Storia di un democristiano onesto. La tragica fine di Pasquale Almerico

di Giuseppe Tramontana.

La storia è nota. E, quindi, come direbbe il filosofo, poco conosciuta. E’ una storia che mi è tornata in mente in questi giorni. A furia di parlare del neo Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del fratello buono, vulcanico ed integerrimo Piersanti (un po’ meno, a dire il vero, dell’altro fratello,  Antonino), mi è tornata in mente la storia di un altro democristiano, un democristiano onesto e integerrimo. Ed  uno così – in Sicilia specialmente – non è mai stata merce a buon mercato. L’hombre vertical di cui ci occupiamo ha – o meglio, aveva – un nome e un cognome: si chiamava Pasquale Almerico. E la sua storia è degna di essere raccontata e ri-raccontata. Affinché la gente sappia, ricordi e, soprattutto, capisca che, spesso, in Italia, il  problema dei problemi si chiama onestà. O, se volete, dirittura morale.  La sera del 25 marzo 1957, Pasquale Almerico, ex sindaco di Camporeale, Comune di duemila anime alle porte di Palermo, e segretario cittadino della DC, era appena uscito dal “Circolo Italia”, un circolo di borghesi  masticatori di avvizzite chiacchiere paesane, e stava percorrendo via Minghetti, in pieno centro. Ormai ci andava di rado in quel circolo. Anche se, ultimamente, aveva deciso di rompere quella vita da quaresima che si era imposto e fare quello che gli piaceva di più: stare tra la sua gente. Che le cose andassero come dovevano andare: meglio morire all’impiedi che vivere in ginocchio, come aveva detto un grande sindacalista ucciso una decina d’anni prima. E Pasquale, alla fine, aveva scelto la strada da seguire. Certo, di preoccupato era preoccupato, ma, visto che era in ballo, doveva ballare. Tutto era cominciato quando, alcuni mesi prima, si era presentato in segreteria un tipo poco raccomandabile, don Vanni Sacco si chiamava. Secco come un’acciuga, coppola nera, scuro di vestiti e di sentimenti, taciturno e sordido come un rancore, don Vanni era il boss riconosciuto della mafia di Camporeale. Pasquale Almerico lo sapeva. E come faceva a non saperlo? Ecco perché quando don Vanni aveva tirato fuori dalla tasca della giacca quattrocento  domande di iscrizione alla DC, lui aveva deciso di rifiutare, di non accettarle. Quattrocento iscrizioni, quattrocento tessere! Un successone per la DC di Camporeale, paese in cui per tradizione era forte il vecchio notabilato liberale e monarchico. Eppure, Almerico non aveva esultato. Anzi. Lui sapeva cosa voleva dire  quella mossa. Voleva dire che don Vanni e la sua cricca non trovavano più attraente i vecchi liberali di Vittorio Emanuele Orlando. Non lo trovavano attraente perché non se li filava quasi più nessuno. I tempi erano cambiati e anche le referenze, i garanti e i padrini politici. Di conseguenza, anche i voti e gli appoggi stavano cambiando casacca e bandiera. E, così stava mutando l’influenza nella vita politica, nell’amministrazione, nell’assegnazione degli appalti e dei subappalti, nella possibilità di condizionare la vita di centinaia, migliaia di esseri umani, decretandone la sottomissione e l’infelicità. Almerico sapeva tutto questo e sapeva che ormai era una questione di tempo: i mafiosi erano passati in massa dai vecchi, arrugginiti partiti monarchico e liberale alla nuova, rampante, spregiudicata DC, il nuovo partito di governo e, soprattutto, di potere. Era lì che lo avevano fiutato, il potere, ed era lì che si stavano fiondavano. Anzi si azzeccavano, come si dice in siciliano. Il segretario sapeva tutto questo. Avrebbe potuto far finta di nulla e accettare le iscrizioni, ma non era nella sua indole. La mattina, lui, voleva continuare a guardarsi allo specchio senza vergogna e senza conati. Quindi, tutto, ma di far finta di nulla non se ne parlava. Era un cattolico praticante, uno di quelli che aveva scelto di fare politica per passione e spirito di servizio e aveva scelto di farla nella DC perché era il partito che incarnava (o avrebbe dovuto farlo) gli autentici valori cristiani.  I valori dell’aiuto ai più bisognosi, della solidarietà, dell’altruismo, della lotta alla miseria. E questi valori non si piegano al potere  né lui si sarebbe sottomesso ai mafiosi mettendo il paese nelle loro mani.  E così aveva detto no. Don Vanni e i suoi accoliti non l’avevano presa bene. Avevano fatto  sapere che se non avesse accettato le tessere, per lui sarebbero stati problemi. Problemi seri. Ma Almerico non si fece impressionare. Anzi, pensò di informare i vertici della Dc. Prima la DC provinciale e poi  quella regionale. Lì gli avrebbero dato aiuti e consiglio, avrebbe trovato sostegno e sponda. Lì avrebbe trovato solidarietà. Ma le cose non erano andate così. Né Nino Gullotti, segretario provinciale, né Giovanni Gioia, proconsole fanfaniano in Sicilia, avevano dato credito all’allarme di Almerico. O meglio, Gioia, a dire il vero, gli aveva dato credito solo che, per lui, quella di Vanni Sacco era tutt’altro che una minaccia: era un’opportunità. E l’aveva detto a chiare lettere al povero ex sindaco. Gli aveva telefonato dal suo quartier generale palermitano e gli aveva impartito la più classica delle lezioni di realismo politico: “Caro Almerico,” gli aveva detto, con tono partenalistico, “qui a Palermo capiamo i suoi dubbi, le sue perplessità, ma sa il partito ha bisogno di partiti con cui coalizzarsi. Ha bisogno di crescere, se vuole affermare i suoi valori, le sue strategie. Se vuole fermare i comunisti. Lei forse non si è reso conto che il partito ha bisogno di compromessi: senza compromessi non si va da nessuna parte.” E gli aveva consigliato, nel caso stentasse a capire o non condividesse la linea politica di Palermo, di farsi da parte: che se ne andasse e lasciasse la segreteria a qualcuno di più duttile, di più accomodante. Amareggiato, minacciato, isolato, Almerico però a dimettersi non ci aveva nemmeno pensato. Anzi, aveva scritto un paio dossier nei quali cui faceva nomi e cognomi e nei quali avvertiva del proprio eventuale, probabile assassinio. I dossier li inviò a Palermo e a Roma. Poi iniziò a vivere nell’attesa della morte. All’inizio alcuni amici, armati, lo accompagnavano quando uscivano. Una sera, due sere, tre sere, una settimana, un mese. Poi, si sa come vanno queste cose, la gente ha anche altri impegni, ha famiglia, moglie, figli, la visita ai parenti, il suocero all’ospedale, l’appuntamento dal dottore… e alla fine si ritrovò da solo. E da solo andò incontro alla morte. Che arrivò in Via Minghetti, in quel giorno dell’Annunziata del 1957, armata di lupara, pistole e mitra, in sella a cinque cavalli lugubri e sbuffanti. Sul suo corpo lazzariato, il medico legale contò non meno di centoquaranta colpi di mitra, sette di pistola e vari fori di lupara. E i mafiosi si impadronirono di Camporeale, l’ultima oasi non mafiosa della provincia palermitana.