TANGENTI. La corruzione è l’arma della mafia

di Lirio Abbate.

I clan comprano politici e funzionari e quando la mazzetta non basta usano la violenza. Calano gli omicidi e aumentano le indagini per riciclaggio. Ecco i numeri di chi è in carcere per questi reati e le interdittive fatte per Expo e per la ricostruzione post terremoto in Abruzzo.

È la corruzione l’arma utilizzata dalle mafie, che avanzano in silenzio inquinando la politica locale, nazionale e l’economia. I boss mettono da parte i kalashnikov per armarsi di mazzette o della forza intimidatoria per corrompere. E non è una buona notizia, anzi: questa metamorfosi ha già segnato un’evoluzione micidiale, capace di stringere in una morsa letale economia e istituzioni italiane. Nel numero dell’Espresso in edicola si racconta l’avanzata delle mafie a colpi di mazzette e accordi corruttivi.

Gli omicidi dei clan continuano a calare e hanno un profilo sempre più basso. A Palermo lo scorso anno c’è stato un solo omicidio riconducibile a Cosa nostra. Allo stesso tempo però cresce la penetrazione finanziaria delle cosche, che investono e muovono capitali infiniti.

L’allarme rosso nasce da tante inchieste in giro per il Paese che fanno vedere come la mafia è cambiata rispetto a vent’anni fa, soprattutto sulla penetrazione negli affari dell’Italia centro-settentrionale: dai cantieri della ricostruzione dell’Abruzzo e dell’Emilia a quelli dell’Expo milanese.

Ed è frutto di un calcolo semplice: mentre i vecchi metodi violenti provocano allarme e condanne pesanti, con le tangenti si rischia pochissimo. I dati che “l’Espresso” pubblica in esclusiva rivelano che a fine febbraio su quasi 60 mila persone detenute in Italia, solo 522 sono state arrestate per corruzione. E solo la metà sta scontando sentenze definitive: gli altri hanno speranze concrete di evitare il verdetto grazie alla prescrizione che divora i processi.

Il modello è Massimo Carminati, il “Cecato” che ha visto lontano, quando parla della “terra di mezzo”, la zona grigia tra i “vivi” e i “morti”, tra i colletti bianchi e i criminali di strada, dove «tutti si incontrano». C’è anche la ricostruzione dell’Abruzzo, un’occasione d’oro per le joint venture delle cosche. La prefettura dell’Aquila ha bloccato 37 imprese, interdette perché ritenute colluse o oggetto di ingerenze mafiose: undici hanno sede nel Nord, 19 nel Centro (di cui 12 a L’Aquila) e sette nel Sud.

Si traccia una mappa che fa capire come capitali e interessi mafiosi si siano infilati nella pancia di aziende locali, diventate i cavalli di troia dell’espansione. Lo stesso fenomeno si è registrato con l’Expo: delle 46 interdittive per sospette infiltrazioni criminali, con contratti per un valore vicino ai cento milioni di euro, solo undici hanno riguardato ditte meridionali.

Le interdittive dei prefetti fanno meno paura degli ordini di arresto. Sono misure amministrative, non si rischia il carcere: l’imprenditore può fare ricorso al Tar, che spesso accoglie gli appelli.

L’inchiesta integrale sull’Espresso in edicola venerdì 20 marzo e subito online su Espresso+