REFERENDUM. THE DAY AFTER. I puntini sulle i

di Giuseppe Tramontana.

Ho atteso un paio di giorni. Ma, a questo punto, occorre mettere i puntini sulle i. Io personalmente ho vissuto con intensità crescente questo scontro sul referendum e, spesso i toni si sono anche inaspriti, sfiorando la rissa o l’insulto. Me ne pento? Sarei ipocrita se dicessi di sì. Mi dispiace, certamente, null’altro. Non sono stato io a cercare la rissa e non sono stato io a proporre porcherie sotto forma di riforme costituzionali. Io – e molti come me – mi sono limitato a difendere le mie ragioni. Tuttavia, alcune considerazioni vorrei farle.

Mi piacerebbe poter dire: “Vabbé, è andata bene. Tutto il resto è acqua passata, scurdammece ‘o passato…” Ma, devo ammetterlo, non ce la faccio. Non riesco, proprio. Questa cosa del referendum non l’ho vissuta bene, ve lo dico subito. La percezione che ho avuto è che per la prima volta da quando sono nato – o almeno da quando sono diventato un ragazzo e poi un uomo cosciente e macerato da dubbi e speranze – ho avvertito che la democrazia era in pericolo. Non è stato così per gli attentati del ’92 né per Tangentopoli o per Berlusconi. Non credo sia stato così nemmeno per il periodo del terrorismo: ma oggettivamente allora ero troppo piccolo per capire.

Io che sono nato e cresciuto in una democrazia, per la prima volta, ho avvertito quello che spesso si legge nei libri: il pericolo che questa libertà ci venisse sottratta o quanto meno decisamente compressa. Forse qualcuno penserà che io stia esagerando, ma non è così: e ne ho fatto prova, testo della riforma in mano, studiandola per quanto potevo e cercando di mettere in guardia, nel mio piccolissimo, dai pericoli che stavamo correndo. Sono nato in un regime democratico e non passa giorno in cui non ringrazi coloro che hanno combattuto e sono morti per regalarmi questa libertà.

Sono nato in un regime democratico e non passa giorno in cui non raccomandi ai miei studenti di vigilare ché la libertà è una cosa preziosissima, da valorizzare e difendere, da amare. Ora, mi chiedo: la gente che ha votato ed ha invitato a votare Sì si è resa davvero conto della gravità di ciò che stava per fare? Qualcuno potrebbe sostenere che no, non se n’è resa conto. Ma la cosa non mi convince, onestamente. Costoro, ricordate?, contrapponevano ai nostri timori sui rischi per la democrazia le loro teorie piovute dall’alto sulla stabilità di governo, sul salto nel buio, sui tagli alla spesa pubblica.

Tutti argomenti forse con una loro validità, ma che, sono nulla in confronto all’amore per la libertà ed alla tutela della democrazia. Nonostante le suppliche quasi, non volevano capire, andavano dritti per la loro strada, ci accusavano di settarismo, fanatismo, integralismo, di essere un’accozzaglia, di essere vecchi bacucchi, vetero-qualcosa, nostalgici e antimoderni. Ci accusavano di essere conservatori e sostenitori della Casta. Costoro se ne sono fottuti della mia, della nostra libertà. Se ne sono fottuti persino della loro libertà. E spesso erano persone con cui avevi condiviso delle belle cose, che consideravi in un certo modo, che, un attimo prima che aprissero bocca, avresti giurato fossero dalla tua parte.

E invece cos’è successo?

E’ successo che, al momento opportuno, nel momento del bisogno, si sono sottratte ed hanno varcato la linea, schierandosi con chi mi voleva meno libero, cioè più servo. E, spesso, questa era gente non più tardi di un anno fa definiva la Costituzione italiana “la più bella del mondo” e intraprendeva – a scuola, al circolo, in piazza, in consiglio, in assemblea, in classe, nel club – lodevoli iniziative per difenderla e valorizzarla. Per farla conoscere, diceva.

Adesso, arrivo alla domanda secca: potrò ancora fidarmi di queste persone?

Posso fidarmi di gente che, come dicevo, al momento clou, irridendo le mie preoccupazioni o non tenendole in nessun conto, è passata dalla parte di chi voleva restringere la mia libertà?

E no, non si è trattato solo di libertà di scelta. No. La proposta del Sì, diciamola tutta, non era mica alternativa alla nostra Costituzione: era la sua devastazione. Non si proponeva un modello (Presidenziale? Semipresidenziale? Cantonale? Federalista?) alternativo all’attuale.

Era un progetto squallido e arrogante, che avrebbe aperto la strada a quella che un tempo, gli antichi chiamavano degenerazione di un regime: avrebbe aperto la strada all’oligarchia. Loro volevano metter mano al nostro edificio, ma, anziché una struttura più bella ed accogliente, avevano progettato una catapecchia nella quale restringere tutti noi.

Ora, l’edificio attuale non sarà magari il Taj Mahal, ma non è nemmeno confrontabile con la vergognosa catapecchia che ci avevano propinato. Non posso dimenticare così facilmente. Non posso perdonare così semplicemente. Non posso scusare così come se nulla fosse chi non mi ha preso sul serio, chi si è comportato in maniera così semplicistica, chi non ha scorto la gravità della situazione e, ancor più, chi ha cercato di smontare le mie argomentazioni con chiacchiere e distintivi (peraltro presi da altri!).

Qualcosa mi rode, qualcosa mi si agita dentro.

Come potrò collaborare di nuovo con costoro?

Come potrò fidarmi di nuovo di loro?

Per adesso non so. I dubbi sono tanti e restano.

Come la mia rabbia.

Per ora.