzo comando di legione mentre di solito a Palermo si mandano dei colonnelli..al loro primo incarico a Palermo, optai per Palermo intendendo restare nell’ambito della Guardia di Finanza …il passaggio di consegna tra Mola e me avvenne come ho detto in mezz’ora, mi limitai a firmare il registro delle comunicazioni riservate e ritirare le chiavi della cassaforte, per il resto mi disse il Mola te la vedrai con l’aiutante maggiore del quale non ricordo il nome.” Il Presidente gli chiede, a questo punto, se il col. Mola gli abbia mai chiesto qualcosa sulle indagini in corso a Palermo. Pizzuti risponde sicuro: “il colonnello Mola non mi ha minimante accennato alle indagini giudiziarie in corso e alla attività demandata alla Guardia di Finanza. Faccio presente che solo da notizie attinte dai miei dipendenti nonché dagli atti d’ufficio, appresi delle indagini delicate e particolari in corso e tra esse quelle relative all’appalto di sei scuole collegate all’omicidio Mattarella. Ricordo che i miei dipendenti brancolavano nel buio – ci ritorneremo fra un momento – non essendo riusciti ad acquisire elementi utili …Debbo però far presente …che c’era una situazione alquanto insolita in questo comando …mentre normalmente in un Nucleo di polizia tributaria vi sono diversi ufficiali superiori quali tenenti e colonnelli, nel Nucleo di Palermo trovai ufficiali giovanissimi il più anziano dei quali era il maggiore Tramet …”

      Insomma, tutto appare preordinato a bloccare le indagini. E il primo tassello dello sbarramento potrebbe essere l’omicidio del Procuratore Costa. Infatti, sotto la direzione del col. Mola, lentamente, ma irreversibilmente le indagini si arenano, le informazioni si estinguono, il filone si esaurisce. Senza giungere ad alcuna conclusione. Caso, coincidenza? Non proprio, se è vero che anche la Corte d’Assise d’Appello di Catania (che, confermando la sentenza di primo grado, assolve, pur tra mille dubbi e perplessità, dall’aver commesso l’omicidio il mafioso Totuccio Inzerillo) si lascia andare a questa considerazione molto impegnativa: “E’ aleggiata su alcuni episodi (e ciò dicasi per i continui avvicendamenti ai vertici della Guardia di Finanza di Palermo: v. dichiarazioni del Mola e soprattutto del Pizzuti) l’ombra nefasta della P2 di Licio Gelli. Occupandosi quindi di tali moventi (la vendetta di Inzerillo per gli arresti dei 55 suoi gregari e la volontà di qualcuno, più in alto, di fermare le indagini, n. d. a.) ritiene la Corte di non essere assolutamente nelle condizioni di potere affermare che il primo (convalida degli arresti) costituisca il vero ed esclusivo movente dell’omicidio e di potere escludere che sussista altro movente alternativo o concorrente.”

       Ma, intanto, un altro giusto è morto. Un uomo corretto, intransigente, pervicace, onesto. E solo. Di una solitudine cupa. Lasciato solo dai suoi collaboratori, dalle istituzioni. E’, in fondo, la solita storia dell’eroe moderno, siciliano soprattutto. Che muore per il suo impegno, che va verso il compimento del proprio destino a testa alta. Muore sapendo di morire. Pere difendere le istituzioni, per nobilitare le istituzioni. Quelle istituzioni che spesso lo scaricano o sono anch’esse rappresentati da uomini che pensano più alle carriere, alle conferenze stampa, alle auto blu, agli ermellini, che non a percorrere, silenziosamente e sobriamente, l’erta strada della giustizia. Ma Costa fu qualcosa in più. Costa, infatti,  è stato anche dimenticato. Semplicemente dimenticato. Molti altri hanno fatto la sua stessa fine. L’elenco è lungo, lunghissimo, lugubre. A snocciolarlo si prova una stretta al cuore, a raccontare quelle storie, quelle vite, i loro sogni interrotti, ti afferra un senso di nausea, e poi un brivido, una scossa  tipo doccia gelata.

            Di Costa un suo sostituto ha detto che era un uomo “di cui si poteva comperare solo la morte”.  Ha ragione. La morte arriva. Puntuale. La giustizia no. Non ci sono colpevoli per il suo omicidio. E, da trentacinque, giorno dopo giorno, lo stiamo seppellendo definitivamente, una scaglia, una briciola, un mattone, una balàta di indifferenza dopo l’altra, poco per la volta. Fino a tumularne la memoria, le battaglie di giustizia, il senso di legalità ed il  coraggio insopportabilmente fastidiosi per un popolo che, pur lamentandosi ed atteggiandosi a rivoluzionario da tastiera, ama sguazzare nella servitù. Rapido oblio, secondo sudario dei morti.