Sulla libertà che si paga. Ancora

di Giuseppe Tramontana.

Era la notte tra il 12 e il 13 gennaio del 1990. Il freddo rendeva l’aria irrespirabile, a Vilnius, Lituania. Il 20 dicembre il Partito comunista lituano si era scisso dal PCUS, l’11 gennaio il Segretario generale del PCUS e capo dell’URSS Michail Gorbaciov era giunto in visita ufficiale nella capitale lituana. Voleva convincere la gente a rinunciare all’indipendenza. Infatti, per ogni evenienza, tra l’8 e il 9 diverse unità militari sovietiche erano state trasferite in territorio lituano al comando del generale Vladislav Achalov. L’11 e il 12 gennaio le truppe avevano cercato di forzare il parlamento. Ed era stato a quel punto che la gente, i lituani, era scesa in strada, occupando la Via Baltica, che congiunge Estonia, Lettonia e Lituania. Alle due di quella notte tra il 12 e il 13 gennaio i militari russi tagliarono i cavi che assicuravano il collegamento televisivo. I tecnici non si lasciarono intimorire.. “Fascisti, fascisti, assassini!” gridava la folla contro i soldati, davanti agli studi televisivi di Vilnius. Irritati questi ultimi spararono. Anche i carri armati T-72, BTR-60 e BDRM: una salva dietro l’altra. Intanto, tanta gente era accorsa a difendere la Torre della televisione: era l’unico modo per garantirsi la libertà di informazione e far sapere al mondo ciò che stava accadendo. E fu alla Torre che l’Armata Rossa diede il peggio di sé. Persero la vita 13 manifestanti, di cui otto studenti (sempre gli studenti, eh?) e cinque operai (sempre gli operai, eh?). Un passante morì d’infarto e un soldato sovietico fu colpito al petto da una pallottola vagante. Loreta Asanaviciute era una ragazza da amare. Aveva 24 anni, capelli neri, leggermente ondulati, occhi scuri, sopracciglie folte e dritte, labbra piene, sensuali. Era minuta, ma con un lungo collo sottile. E uno sguardo intelligente e intrigante. Studiava alla scuola di contabilità e guadagnava qualcosina lavorando nella fabbrica di abbigliamento Dovana. Nell’ultima fotografia che rimane di lei, guarda davanti a sé come per scrutare qualcosa all’orizzonte. Timida, introversa, cantava in un coro e detestava il rock. Non era un’attivista politica. La sera del 12 gennaio aveva partecipato alla manifestazione per l’indipendenza come tanti altri, ma senza eccessiva animosità: più per curiosità e solidarietà che per altro. Poi, proprio quando stava per tornarsene a casa, aveva saputo della gente addensata attorno alla Torre della tivvù per difenderla dai sovietici e allora era tornata indietro, come per un richiamo del dovere, per non lasciare da soli gli altri suoi coetanei in quella lotta. E lì si trovava quando i carri armati avanzarono contro la folla. Il mattino seguente, il 13, un manifestante, Algirdas Sukys, raccontò che aveva appena fatto in tempo di ritrarre il piede davanti ai cingoli. Ma si era voltato ed aveva visto “una donna, una ragazza sdraiata a terra. All’ombra del carro era difficile vederle il viso, ma ho notato che indossava una sciarpa o un cappello di colore chiaro e una giacca scura o grigia. Le gambe erano incastrate sotto i cingoli. Alcuni uomini provarono ad allontanare il carro armato per estrarre la vittima, ma era una fatica improba, quell’affare era troppo pensante, era enorme. Io ho cominciato a picchiare contro il carro, ho urlato in russo che sotto c’era una donna. Un soldato mi è saltato addosso imprecando ad alta voce, mi ha preso a pugni nella schiena, mi ha colpito allo stomaco e mi ha spinto via. Il carro si è allontanato dalla donna ma. prima di avanzare, è andato un po’ indietro, schiacciando la donna e l’hanno portata via.” Un operatore televisivo seguì tutte le fasi. La gamba sinistra della ragazza rimase amputata lì per lì. Mentre la portavano via, Loreta chiese a un dottore: “dottore, sopravvivrò?”. Per quattro ore un’equipe di medici e infermieri tentò di salvarle la vita. Poi, Loreta chiese: “potrò ancora sposarmi? Potrò ballare al mio matrimonio?” Non avrebbe visto la luce dell’alba. Ma quella tirannia chiamata Unione Sovietica non sarebbe sopravvissuta per tanto.