Suburra? È il processo di Mafia Capitale il film da non perdere

Le vicende di Pippo, Sebastiano e Samurai non sono nulla rispetto a quelle di Buzzi e Carminati. E la realtà, per una volta, supera la fantasia.

«Sì, stasera andiamo a vedere Suburra, il film su Mafia Capitale», dice al cellulare la signora all’entrata del cinema, tutta speranzosa. Io, che ne sto uscendo, devo resistere alla tentazione di sussurrarle: signora, dire che Suburra è un film su Mafia Capitale è un po’ come affermare che Hotel Transilvania 2 parla dell’industria alberghiera nei Carpazi e del numero naturale che viene dopo l’1 e prima del 3. No kidding: leggete su Wikipedia la voce «2» e vi renderete conto che sarebbe davvero un soggetto strepitoso per un film. Tanto per dire: il 2 è l’unico numero primo non dispari. Già i numeri primi normali soffrono di solitudine, pensate lui, poveretto.

Va detto che il film di Stefano Sollima intuisce le potenzialità del filone numerico-matematico – uno dei personaggi di Suburra si chiama Numero 8 – ma non ha il coraggio di sfruttarle fino in fondo. Sfrutta appieno, invece, la fortunata coincidenza dell’uscita a ridosso dell’apertura del processo a Mafia Capitale, il prossimo 5 novembre. Come hanno raccontato a Fabio Fazio gli attori protagonisti del film, tratto dal romanzo di De Cataldo uscito nel 2013 e ambientato nel novembre del 2011, praticamente la storiaccia di Buzzi e Carminati si è sovrapposta alla lavorazione del film, osmotizzandola.

Si cerca freneticamente di riconoscere nei personaggi questo o quel mascalzone, tipo il politico di centrodestra orgiastico e strafatto interpretato da Pierfrancesco Favino, quello che piscia su Roma e si caca in mano appena le cose non vanno per il verso giusto

E così gli spettatori in sala si chiedono disorientati quale sia l’Apocalisse imminente evocata di continuo nelle caption (il grigio governo Monti? In effetti la Fornero come Angelo sterminatore ci sta). Si cerca freneticamente di riconoscere nei personaggi questo o quel mascalzone, tipo il politico di centrodestra orgiastico e strafatto interpretato da Pierfrancesco Favino, quello che piscia su Roma (ma la plasticità del gesto si perde nella pioggia che cade tipo monsone per tutto il film) e si caca in mano appena le cose non vanno per il verso giusto.

Le cose sono la classica prostituta minorenne morta di droga durante un’ammucchiata; Favino chiede all’amica nonché mezzana di farla sparire, lei si rivolge un amico criminale, che poi ricatta Favino che per disfarsene si rivolge a un altro criminale, che poi verrà ammazzato dal fratello del primo criminale, che ammazza pure la mezzana che fece sparire la minorenne che inguaiò il politico, e via tipo la Fiera dell’Est di Branduardi. «L’angelo del Signore» che alla fine uccide il macellaio (nella fattispecie il Samurai di Claudio Amendola, ex banda della Magliana, pacato, autorevole ma implacabile arbitro dei traffici nella capitale), è una giustiziera drogata e coattissima che non maneggia la katana come la Sposa di Kill Bill, ma una pistola, ed è la fidanzata di Numero 8, l’ambizioso bossetto di Ostia – e difatti è tale e quale alla tipa della mitica parodia «Namo a Ostia beach», datato agosto 2011, che può considerarsi il vero prequel di Suburra.

Ma facciamoglielo fare, a questi industriosi criminali, ‘sto progetto Waterfront che dovrebbe trasformare Ostia beach in Las Vegas, una fila ininterrotta di locali, bar, discoteche, «tutto ricco, tutto bello», come mormora trasognato Numero 8. E che sarà mai? A Rimini il Waterfront ce l’abbiamo da sessant’anni, grazie non agli speculatori romani ma a quelli milanesi, e senza bisogno di tutti quei morti. A parte, forse, uno, l’ingegner Alberto Marvelli, cattolicissimo assessore ai lavori pubblici nella Rimini del dopoguerra, testimone della spartizione della torta della ricostruzione, che alla vigilia delle amministrative del 1946, in cui è candidato per la Dc, viene investito da un camion, più o meno come lo scomodo Bacherozzo all’inizio di Suburra. Marvelli è stato beatificato sessant’anni dopo, il Bacherozzo probabilmente no.

Nella Suburra di Sollima non c’è posto per i santi, nemmeno in Vaticano, dove i cardinali hanno più le mani in pasta che nelle acquasantiere. Ma sicuramente rispettano di più le virtù cardinali – prudenza, giustizia, fortezza e temperanza – i malavitosi. A incarnarle tutte e quattro è il Samurai, che misura le parole come Tacito, spara alla testa della gente come se mettesse un timbro su una raccomandata e imbocca la mamma malata con la tenerezza del paramedico di Sacro Gra. Ma anche ad Anacleti (un potente capoclan zingaro, tipo Casamonica ma ibridato con «Il mio grosso grasso matrimonio gipsy» di Real Tv) guai a toccargli la famiglia; Numero 8 è attaccatissimo alla sua Viola, che per lui fa una strage.

Sono tutti versioni 2.0 di Rugantino, bullo ma de core, non si può non trovarli irresistibili, come i teddy-boys di Romanzo criminale – la serie, sempre tratta da De Cataldo, sempre diretta da Stefano Sollima, grazie alla quale per le ragazze la Banda della Magliana è l’equivalente malavitoso degli One Direction. Stessa cosa per i camorristi hot di Gomorra, altra serie tv con la regia di Sollima. Figlio d’arte, perché suo padre era il grande Sergio, eSuburra è dedicato proprio a lui, l’indimenticato regista di Sandokan – guarda caso, altra serie televisiva su una banda di malviventi infinitamente più sexy e simpatici dei loro legalipersecutori.

Esci da Suburra senza aver capito quasi niente di Mafia Capitale ma con una gran voglia, in vista del processo, di metterti a leggere – non il romanzo di De Cataldo, ma le vere intercettazioni di Buzzi e Carminati, che come sceneggiatura sono come Rulli&Petraglia più Age& Scarpelli messi insieme

Gli altri suburresi, gli incensurati, sono uno più figlio di puttana dell’altro e vendono senza batter ciglio amici, amanti e parenti. Il peggiore di tutti è il pierre (e vabbè, con un mestiere così) Sebastiano, smidollato organizzatore di festini e orgette che si trova invischiato con Anacleti dopo il suicidio per debiti di suo padre. La prospettiva di perdere la villa in cui ospita i sollazzi proibiti dei potenti lo trasformerà in delatore, ricattatore e assassino. E più crudele di tutti, perché si sbarazzerà di Anacleti rompendogli le ossa e chiudendolo vivo nella gabbia di un rottweiler affamato. Il problema è che questo Sebastiano è interpretato da Elio Germano, che dopo il Giovane favoloso per noi rimarrà sempre Leopardi – e vedere Leopardi trafficare con politici corrotti e lercioni tatuati è veramente straniante. Quando poi lo vedi trasformarsi in una specie di Canaro, lo choc è tremendo, più che a Roma ti senti in un incubo di Philip K. Dick.

Esci da Suburra senza aver capito quasi niente di Mafia Capitale ma con una gran voglia, in vista del processo, di metterti a leggere – non il romanzo di De Cataldo, ma le vere intercettazioni di Buzzi e Carminati, che come sceneggiatura sono come Rulli&Petraglia più Age& Scarpelli messi insieme. E ti domandi quale sarà il prossimo toponimo trisillabo piano che finisce in «-rra» a venire usato per raccontare il crimine. Dopo Gomorra e Suburra cosa aspettarci? Navarra, traffici e coltellate nella pittoresca regione pirenaica? Oppure Canberra, durissimo film reportage sulle nequizie della malavita australiana? Stay tuned.

Da linkiesta.it – 17 ottobre 2015