Referendum riforme, Comitato del No demolisce il ddl Boschi e si mobilita, ma l’obiettivo politico è Matteo Renzi

di Barbara Acquaviti.

A tratti sembra più che altro una (lunga) lezione di diritto costituzionale. In altri, però, l’obiettivo politico è chiamato per nome e cognome: Matteo Renzi. Il comitato per il no alla riforma costituzionale e all’Italicum comincia la mobilitazione verso il referendum contro il ddl Boschi: e così negli stessi istanti in cui i deputati in aula lo votano, nella saletta dei gruppi di Montecitorio professori e giuristi “lo demoliscono”. Si alternano Stefano Rodotà, Felice Besostri (già promotore del ricorso anti-porcellum), Domenico Gallo, Gaetano Azzariti, il presidente del Comitato Alessandro Paci, Alfiero Grandi.

Nella sala – gremita – ci sono i parlamentari di Sinistra Italiana, si vedono anche il leader della Fiom, Maurizio Landini, e il fondatore di Possibile, Pippo Civati. Del Movimento 5 stelle si intravede solo Danilo Toninelli, ma il capogruppo invia una lettera: non aderiranno al Comitato – fa sapere – però sosterranno la battaglia. A conti fatti, abbastanza per far dire ai promotori che ci sono i numeri, minimo 126 deputati, che la legge prescrive per promuovere un referendum. Nella sala spuntano facce della prima Repubblica come quella di Paolo Cirino Pomicino o Giovanni Maria Flick, si rivedono ex parlamentari, ex leader di partito come Antonio Di Pietro, ex ministri (come Cesare Salvi) e anche ex girotondini (come Pancho Pardi). “Ma – sottolinea Domenico Gallo – non accettiamo il mantra secondo cui dalla parte del governo ci sono i riformatori e da questa ci sono i difensori della casta. Quello a cui siamo chiamati è un referendum sui valori della Repubblica”.

Non le chiamano nemmeno riforme, Besostri preferisce battezzarle come “de-forme”. Ma è soprattutto alla mobilitazione popolare che guardano i promotori: l’obiettivo è quello di “riappropriarsi” del referendum, togliergli quell’aura di “plebiscito” che Matteo Renzi gli ha dato durante la conferenza stampa di fine anno legando le sorti del suo governo alla vittoria dei sì. “E’ truffaldino – dice Paci – che il governo si faccia promotore di un referendum che è oppositivo per trasformarlo in un giudizio sul presidente del Consiglio”.

Ma è Stefano Rodotà il più duro di tutti contro il premier: punta il dito contro il jobs act, contro la riforma della scuola e anche contro il “monopolio dell’informazione” e per questo suggerisce anche di avviare un “monitoraggio” su come il tema sarà affrontato dai media. “Oggi – sostiene – i cittadini sono carne da tweet e da slide, confinati alla passività, ridotti ad una merce messa su un mercato che è quello delle istituzioni”.

Il premier, d’altra parte, finisce continuamente nel mirino. Una accusa domina su tutte: quella di aver creato una legge elettorale e una riforma della Costituzione finalizzati alla nascita del suo “principato”. Rodotà, in particolare, parla di “democrazia d’investitura” o “di appropriazione”. “La ‘formula ‘dopo di me il diluvio’, apparteneva al vocabolario di un sovrano assoluto. Questo rischio – sottolinea – non c’è, la democrazia potrà resistere anche alle dimissioni del premier”.
Ma Renzi non è il solo ad essere attaccato. Nell’auletta dei gruppi in molti ce l’hanno anche con l’ex capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Alessandro Paci, infatti, lo incolpa di essere stato “complice” di quello che chiama “obbrobrio”: “Ha consentito – afferma – che si intraprendesse un percorso di riforma della costituzione in un Parlamento eletto con una legge dichiarata incostituzionale”. Ancora più esplicito Felice Besostri, che ha promosso ricorsi in tutte le province contro l’Italicum. “La presidenza della Repubblica – sostiene – doveva assegnare un breve termine di tempo per rifare la legge elettorale e il successivo Parlamento avrebbe potuto cambiare la Costituzione legittimamente. Invece, ha fatto tutto il contrario”.

Da L’Huffington Post – 11 gennaio 2016.