TUTTO SULLE NOSTRE SPALLE

di Giovanni Puglisi.

Roma. “Tutto sulle nostre spalle”. Stampato sulle magliette, sui fazzoletti e sui cappellini il rosso della CGIL copre centinaia di metri di ogni percorso. Mai tanto titolo della manifestazione a Roma del 12 giugno, indetta dal maggior sindacato italiano (l’unico che si è mobilitato contro la manovra finanziaria annunciata da Tremonti) fu così appropriato nel constatare una brutta manovra da parte di un governo che si appresta a spezzare le reni ai lavoratori del comparto pubblico. E’ il popolo dei 1.200, 1.300 euro al mese, giunto ormai ai limiti della sopravvivenza. Ma c’è anche chi sta peggio di loro. I pensionati e i precari. I primi ormai aggrappati al respiratore artificiale e i secondi al limite della disperazione in vista dei prossimi licenziamenti.

Il corteo parte con mezz’ora d’anticipo sull’ora prevista (alle 15.30). Sono arrivati in  tanti, tra autobus e treni. Fa molto caldo, ma almeno è un po’ ventilato.

Almeno centomila persone e sono ben visibili. Arriviamo in piazza del popolo con la testa del corteo, ma la coda ci raggiunge dopo un’ora. Sono tanti e fanno paura. Insegnanti e personale ATA, lavoratori della ricerca e del pubblico impiego. Sono arrabbiati per quello che accadrà, perché la manovra si è abbattuta in modo aggressivo ed arrogante da parte del governo, dichiarano molti partecipanti, ma sono anche impauriti per il loro futuro.

Vi sono tante delegazioni (oltre a quelle dei pensionati) di altre categorie (come gli operai della Fiat di Pomigliano) e di forze politiche. Vi sono operai in cassa integrazione.

I manifestanti si muovono veloci. Vogliono arrivare al più presto sotto il palco degli oratori e dei loro rappresentanti sindacali. Una coppia di insegnanti giunta in piazza Trinità dei Monti passa di fianco ad un ristorante che serve a qualunque orario il menu e offre uno scorcio incantevole della capitale. I due si guardano sconsolati perché consapevoli che ne passerà molto di tempo prima di permettersi una futilità.

“Il governo e la CONFINDUSTRIA devono fare i conti con la CGIL” – rivendica la propria autonomia  il segretario nazionale della FLCGIL Domenico Pantaleo, tra un tripudio di bandiere e cappellini rossi. – “Noi vogliamo cambiare in meglio il nostro paese”. E rivendica “più giustizia sociale, più democrazia, meno diseguaglianze sociali. Di fronte ad un’idea autoritaria del paese una legge liberticida che pone il bavaglio all’informazione. Avremo più tangentisti, più mafiosi e più criminali. Si vogliono nascondere le malefatte del potere. Si vuole occultare una corruzione che costa allo stato 60 miliardi di euro. Con questa legge non potremo più conoscere verità scomode, come le risate della cricca mentre a l’Aquila si moriva sotto le macerie. E mentre il paese vive una fase drammatica è evidente che crisi democratica e crisi sociale s’intrecciano tra di loro”.

La macelleria sociale che si sta perpetuando con questa manovra finanziaria – attacca Pantaleo – “è la logica continuità e le politiche economiche e sociali di questo governo che è stato supportato dalla CONFINDUSTRIA della Marcegaglia. Il licenziamento di massa che sta avvenendo in tutti i settori pubblici e privati. La precarietà diffusa e le basse retribuzioni, la privatizzazione dei beni comuni, come l’acqua, come la conoscenza pubblica, la distruzione dei diritti del lavoro a colpi di legge che cancella i diritti fondamentali. Si vuole approfittare della crisi per mettere in discussione conquiste. Siamo di fronte ad un governo autoritario e antisociale supportato dalle organizzazioni corporative che pensano solo ai loro interessi e non a quelli generali” . “Si sta occultando la drammaticità della crisi, i migliaia di licenziamenti, della crescita della precarietà della condizione della povertà di tanti lavoratori e pensionati. Per farsi ascoltare occorreva salire sui tetti, occupare strade e ferrovie e nel contempo si tagliano tutte le risorse dei comparti della conoscenza, col chiaro intento di far morire i principi e i valori della nostra Costituzione, fondati sull’apprendimento garantito a tutti, dell’istruzione pubblica, sulla libertà di insegnamento, della ricerca”.

A Bonanni e ad Angeletti chiede: “Dove sarebbe l’equità e la giustizia sociale in tutto questo? Perché in tutta Europa si sciopera unitariamente e qui in Italia non si riesce a fare?

E qui riprende i brutali tagli alla scuola: 50.000 docenti, tanti ATA, i precari che non avranno più le supplenze annuali. Licenziamenti nelle Università, 27.000 nella Ricerca. E poi il blocco degli stipendi e degli scatti di anzianità per 4 anni. In sostanza, “la distruzione di magliaia di posti di lavoro. E tutti contro le nuove generazioni che non avranno un futuro. Perché senza la ricerca non ci sarà futuro. Si dice che costano tanto. Che tolgano pure i consigli di amministrazione, – taglia corto – tanto sono professionisti che hanno un doppio lavoro”.

Alla Gelmini non lesina carezze: “Lei odia tutto questo perché il suo fine è la privatizzazione del sistema scolastico. Lei pensa ad una scuola nella quale soltanto i più ricchi potranno studiare e a chi è immigrato viene sempre più emarginato, come anche i disabili, che non avranno gli insegnanti di sostegno”. Infervorato dalla propria verve oratoria, alla fine il combattivo pugliese chiude il suo intervento lanciando l’appello alla partecipazione dello sciopero generale del 25 giugno.

Poi arriva il turno di Rosanna Vettori, segretario nazionale della funzione pubblica, che rivendica la difesa del lavoro pubblico e i servizi che lo Stato dovrebbe garantire ai cittadini. A cominciare dalle fasce più deboli ed emarginate del paese. “La manovra del ministro Tremonti  è l’ennesimo attacco al sistema dei diritti universali che il governo Berlusconi porta avanti da un decennio. Questa manovra è un intervento più incisivo e devastante di altri. Che si parli di arbitrato, di statuto dei lavoratori, l’attacco è sempre lo stesso. Al sistema dei diritti. Al principio di uguaglianza, di solidarietà sociale, al sindacato soprattutto alla CGIL. E aggiunge: “Il disegno è ormai chiaro: la scomposizione e la frammentazione dei diritti di cittadinanza che la costituzione ha voluto affidare ad ogni singolo individuo. E la loro trasformazione in un sistema di opportunità, così come recita il libro bianco del ministro Sacconi. Io dico un sistema di privilegi e di corporazioni è un attacco ai diritti di cittadinanza di ogni singolo cittadino”.

La pasionaria della funzione pubblica si rivolge ancora a Berlusconi: “Di fronte alla sua  volontà di governare come le pare e piace. La manovra del governo è sbagliata, iniqua, aumenta le diseguaglianze, punisce i poveri e rafforza i ricchi, gli evasori e le caste, mettendo le mani dentro i nostri portafogli. Toglie il denaro a noi e ai nostri figli. Cancella le nostre e le loro aspirazioni di miglioramento personale e sociale, viola i diritti dei lavoratori. Azzera il nostro futuro. I 3000 euro di stipendi che perderemo in termini di potere d’acquisto nei futuri 4 anni. Licenziamento dei precari della pubblica amministrazione e della scuola. Noi siamo quelli dei 1300 euro al mese. Quelli delle trasferte non pagate , degli straordinari non retribuiti, quelli che faticano ad arrivare a fine mese. Quelli che nonostante ciò che dice Brunetta proviamo a garantire i servizi negli ospedali, negli asili nido.

Chiude infine la giornata l’atteso segretario generale Guglielmo Epifani, ponendo con insistenza delle domande al Governo: “Perché non si sono fatte le cose che si dovevano fare? Più Europa, più regole per contrastare i movimenti speculativi e l’anarchia dei mercati finanziari. C’è bisogno di regole per la finanza mondiale ed europea. Di trasparenza, di controllo da autorità internazionali.“Chi solo a dicembre dello scorso anno diceva altre cose, deve chiedere scusa al paese. Perché nessuno voleva vedere che un milione di persone avrebbe perso il lavoro?  E dov’erano il presidente del consiglio e il ministro dell’economia che ci avevano detto che il nostro stava meglio degli altri paesi? Ci vuole un filo di coerenza: se tutto va bene perché devi fare una manovra di questa portata? E tutto questo mentre altri capi di governo dicevano la verità. Dunque, è chiaro che “la Nazione è stata ingannata dal governo, e ora le contromisure sono inaccettabili perché scaricano tutto sulle spalle dei ceti deboli e sui dipendenti pubblici e privati”.  Poi  sempre più incalzante: “Il governo ha detto che la manovra è stata imposta dall’Europa. E’ falso! Voi avete nascosto la crisi per due anni, avete detto che il peggio era passato, altrove non hanno nascosto la verità. Per risanare i conti in Spagna Zapatero tassa i redditi medio-alti, in Inghilterra Cameron tassa le banche, in Germania la Merkel le banche e le transazioni finanziarie e investe 13 miliardi per sostenere l’istruzione, la ricerca e la formazione”. Perché qui da noi non si ammette che questa crisi sarà dura e che sarà affrontata con senso di responsabilità?”. E inoltre, “questa è una manovra iniqua, non fa riforme (sulla previdenza), né per lo sviluppo e l’occupazione (del mezzogiorno) e dove i sacrifici li fanno sempre i soliti, mentre chi più ha non ci mette nemmeno un euro. Sia chiaro – tiene però a precisare – che una manovra, che va comunque fatta, ma non come la sta facendo questo governo”.

Sui giovani dice: “Mentre assistiamo al più grosso innalzamento dell’età pensionabile, i giovani precari restano le prime vittime che nel futuro avranno pensioni troppo basse”.

In difesa della Costituzione: “Con questa Carta, in 20 anni siamo diventati il quinto Paese più avanzato del mondo. La Costituzione non c’entra nulla se una nazione va avanti o indietro economicamente”. I lavoratori del comparto pubblico vengono colpite da più parti da questa manovra: non avranno i contratti nazionali rinnovati per il prossimo triennio; non avranno quella parte dei contratti rinnovati che superano il 3,2%; non avranno in comparti come la scuola nessuno di quegli automatismi che i contratti in essere prevedono. Si riforma così, en passant, il meccanismo della buonuscita di tutti i lavoratori pubblici e della scuola che sono soprattutto soldi per il futuro;

Questa crisi la pagano col taglio degli organici a partire dai lavoratori precari.

Altra novità riguarda l’innalzamento dell’età pensionabile per tutti comprese le donne. “A noi in fondo non ce l’aveva ordinato nessuno, come ha fatto il governo. Perché l’UE ci aveva chiesto di perequare le uscite di uomini e donne nella pubblica amministrazione. E’ singolare  che l’innalzamento dell’età pensionabile per le donne sia addirittura ritenuto un bene. Perché in fondo così sono equiparate agli uomini. Peccato che ci sia una regola dove se si è diseguali in tutto soltanto in un punto quella non è una norma che fa uguaglianza, ma accentua le differenze. Ma tanto riguarda solo il pubblico. Fino a quando non verrà fuori ad estenderlo nel privato.

Poi passando al tema delle pensioni: “Adesso abbiamo 65 anni di età per gli uomini del pubblico e del  privato e per le donne del pubblico, 60 per le donne nel privato. Prima o poi, secondo voi, non arriverà il furbetto di turno che dirà: portiamo tutti a 65 anni?” Perché un bidello (detto nel suo antico nome) che guadagna 1200 (per la cronaca uno che lavora da dieci anni non arriva neanche a 1000 euro, n.d.r.) con questa manovra paga 3000 euro in tre anni, un portantino di ospedale paga 2000, perché non si vuol capire che c’è un rapporto inversamente proporzionale tra chi guadagna col proprio sudore e quello che questa manovra chiede di fare?

Epifani, a questo punto propone di tornare “al pensionamento flessibile di vecchiaia, uomini e donne, pubblici e privati, si vada in pensione tra un minimo e un massimo chi può resta un po’ di più chi non può è libero di andare un po’ prima. Senza costrizioni e senza furbizie”.

Per il segretario occorre “tornare al pensionamento flessibile di vecchiaia per gli uomini e per le donne nel pubblico e nel privato, così come prevedeva la riforma Dini. Ce l’hanno tolta perché c’era bisogno di rigidità, ma la vita delle persone non può essere fatta solo di rigidità, c’è bisogno di flessibilità”.

“Molti lavoratori sono in mobilità, la mobilità dura tre anni, la mobilità si aggancia alla pensione, tranne che per 10000, cosa succederà a questi ultimi? Si troveranno senza pensione, sono già senza lavoro e senza indennità di mobilità. Vorrei almeno su questo che il parlamento apportasse delle correzioni”. E ancora, “se ho 40 anni non ho più le mie finestre. Devo restare di più a lavorare ma senza che i miei contributi mi diano più pensione. In altre parole resto a lavorare per far cassa per il Paese. Per non parlare della norma sull’arbitrato dove un giovane appena assunto è chiamato dopo trenta giorni a rinunciare al diritto alla propria tutela ricorrendo al giudice.

“La crisi non la paga chi guadagna da 100 mila euro a un milione, chi ha le barche, i panfili, i campi da golf, chi ha la rendita chi specula. Perché devono salvare il Paese solo quelli che tirano sempre la carretta e non riescono ad arrivare a fine mese?”. C’è poco da aggiungere a questo punto: è proprio tutto sulle loro spalle.