REPORTAGE. Terremoto, il dramma dei soccorsi nel paese isolato

di Fabrizio Gatti.

Tra ponti pericolanti, terrapieni franati e macerie, la zona è difficilmente raggiungibile. Per andare dall’ospedale alla tendopoli principale bisogna guidare per oltre due ore. Le vittime accertate sono 291. Ma si cercano ancora 19 braccianti stagionali romeni.

AMATRICE. Il terremoto ha raso al suolo anche stalle, masserie, cantine. E il bilancio delle vittime potrebbe salire rispetto ai 291 morti finora recuperati: mancherebbero infatti all’appello diciannove lavoratori stagionali romeni. Lo dice padre Anastasi, il prete ortodosso venuto con altri due sacerdoti a dare assistenza alla comunità di connazionali: «Dieci romeni sono morti. Ma mancano all’appello altre diciannove persone. Ci hanno contattato i parenti. Stiamo verificando se non si siano spostati altrove. Ma è difficile che non abbiano avvertito. Ho paura che siano ancora sotto le macerie».

Gli stagionali stranieri non sono residenti e molti di loro non sono nemmeno registrati. Come Mariana, Alina, Flora e Sabina, romene di Craiova ingaggiate in nero ad Amatrice in una coltivazione di fragole e lamponi: la notte del 24 agosto, tutte e quattro sono rimaste ferite nel crollo della loro stanza nella frazione di Sommati. Ma hanno dovuto lavorare giovedì e venerdì, già poche ore dopo il loro appuntamento con la morte scampata. Ieri mattina, giorno di riposo, hanno chiesto il pagamento degli stipendi arretrati. E il datore di lavoro le ha mandate via senza soldi. Le hanno viste i vigili del fuoco di Caserta tra i ruderi pericolanti del paesino di Villa San Lorenzo, mentre vagavano trascinando un trolley rosso e le borse con le loro poche cose salvate dalla macerie.

I pompieri, in contatto con i carabinieri e il responsabile della Croce Rossa nel Com, la centrale operativa dei soccorsi, hanno fatto accompagnare le quattro braccianti ad Amatrice. Una distanza in linea d’aria di pochi chilometri. Ma ormai il paese è isolato. Dove non è arrivato il terremoto, ci è riuscita l’incuria. Tra ponti pericolanti, terrapieni franati e macerie, per andare dalla zona dell’ospedale alla tendopoli principale bisogna percorrere 112 chilometri e guidare per oltre due ore: Amatrice Sud è infatti raggiungibile da Amatrice Nord soltanto attraverso un circuito di strade che dal Lazio portano in Abruzzo fin quasi all’Aquila, per poi salire a Campotosto e giù fino alla piccola capitale di questa catastrofe. Lo stesso percorso lo devono compiere le ambulanze e i soccorritori con i loro mezzi di intervento. È la prima emergenza senza più le Province e il risultato si vede. Qualche strada le disastrate Province riuscivano ancora a mantenerla efficiente.

La prima luce dell’alba illumina le rovine di Pescara del Tronto e i massi caduti sulla Salaria. Per spostarsi dalle Marche al Lazio e viceversa si passa a senso unico alternato. Siamo a pochi passi dall’efficiente tendopoli della Protezione civile di Ancona. A Norcia da qui non si può più andare: sembra che le scosse abbiano smosso il pilastro di un cavalcavia. Nei giorni della ripresa dopo le vacanze, parte dell’Italia centrale sarà tagliata in due: la statale 4 Salaria nelle aree del terremoto non è aperta ai mezzi pesanti e parte della viabilità minore è chiusa. I giunti di alcuni cavalcavia sono andati fuori piano. In altri punti alcuni massi rischiano di cadere sulle auto di passaggio. È vero che c’è stato un forte terremoto. Ma i pilastri di ponti e viadotti vengono solitamente progettati per resistere a scosse di grado molto superiore ai 6 registrati la notte del 24 agosto. E qui in qualche caso non hanno retto.

Il recupero dei cadaveri nelle frazioni intorno ad Amatrice è terminato. A Villa San Lorenzo i vigili del fuoco ne hanno estratti otto dalle rovine. Questa notte Ottavio Marsili e colleghi della squadra di pompieri arrivati da Caserta si sono concessi la loro prima doccia da mercoledì. «Il lavoro non è finito», spiega Marsili: «Abbiamo sgomberato le strade dalle macerie per far passare i mezzi della protezione civile». Arrivano due abitanti del paese, un giovane e un anziano. Portano cornetti freschi consegnati da alcuni volontari e un termos di caffè bollente, appena fatto nella tendopoli. «Qui ci sono due case pericolanti che ancora rischiano di cadere sulla strada», continua Marsili: «Ma la loro eventuale demolizione deve essere ordinata dal sindaco. Abbiamo fatto una prima messa in sicurezza. Il lavoro non è finito. Nei prossimi giorni recupereremo i beni personali perché siano consegnati ai proprietari e poi ci sarà la verifica di stabilità degli edifici». Una scossa improvvisa muove l’asfalto sotto i piedi. Un portone di ferro sbatte ripetutamente. Nel paese fantasma risale il suono cristallino di detriti e pietre che cadono da muri amputati.

Il lavoro è massacrante anche per i pompieri rimasti a casa. In Campania hanno sostituito i colleghi partiti per il terremoto richiamando gli assenti per ferie ed estendendo i turni giornalieri fino a ventiquattro ore di servizio continuato. «Ed è anche la stagione degli incendi boschivi», dicono i ragazzi di Caserta. È a questo punto che da una strada laterale escono quattro donne. Mariana Catanoiu, 32 anni, porta una borsa da cui spuntano i suoi vestiti. Alina Catanoiu, 34 anni, sua cognata, trascina un trolley vistosamente rosso sul colore spento della polvere e delle macerie. L’altra cognata, Flora Bobeica, 31 anni, dal terremoto ha salvato pochissime cose e le stanno tutte in un sacchetto. Sabina Rogoz, 23 anni, dice alle altre che dovranno raggiungere Amatrice a piedi.

Ottavio Marsili e gli altri pompieri però le richiamano indietro. Stanno passando proprio in mezzo alle due case pericolanti. Di una rimane soltanto il tetto, attaccato al caseggiato accanto: pareti e pavimenti sono andati giù. L’altra ha perso la facciata e la sagoma di quello che resta ha la forma di una scure, alzata sul destino di chi passa sotto.

Le ragazze tornano finalmente indietro. Mariana racconta che lavoravano alle serre di fragole e lamponi di un italiano, Antonio Scialanga, 32 anni. Da quattro anni vengono ad Amatrice per la stagione. A maggio erano nelle serre in Germania, in autunno saranno in Spagna. Fanno parte della manovalanza europea dell’agricoltura. Lasciano i bambini in Romania con i nonni e si spostano dove c’è necessità di braccia. Solo che in Germania e in Spagna, dicono, si lavora con contratto regolare. In Italia ovviamente no: accordo in nero, cinque euro l’ora, otto-nove ore al giorno, 240 euro a settimana. Dalla domenica al venerdì. E in questi giorni di altruismo nei soccorsi, la loro storia rivela un’altra faccia di questo paradiso montano. «Dormivamo tutte e quattro in una stanza messa a disposizione dal padrone. Abbiamo perso tutto», spiega Mariana Catanoiu e le viene quasi da piangere: «Eravamo al secondo piano. Il pavimento si è staccato ed è crollato sul primo. Ci siamo calate dalla finestra legando le tende. Quasi tutti i nostri soldi sono sotto le macerie. La compagna del signor Antonio ci ha comprato le scarpe. E ci hanno messo a dormire in una tenda vicino alle serre, con quattro ragazzi afghani che come noi lavorano per loro». Mariana ha una ferita alla mano sinistra, il colpo di una pietra che le ha scavato nella carne. Tutte e quattro hanno lividi ovunque. «Giovedì e venerdì abbiamo dovuto lavorare. Oggi che è giorno di riposo», continua Mariana, «abbiamo chiesto gli arretrati perché con quello che è successo preferiamo tornare dai nostri figli in Romania. A ciascuna di noi quattro ci deve 650 euro. Sono gli arretrati di tre settimane. Più 250 euro alla mamma di Sabina».

Torniamo insieme ad Amatrice. Oltre due ore di viaggio, tra il Gran Sasso e le montagne della Laga sotto il cielo splendidamente blu. Quando rivede la mamma, Sabina l’abbraccia in lacrime. Al telefono di Antonio Scialanga, una voce maschile dice che non è lui: «E non telefonate più». Michela D’Alessio, la compagna, invece risponde: «Noi non le abbiamo lasciate in mezzo alla strada. Le abbiamo dato le tende, le abbiamo portate ad Ascoli per fare la spesa. Innanzitutto», sostiene, «gli arretrati sono due settimane, non tre. Non le abbiamo pagate perché la settimana non è finita. E adesso i soldi neanche ce li abbiamo. Un po’ incontro anche loro dovrebbero venire. Noi abbiamo fatto di tutto e di più». Già le avete usate in nero senza contratto, no? «Certo, ma infatti. Noi siamo un’azienda agricola e abbiamo bisogno di lavoro, se no che facciamo? Chiudiamo tutto? Noi le abbiamo dato le tende, le abbiamo dato i letti, le abbiamo dato saponi, le abbiamo fatte fa’ la doccia, la cucina, mangiavano con noi. Loro da un giorno all’altro ci hanno detto: noi andiamo via». Ai fantasmi dell’agricoltura non è consentito avere paura, farsi male, essere travolti dalle macerie del terremoto. Per nostra fortuna, esiste un’altra Italia. Quella che è ancora tutta qui, stamattina: 2.344 senzatetto assistiti e 6.589 soccorritori. Quasi tre angeli per ogni sopravvissuto.

Da L’espresso.it – 27 agosto 2016