Riflettori accesi sulla passerella scuola

di Noemi Lusi.

Hanno riaperto le dighe. Intenso il flusso di gente che, a velocità variabile, percorre quel tratto di strada che conduce all’edificio scuola. C’è molto frastuono, tante le automobili che riempiono di nuovo le non sempre ampie vie dei quartieri di Roma.

Alcuni professori sostano davanti all’ingresso, in attesa dell’apertura. Unico è il docente all’antica che, per non affaticarsi, ancor prima dell’arrivo dei collaboratori scolastici che hanno le chiavi del cancello, si ferma di fronte all’entrata pedonale a leggere il giornale, per poter cominciare la giornata con tranquillità, senza sentirsi catapultato in classe. Numerosi sono i ragazzi che, a passo lento, malgrado il trillare della campanella elettrica, si appropinquano a fatica, trascinando un po’ gli arti inferiori come se l’estate fosse stata da loro trascorsa a studiare.

Enorme è la quantità di macchine guidate da genitori che sembrano sentire la necessità impellente, non solo il primo giorno, di condurre i propri ‘figlioletti’ di età fra i 14 ed i 19 anni,  proprio di fronte alla porta, né un centimetro prima, né uno dopo, forse per non farli stancare troppo o per assicurarsi che compiano il proprio dovere.  Molti sono i clacson che suonano, protagonisti gli stessi genitori che, indugiando per assicurarsi che i pargoli siano veramente entrati, impediscono a coloro che seguono di poter fare altrettanto.

Infiniti sono, ancora, gli studenti in motorino che, parcheggiando il mezzo regalato loro per il compleanno sul piazzale antistante l’edificio, nonostante il segnale di entrata sia stato inequivocabile, trascorrono lenti il tempo, lucidando il casco e tirando fuori, con calma, i libri dal bauletto, togliendosi per un solo attimo gli occhiali da sole di noto ‘brand’ per ravviare la fluente capigliatura, sempre rigorosamente alla moda, per poi indossarli di nuovo e poter continuare a sentirsi protetti da quelle lenti ambrate che probabilmente conciliano la tranquillità del lento risveglio mattutino.

Impazienti, nella fila interminabile di veicoli, scalpitano i professori i quali patendo a fatica, se non altro per puro principio, l’impedimento regolamentare che loro ‘non’ consente di  poter accedere all’ingresso del comodo parcheggio riservato invece all’utenza, sanno purtroppo di dover attendere i rallentati tempi di genitori ed alunni e tentano di dirigersi verso l’altra area, quella riservata alle loro vetture che, ovviamente, essendo per loro, dista quattro volte il percorso.

Corrono i poveri docenti, affaticati dal lungo tratto di strada, dal peso della cultura simboleggiato dall’ingente e pesante carico di libri che devono portare ogni giorno da casa perché, malgrado un piccolo cassetto personale d’ordinanza sia disponibile a scuola, le lunghe lezioni, la correzione dei compiti, l’arricchimento dell’offerta formativa, l’innumerevole quantità di progetti impongono una necessaria, regolare e cospicua integrazione, cartacea e non.

Le docenti normalmente adottano un comodo look  ‘montanaro’ con scarpe basse e jeans, scuri  per il ruolo, ideale per affrontare l’esuberante audience che le attende. C’è sempre chi, fra loro, tiene in modo particolare anche all’aspetto esteriore e non rinuncia ai tacchi alti, tentando a fatica di evitare buche, asfalto consumato e dislivelli, sembrando il più possibile naturale; c’è chi, poi, trascina un carrellino della spesa stile anni ’50 che invece di contenere cibarie racchiude tomi, vocabolari e quantità inenarrabili di fotocopie fatte a spese proprie perché ‘il toner a scuola è finito’, chi si affanna verso l’entrata ancora con la borsa aperta, la mano destra che cerca di selezionare in fretta la chiave del cassetto per sveltire le operazioni una volta entrati in sala docenti e la sinistra con il cellulare, per dare ai figli un ultimo saluto o una raccomandazione last minute prima di entrare…

‘Forza, è tardi… pedalare!’ , grida affettuosamente ma in modo perentorio il bidello ai ragazzi lenti … ‘Chiudo, eh? … Tu… Ti vuoi sbrigare? Te la sei messa la cinta stamattina? I pantaloni ti arrivano alle ginocchia… Vuoi stare attento che cadi…?’

Corrono i docenti, anche una volta entrati. Tante sono le incombenze… il registro da prendere perché malgrado sia strumento di lavoro non può, per legge, essere portato a casa, la firma da mettere sul foglio predisposto, che non serve perché fa fede il registro di classe, ma si continua ad apporre perché, malgrado si sia detto e deliberato  più volte, quel foglio non scompare mai, i genitori di turno, spesso accompagnati dai rispettivi consorti, che attendono e chiedono, in corsa, di essere ricevuti prima che il professore entri in classe, perché in orario di ricevimento proprio non possono farcela… E che dire dell’applicata di segreteria che richiede spesso al volo una firma per un adempimento di carattere burocratico, del collaboratore scolastico che insegue il docente per chiedergli insistentemente di redarguire gli alunni dell’ultima ora del giorno precedente che hanno lasciato l’aula in condizioni indecenti…

Fra tutte queste variabili il professore, imperturbabile, nel frattempo  riesce a dirigersi verso l’ascensore che tre quarti delle volte è fuori servizio perché ‘ripararlo costa’ e che, quando funziona, ha la luce spenta il che evidenzia maggiormente i rumori del mezzo, efficiente ma… non sempre di ultima generazione.  Prende, quindi, le scale per recarsi al terzo piano dove deve iniziare il proprio lavoro in classi non sempre ampie, pienissime di ragazzi, spesso trenta.

In queste condizioni, trafelato e già provato dai mille ed uno stimoli che caratterizzano il mondo scuola, il docente entra nell’arena ed inizia, nonostante tutto con convinzione ed entusiasmo, un altro anno scolastico certo che, ancor prima di potersi dedicare a didattica, psicologia, pedagogia, principi educativi, competenze trasversali, ordine, socializzazione, integrazione, rischio di dispersione scolastica e così via, dovrà confrontarsi con una realtà che molto assomiglia ad un intricato percorso ad ostacoli. Senza rete.