“Taxi Teheran” di Jafar Panahi. Una storia semplice

di Giusy Paesano Jackman.

Un lungo piano sequenza ci introduce nel cuore di una Teheran movimentata e sinuosa, fatta di alberi, vicoli, palazzi, insegne di locali e negozi, popolata di trepidante umanità, restituita allo spettatore attraverso l’occhio di una microscopica m.d.p. posizionata sul cruscotto di un taxi. Al volante lo stesso Jafar Panahi, condannato dal governo iraniano a sei anni di reclusione e interdetto per venti dallo svolgere il proprio lavoro e, come se non bastasse, dal viaggiare e rilasciare interviste, sia in patria che all’estero.

Un’idea semplice e per ciò stesso ardita, quindi, quella di ambientare un intero film nell’abitacolo di una vettura che diventa così teatro e centro propulsivo di una messa in scena giocoforza minimalista, atta ad aggirare le limitazioni di un regime divenuto sempre  più opprimente.

E’ attraverso un escamotage che si decide di filmare “il reale” giocando sull’ambivalenza, tanto cara al cinema iraniano, tra realtà e verosimiglianza avvalendosi degli unici mezzi che si hanno a disposizione: un taxi, una bimba (nipote del regista), una camera nascosta, alcuni amici/complici ma soprattutto una città che si può ancora attraversare contando sulla bellezza di un mattino assolato in cui visi, storie, umori si mescolano ed intrecciano nella prorompente vitalità di una prospettiva corale.

Di questa umanità traboccante vita, Jafar Panahi si fa cantore e latore (non solo metaforico ma letterale) realizzando con metodo, nonostante l’inconsistenza dei mezzi, un progetto stilistico e narrativo che restituisce l’immagine di un Iran – quasi in opposizione alle restrizioni – giocoso e mosso, che potrebbe addirittura sembrare sereno se non fosse per i racconti dei passeggeri che parlano di pena di morte e limitazioni d’ogni tipo e che scorre al di là dei vetri dei finestrini, ed è come se l’opera vivesse tutta nel décadrage ossia al di là del visibile e possibile attuato,in inquadrature inespresse e ipotizzate, irrealizzate e probabili, fantasmatiche, e si declinasse attraverso un discorso che ne suppone uno ulteriore, più articolato e complesso, sull’ altro film, presente in filigrana, che si sarebbe potuto vedere se solo si fosse potuto girare in condizioni “normali”e senza limitazioni di sorta: cinema di progetti immaginari, che avrebbero potuto trovare attuazione se  solo non si fosse stati in catene.

Cionondimeno è proprio dal limite imposto che sgorga limpida l’intenzione “militante” che si realizza  con maggiore forza nei dialoghi e nelle inquadrature dei volti  e da’ densità e forza alla clandestinita’ di un piccolo film divenuto“necessità necessitata”, progetto che valica i confini, li riduce, li torce e  proprio attraverso il limite genera un’IDEA, che e’ come l’essenza primordiale e sostanziale di cui scriveva Platone (non a caso ἰδεῖν in greco significa VEDERE: vedere le cose in proiezione, nella rappresentazione o “disegno” della mente).

Un’idea divenuta qui gesto filmico non solo attuato ma persino  immaginato come ulteriore.

Per questa ragione “Taxi Teheran” si ritiene debba essere letto e vissuto non tanto per quel che è ma per quel che rappresenta e/o avrebbe potuto essere, per l’ ipotesi di cinema che reca con sé,per il valore simbolico e di r-Esistenza che assume, per quella rosa della scena finale abbandonata sul cruscotto dell’auto che e’ come le poesie scritte dal carcere dai prigionieri politici sulle scatole dei fiammiferi. Perché una rosa e’ una rosa e il coraggio e’ il coraggio e il cinema e’ anche fatto di idee semplici sognate e avveratesi – seppur solo in parte – nonostante la limitatezza dei mezzi a disposizione. Nella scena finale Panahi riprende se’ stesso nell’atto di tornare alla macchina (nella doppia valenza – anche qui simbolica e letterale – di m.d.p. e abitacolo della vettura) e in quell’ inquadratura in campo lungo di se’ a figura intera c’è tutta la forza, la vitalità, la dirompenza, (letterariamente) l’interezza di un uomo che non si rassegna nè si piega e per il quale l’atto del vedere e del filmare – con qualunque mezzo questo possa essere attuato – si trasforma in canto d’amore e di resilienza.

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“Taxi Teheran” di Jafar Panahi

 Una storia semplice.

Paese di produzione: Iran; Anno: 2015; Durata: 82min.; Genere:commedia, drammatico; Regia, soggetto, sceneggiatura: Jafar Panahi; Produttore: Jafar Panahi Film Production; Distribuzione (Italia): Cinema; Interpreti e personaggi: Jafar Panahi, sé stesso.