Il destino fischiò in anticipo

di Giuseppe Tramontana.

C’è uno strano orologio all’“Old Trafford” di Manchester, lo stadio dello United. Lo chiamano “Munich Clock” ed è fermo da 58 anni. Ha quadrante bianco e numeri e lancette nere. Segna in perpetuo le 3.04. Esattamente le 3.04 – o meglio, le 15.04 – del 6 febbraio 1958. E per raccontare questa storia, a quel giorno dobbiamo ritornare.

 Dunque, 1958. In Europa c’è ancora il gelo. Cinque anni prima è morto Stalin, mentre due anni prima, nel febbraio del ’56, Nikita Kruscev, al XX Congresso del PCUS, ha denunciato i crimini stalinisti. Ciò, tuttavia, non ha impedito alle truppe sovietiche di fare una capatina in Ungheria a fine ottobre-inizi novembre di quello stesso anno: per ‘ristabilire l’ordine socialista minacciato, hanno spiegato. Nel frattempo, un’altra crisi ha tenuto il mondo con il fiato sospeso: Suez.  L’anno successivo, il  3 febbraio 1957, nasce Carosello e tutti siamo contenti, in Italia. E’ contento anche il Ghana, la prima nazione africana ad ottenere l’indipendenza il 6 marzo. Nello stesso mese, il 24, viene firmato il Trattato di Roma, grazie al quale prendono vita la CEE e l’EURATOM. Poi, il 4 ottobre, viene  lanciato lo Sputnik 1, mentre lo Sputnik 2, quello con a bordo la cagnetta Laika, decollerà il 3 novembre. Il 30 settembre, intanto, persino un colpo di stato anticomunista a San Marino: vedi un po’ te!. In quello scorcio del 1958, in Italia si discute della Legge Merlin, in Francia su cosa fare dell’Algeria, in URSS su come relazionarsi coi Cinesi, in USA su come che fare con Fidel Castro, in Brasile su chi portare ai Mondiali svedesi di luglio.

Il 5 febbraio 1958 si svolge la partita di ritorno dei quarti di finale della Coppa dei Campioni tra gli inglesi del Manchester United, allenati da Matt Busby e per ciò chiamati i Busby’s Boys, e i campioni jugoslavi della Stella Rossa di Belgrado. All’andata, in Inghilterra, i Red Devils aveva vinto per 2-1. Al ritorno, in Jugoslavia, nel primo tempo sono avanti per  3-0  grazie a una rete di Viollet ed una doppietta di Bobby Charlton. Evidentemente sono rilassati. Fatto sta che, nella ripresa, i belgradesi riescono a pareggiare: 3-3. Nulla di allarmante. Il computo totale è di 5-4 per gli inglesi. In semifinale troveranno il Milan. Lo sanno, non lo temono. Si sentono forti. Sono forti. Giovani e forti. L’obiettivo è la finale contro il Real Madrid, i campioni uscenti, che in semifinale se la vedranno con gli ungheresi del  Vasas Budapest. Sono giovani, dicevamo. Matt Busby li ha cercati uno per uno, ha soppesato i talenti, li ha plasmati. E’ uno che ne capisce di calcio, Sir Matt. Li sceglie giovani, aitanti, vogliosi, ambiziosi. E dagli ottimi piedi. Faranno molta strada, si dice dappertutto. E’ una meraviglia vedere i colpi di Charlton, Pegg o Taylor o le scorribande di Duncan Edwards, la tostaggine di Mark Jones ed Eddie Colman. Giovanissimi e dotatissimi.

orologioPer tornare presto a Manchester usano un volo charter, allora non molto utilizzato. Si tratta di un volo gestito dalla British European Airways (BEA) utilizzando un Elizabethanian class Airspeed Ambassador aircraft G-ALZU  Lord Burghley. Già alla partenza c’è un piccolo intoppo: il calciatore John Berry  dimentica il passaporto e l’aereo è costretto a decollare con un’ora di ritardo. Deve fare scalo tecnico per il rifornimento a Monaco di Baviera, in Germania Ovest. E fin lì ci arriva. La pista è ghiacciata, cumuli di neve si addensano qua e là. Il pilota, il capitano James Thain, tenta per ben due volte di decollare, ma il motore va in surriscaldamento. Niente da fare. Infine, alle 15,04, ci riprova. L’aereo non riesce a prendere quota e si schianta sulla recinzione che circonda l’aeroporto, poi carambola contro una casa, in quel momento vuota. Parte dell’ala e mezza coda vengono strappate. Il velivolo prende fuoco come un cerino. Il lato sinistro della cabina di pilotaggio colpisce un albero. Il lato destro della fusoliera sventra un capanno di legno, all’interno del quale c’è un camion carico di pneumatici e carburante, che esplode tramutando il tutto in una santabarbara. A causa di un cumulo di neve e ghiaccio incontrato lungo la via di fuga, l’aereo ha perso velocità, non riuscendo a decollare. E neanche a frenare. Nel disastro perdono la vita otto giovani promesse del calcio mondiale. Sette sul colpo: i terzini Roger Byrne e Geoff Bent, il mediano Eddie Colman, il centromediano Mark Jones, gli attaccanti Billy Whelan, Tommy Taylor e David Pegg. Muoiono anche tre membri dello staff del Manchester (Walter Crickmer, Bert Whalley e Tom Curry), otto giornalisti, tra i quali Don Davie del Manchester Guardian, Archie Ledbrooke del Daily Mirror e Frank Swift, che, oltre ad essere giornalista del News  of the World, è anche preparatore dei portieri dell’Inghilterra e del Manchester City e quattro tra membri dell’equipaggio e passeggeri (perde la vita anche il tifoso e amico personale di Matt Busby, Willie Satinoff). Se la cavano gli altri. Da Johnny Berry (morto poi nel 1994) a Bobby Charlton, da Jackie Blanchflower (morto nel ’98) a Dennis Violett (andato nel ’99). Si salvano anche Matt Busby e il pilota James Thain.

Viene estratto ancora dal groviglio infuocato delle lamiere Duncan Edwards. Ha lesioni spaventose alle gambe e gravissimi danni interni. I medici lo tengono in vita per due settimane con l’aiuto di un rene artificiale. Il fisico di Duncan lotta fino al 21 febbraio, poi si arrende. Edwards è la grande promessa del calcio inglese. Nato a Dudley, nelle Midlands, nel 1936, era stato fatto seguire da  Matt Busby  da quando aveva 14 anni. 14 anni, sì, ma giocava da veterano. Lo aveva convocato a Manchester e il giorno del suo sedicesimo compleanno aveva firmato per lo United. Il 4 aprile dell’anno dopo aveva esordito contro il Cardiff City, diventando il più giovane calciatore ad esordire nel campionato inglese. Edwards era un centrocampista di incredibile qualità e potenza. Oggi si direbbe universale. Aveva giocato già 151 volte con l’United, segnando 20 gol. Nel museo di Dudley ci sono i 18 caps (cappellini) a indicare altrettante presenze in nazionale, con 5 gol. La leggenda vuole  che sia stato il più grande di tutti i tempi. Secondo Bobby Charlton, suo compagno di squadra e sopravvissuto alla tragedia di Monaco, un solo calciatore lo ha fatto sentire inferiore:  Duncan Edwards. “Se dovessi giocare per la mia vita e potessi prendere un uomo con me – disse una volta – questi sarebbe lui”. Edwards aveva ventuno anni, Charlton venti, Duncan con la maglia numero 6, andava per ogni dove del campo, Bobby con il 9, aveva il passo elegante, il colpo del goleador di razza.

Leggenda Duncan Edwards, storia di Charlton, pallone d’oro nel 1966, anno del titolo mondiale inglese, una cappelliera piena di 759 caps e 249 gol con i Red Devils. E in nazionale 106 partite con 49 gol, uno anche all’Italia nello storico, per gli azzurri, 2 a 2 di Wembley, il 5 giugno del 1959.

Fino a quei giorni lo United era un club che si era rialzato lentamente dalla crisi. Nel dopoguerra era finito persino in seconda divisione. Ma con l’arrivo dello scozzese Matt Busby e una politica che puntava sui giovani, aveva rivisto la luce. Aveva vinto la coppa d’Inghilterra e per tre volte il campionato, coronando il tutto con la partecipazione alla Coppa dei Campioni nella stagione ’57-58. Le partite erano state disputate sul campo del  Manchester City, l’altra squadra della città, la quale si era fatta avanti per ospitare (a pagamento) lo United: l’Old Trafford era ancora impraticabile a causa dei bombardamenti tedeschi della seconda guerra mondiale. In tal modo, la tragedia bavarese unì, in un certo senso,  le due tifoserie, benché non mancarono idioti che, in alcuni pub di Manchester, accolsero con gioia la morte dei rivali.

Ma bisogna andare avanti. La prima partita dopo il disastro è quella in calendario con  lo Sheffield Wednesday. Finisce  3-0 per i Red Devils. Sul programma ufficiale della partita lo spazio delle fotografie di ogni calciatore era stato lasciato in bianco, nessuno sapeva chi, Jimmy Murphy, vice di Busby, avrebbe potuto schierare. La batosta si fa sentire. Lentamente la squadra perde terreno, scivola in basso, per finire il campionato al nono posto. Non solo, perde la finale della coppa d’Inghilterra per 2-0 contro il Bolton e viene eliminata dal Milan, prima squadra europea ad affrontare gli inglesi dopo la tragedia, nella semifinale dei Campioni, ritardata a maggio. All’andata il Manchester si comporta anche bene, vincendo per 2-1, ma, al ritorno, i rossoneri lo travolgono per 4-0. Dieci anni dopo, Matt Busby avrebbe vinto la sua più grande sfida, lo United di Dennis Law e George Best avrebbe conquistato la Coppa dei Campioni nella finale contro il Benfica. Sul prato di Wembley corrono ancora Bobby Charlton e Bill Foulkes. Corrono, pensando agli amici caduti a Monaco. A quelli, che, amati dagli dèi – come direbbero gli antichi – sono stati convocati a giocare una partita eterna nella leggenda. Una partita pensata solo per i più grandi, in cui trovano posto Valerio Bacigalupo ed Edmon Mumba, Andrea Fortunato e Renato Curi, Valentino Mazzola e  Wisdom Chansa, Ezio Loik e David Pegg, Antonio Puerta e Duncan Edwards, Dani Jarque ed Eston Mulenga, Miklos Feher e Marc Vivien Foe. Una bella partita, di sicuro. Almeno, stando alle formazioni sulla carta. Ché i giocatori sono forti, geniali persino. E si sa, il diavolo certi brutti scherzi li fa solo ai geni; gli imbecilli, solitamente, li trascura.