Sudore antimafia

di Giuseppe Tramontana.

Un pomeriggio nelle terre confiscate a Cosa Nostra.

Lucido è l’asfalto. Lucido e tremolante sotto la calura agostana. Tante le auto. E aumentano man mano che ci si avvicina al casello di Catania. Il casello, poi, è proprio ingolfato. Ci saranno almeno venti minuti di coda. Sono le 17 e 20. L’appuntamento con Antonella è alle 17 e mezza, direttamente sul posto, in contrada Casa Bianca. Casino, tremendo casino. Clacson, sbuffi, gente pronta a saltarti alla gola se solo ti passi un dito sulle sopracciglia. Nervosi, accaldati, irascibili. Ci credo: certe cose non si possono fare il 7 di agosto. Alla fine, la spuntiamo. Come mi ha indicato la mia amica, prendo per Palermo e svolto per Motta S. Anastasia. 100 metri, non di più. A sinistra, c’è la strada asfaltata che porta alla tenuta. Siamo in territorio di Belpasso, Catania, ma alle porte di Motta, appunto. Per strada, fino allo svincolo per Palermo, auto a strombazzare, superarsi, automobilisti a imprecare, mandarsi al diavolo, mentre rivoli di sudore trasformano in cateratte le rughe sui volti accigliati. “Certe cose non si possono fare il 7 di agosto, in Sicilia…” mi ripeto, mentre Daniele e Anna, alle mie spalle cantano a squarciagola “I Cento Passi” dei Modena City Ramblers, e Tina, da perfetta navigatrice, sta attenta a che non si sbagli un’uscita, un segnale. Finalmente si arriva. Tra una distesa verde di aranceti e qualche ulivo che si erge impettito, nonostante il caldo, la sete. Il cielo azzurro ci rassicura, qualche nuvola alta, batuffoliforme, ci scorta discreta. Antonella è lì che ci aspetta. Nella sua maglietta rossa di Libera, i capelli nerissimi cascanti sulle spalle, gli occhiali rettangolari, il sorriso sulle labbra. Ci fa segno di non parlare a voce alta: c’è in corso una riunione del gruppo scout. Ubbidiamo. Almeno i grandi. Daniele e Anna cominciano a correre per sgranchirsi le gambe. Chiediamo di Concita e Maurizio, due amici comuni che non vediamo da secoli. Anto ci sorprende: “Sono al forno, a fare le pizze!” Bellissima sorpresa.

Lasciamo il cortile antistante la struttura. Attraverso un percorso coperto, dove, in circolo, siedono gli scouts, andiamo nell’aia sul retro. Di fronte, a L rovesciata, le ex scuderie. A sinistra, un magazzino con il forno, davanti al quale Maurizio rimesta con una pala da pizza. Concita è dietro ad un tavolo a tirare la pasta. A destra dell’aia, un recinto dentro cui è temporaneamente ristretta la mascotte della compagnia: il bastardino Lillo, che salta, ulula e si dimena come Lady Gaga. Saluti, baci, abbracci e chiacchiere con Maurizio e Concita. Antonella mi indica la struttura. Una casa a due piani, aperta su entrambi i lati. A piano terra, la cucina, i bagni, le stanze dei soci-operatori. Le stanze del piano superiore, invece, sono attrezzate con letti a castello per gli ospiti esterni. Poi, mi fa visitare le scuderie. Grandi, enormi, i muri segnati da calci, urti, botte, segni che sembrano di sangue secco. Anto è sicura che i cavalli un tempo lì custoditi fossero dopati. Chissà. Mi spiega che quella proprietà apparteneva ad un tizio legato ai Santapaola. Loro, la cooperativa sociale “Beppe Montana”, l’hanno costituita da meno di tre mesi. Hanno avuto assegnati quei terreni partecipando ad un bando della Prefettura di Catania e di Libera, l’associazione di don Ciotti. I soci per adesso sono solo sei. Me ne fa conoscere un paio: Alfio e Diego. Ragazzi dalle facce oneste, buone, tranquille e determinate. In tutto, si sono visti assegnare ben 75 ettari di terreno. Oltre a quelli sotto ai nostri occhi, altri terreni si trovano nella zona di Lentini e di Ramacca. Questi di contrada Casa Bianca sono 16 ettari, coltivati ad agrumeto ed uliveto.

Mi conduce a vedere la “gebbia”, l’invaso per la raccolta d’acqua. Enorme. Ad occhio, si tratta di un quadrilatero di più di cento metri quadrati e la profondità, a cono, di altrettanti. “Più grande del mio appartamento di Padova!” esclamò sorpreso. Antonella annuisce. Il giardino è abbandonato da dieci anni, mi spiega. E si vede. Gli alberi, a perdita d’occhio, sono sofferenti, le foglie giallastre, appassite, rattrappite. Resistono, intrepide da due lustri contro il sole e l’arsura, che da queste parti disintegra anche le pietre. Sembrano un simbolo già da sole, un simbolo e un grido di aiuto. Occorre far presto. Antonella mi racconta che, appena messo piede lì, hanno dovuto raccogliere alla meglio le arance che spontaneamente il giardino aveva prodotto: ben 8 tonnellate di roba. Dopo 10 anni di abbandono, senza un filo d’acqua, ombra di concime, una mano per falciare o zappare. Quasi un miracolo. Il raccolto adesso si trova a Palermo, congelato. Prossimamente inizierà l’operazione “marmellata”. Me ne fa assaggiare un po’ dal campione. Buonissima. Genuina. Sa tanto di legalità. Quelle arance le hanno raccolte con mezzi di fortuna. Non avevano neanche forbici adatte. Le hanno trasportate con un vecchio carrello a due ruote di quelli che si attaccano alle auto. Non un’ape, non un camioncino. Ma non è finita. Solo pochi giorni fa hanno acquistato qualche falcetto, un tagliaerba. Soldi ne hanno visti pochi. Ma sono fiduciosi.

Facciamo un altro giro. Lillo è stato liberato ed insegue Anna e Daniele, che invece hanno una paura fottuta. Sfrecciato tutti e tre da una porta all’altra della casa. Le pizze sono quasi pronte. Gli scouts hanno terminato l’incontro. Sono di Parma e Vicenza. Sono giovani: sedici-diciotto anni. Maschi e femmine. Il fazzolettone attorno al collo e tanta voglia di fare. Cantano, sorridono, mangiano e bevono, scherzano. Ho sentito che ai loro interlocutori dell’antiracket hanno fatto domande sulla mafia, sul pizzo, su come si viva in un ambiente a forte concentrazione mafiosa quando si decide di rompere la catena dell’omertà, su come abbiano preso questa scelta gli amici, i parenti. Sono incuriositi, come se si trovassero in un continente tutto da scoprire, in un mondo di cui hanno sentito parlare, ma che, in fondo, non pensavano potesse esistere davvero. Tutto appare nuovo, ai loro occhi, nuovo e da decifrare. E vi si dedicano con passione, entusiasmo, con la consapevolezza di star combinando qualcosa di importante qui in Sicilia. Importante per loro, per la loro crescita, e per gli altri. Dopo cena, ci sediamo nel cortile anteriore. Il buio è pressoché totale. Il cielo è solcato dalle luci lampeggianti degli aerei che atterrano o decollano da Fontanarossa.

“E le istituzioni?” chiedo “Vi aiutano? Vi sono vicine?”

Antonella sorride: “Poco e male. Qui, quando abbiamo fatto l’inaugurazione e la proiezione di un film a tema, siamo stati noi a scavare la traccia per far passare i fili dell’elettricità. Con il piccone. Con il piccone sul cemento armato…” e mi indica un punto immerso nell’oscurità ai margini della strada, poco lontano dalla mia auto parcheggiata, “Solo due ore prima dell’inizio è venuto il tecnico del Comune! A Ramacca ci creano problemi su problemi. E’ da fine marzo che abbiamo avuto assegnato il terreno in quella zona, ma ancora non siano stati in grado di dargli un’occhiata. Una volta mancano le chiavi del cancello, un’altra volta manca il guardiano, un’altra ancora manca la voglia… Solo il Comune di Lentini si è comportato egregiamente. Sempre disponibili, sempre presenti ed attenti…”

“A Lentini ci andate?”

“Sì, lì è coltivato soprattutto a grano. Ma manca la struttura. Per cui stiamo qui: è un po’ il nostro quartiere generale.”

Si sta bene, all’aria aperta. Niente afa, niente calura che ti soffrigge i pensieri in testa. Alcune birre passano di mano in mano. Gli scouts, muniti di tascabile, si inoltrano nel giardino. Antonella mi spiega che è una sorta di rito. Lo fanno tutte le sere: “Tipo un tirare le somme della giornata… Forse pregano, si confrontano… Non so… Sono bravi ragazzi…”

“E lavorano?”

“Altro che! Lavorano eccome. Oggi hanno tagliato e trascinato un catasta inverosimile di polloni di ulivi… Lavoro prezioso…”

“E contributo prezioso.”

“Già. Anche in termini finanziari.”

“Cioè?”

“Pagano dieci euro al giorno per stare qui. Si pagano così vitto e alloggio. E in più ci danno una mano nel lavoro. Per loro è un’occasione di crescita, per rendersi utili, attivi… Sono bravi davvero… Questi sono di Parma e di Vicenza. Ma ne abbiamo avuto altri da Piacenza, Padova. La prossima settimana arriverà un gruppo da Maniago, Pordenone, e poi, il 16, uno da Perugia.”

“Nessuno siciliano?”

Antonella corruga la fonte come fa di solito quando deve dare una notizia spiacevole: “No. Nessun siciliano. Anzi, verso giugno è venuta, a titolo individuale, una ragazza siciliana, catanese, se non ricordo male, ma poi basta.”

“I siciliani certe cose non vogliono farle.” dice Maurizio.

“Come mai? Paura?”

“Non direi. Più snobbismo. Pensano di avere di meglio da fare…” fa lui, mentre Concita annuisce.

“Tipo?”

“Non so, cose che li interessano in prima persona… Tutto questo” e allarga le braccia ad indicare il giardino ormai immerso nelle ombre notturne “non fa per loro…”

Per un attimo penso a Sebastiano Addamo ed alla sua descrizione dell’amore individualistico dei siciliani per gli aranci. Ma si fa strada in me un altro pensiero, un pensiero di Lucrezio, il filosofo epicureo, che, però, lì per lì, mi sfugge. Lo so: mi toccherà arrovellarmici per i prossimi giorni. Meglio non pensarci: verrà da sé.

Ormai la serata è finita. Sono passate le undici. I ragazzi parmensi e vicentini sono andati a letto, anche Lillo si è rasserenato. Solo i miei Duracell, Daniele e Anna, non mostrano segni di stanchezza. Tina ha comprato dei biscotti, qualche maglietta di Libera da regalare.

“C’è molto da fare.”mi dice ancora Antonella “Ma siamo fiduciosi. D’altra parte, gli sbocchi per la vendita dei prodotti ce li abbiamo: le Coop di tutta Italia…”

“Il problema è la produzione…”

“Esatto. Ma siamo all’inizio. Dobbiamo rafforzare la cooperativa con qualche innesto e incrementare gli arrivi dei ragazzi.”

Le chiedo di farmi avere, magari per via informatica, dei volantini informativi da affiggere a scuola, a Padova. Chissà che qualcuno dei miei baldi ragazzi spaccamondo, appassionati paladini della giustizia senza se e senza ma, non vogliano fare capatina in Sicilia per sperimentare sul campo la lotta antimafia.

Ci lasciamo soddisfatti.

In auto, mentre i pargoli cedono sotto i colpi del sonno e gli aerei ci volano sulla testa lampeggiando, parliamo di questo progetto. Siamo fieri di questi ragazzi, di Antonella e di Diego, di Alfio e degli altri ragazzi, persino del cane Lillo che fingeva di zoppicare per farsi aprire il recinto. Siamo, sono contento. Eppure c’è un gusto agrodolce che mi si è depositato in fondo al palato. E’ la storia della “sparizione” – come la chiama Tina – dei siciliani, della loro assenza. O insensibilità. O menefreghismo. Guardo il cielo e, proprio mentre passiamo sotto all’indicazione che avverte che mancano 3 chilometri al casello d’ingresso in autostrada, mi viene in mente la frase di Lucrezio: “Sai cosa diceva Lucrezio?” dico all’improvviso “Chi russa da sveglio, pur godendo della vita e della vista, conduce una vita quasi morta…” “Pensi ai siciliani, eh?” fa lei guardandomi con dolcezza “La conosco, comunque. E’ Lucrezio, ma è anche Montaigne. La cita nei Saggi, se non ricordo male.”

Può essere. E’.

http://www.girodivite.it/Sudore-antimafia.html?var_recherche=tramontana