Quer pasticciaccio brutto della riforma costituzionale (1^p.)

di Giuseppe Tramontana.

Quer pasticciaccio brutto de la riforma costituzionale/1

L’art. 57 della riforma prevede che “Il Senato della Repubblica è composto da novantacinque senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali e da cinque senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica. I Consigli regionali e i Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano eleggono, con metodo proporzionale, i senatori tra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, tra i sindaci dei Comuni dei rispettivi territori. Nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a due; ciascuna delle Province autonome di Trento e di Bolzano ne ha due”.
Sembra tutto chiaro tranne che la riforma dimentica che nel nostro ordinamento abbiamo 5 regioni a statuto speciale, ossia regioni che godono di norme diversificate e rafforzate rispetto alle altre regioni. Tra queste la Regione Sicilia.
Gli Statuti della Regione Sicilia (art. 3 comma 7), della Regione Sardegna (art. 17 comma 1(, del Trentino Alto-Adige (art. 28 comma 2), del Friuli Venezia-Giulia (art. 15 comma 3) e della Valle d’Aosta (art. 17 comma 1), tutti approvati con leggi costituzionali prevedono espressamente (secondo al definizione dello Statuto siciliano, ma per gli altri non è diverso) che “L’ufficio di Deputato regionale è incompatibile con quello di membro di una delle Camere, di un Consiglio regionale ovvero del Parlamento europeo”.
L’incompatibilità significa che non puoi essere contemporaneamente deputato regionale e senatore.
In sostanza, vigente questo Statuto, non si può realizzare la condizione prevista dall’art. 57 della Costituzione, ossia l’elezione (o la nomina) dei senatori tra i deputati regionali, come è invece possibile per le regioni a statuto ordinario che non hanno simile norma e per le quali, comunque, si avrebbe la prevalenza della norma costituzionale per il criterio gerarchico delle fonti.
Criterio gerarchico che non si potrebbe applicare allo Statuto delle Regioni a statuto speciali in quanto approvati con Legge Costituzionale.
Il pasticcio creato dalla riforma non è di facile soluzione.
Qualcuno potrebbe pensare di risolverlo con uno dei soliti escamotage all’italiana: fare dimettere il deputato regionale per fargli assumere l’Ufficio di senatore. Questo cozzerebbe con la premessa della riforma: se i senatori devono rappresentare i territori devono essere scelti tra i consiglieri e i sindaci; se non rivestono la carica di consigliere non possono assumere quella di senatore.
Altra possibilità. Modificare gli statuti, Ma anche questa via pare impercorribile. La modifica va approvata con legge costituzionale, dunque con la procedura aggravata di cui all’art. 138. Dobbiamo tenere conto del fatto che ormai manca poco – poco più di un anno – alla fine della legislatura, sicuramente poco per approvare cinque leggi costituzionali (o anche una sola, ma “comprensiva”, ammesso che sia legittima e costituzionale) e pare veramente difficile ipotizzare che si possa arrivare in tempo utile.
Questo significherebbe che il prossimo Senato sarebbe privo dei senatori siciliani, sardi, valdostani e friulani (diverso il discorso per i trentini) o meglio ogni regione potrebbe averne solo uno: quello scelto tra i sindaci. Nessun problema, al limite. Peccato che
vada a scontrarsi con la previsione dell’art. 57, là dove è previsto che nessuna regione possa avere un numero di senatori inferiore a due.
Sono tante le ragioni che ci inducono a votare NO il prossimo 4 dicembre al referendum costituzionale. Non so gli altri, ma di certo siciliani, sardi, valdostani e friulani non possono accettare di non avere senatori per un pasticcio, una dimenticanza. Li invito a votare NO.

 

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Quer pasticciaccio brutto della riforma costituzionale/2

Secondo la ripartizione proposta dal governo, ove passasse la riforma costituzionale, ben 10 Regioni avrebbero due soli senatori, uno dei quali sarà un sindaco, e uno solo sarà un Consigliere regionale “nominato” dai Consigli regionali. Questi sentori non saranno più rappresentanti della Nazione (ax art. 67 rivisto, anche se, essendo senza vincolo di mandato potranno cambiare casacca tranquillamente), ma saranno relegati in una funzione “localistica”. Ci si chiede, allora, perché debbano eleggere anch’essi i membri della corte Costituzionale. Ma non importa. Torniamo ai numeri. La Lombardia, con i suoi 14 senatori sarebbe la regione con il maggior peso specifico. Ricordiamo che la riforma prevede un Senato composto da 95 “senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali e da cinque senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica”. Ma anche qui sorge un problema: i senatori Nominati (“possono essere nominati”, da notare) dal Presidente della Repubblica cosa c’entrano con le istituzioni territoriali? Non sarebbe stato meglio inserirli nella camera dei deputati, visto che sono nomine politiche? Ma andiamo avanti. Dei 95 senatori, 21 sono scelti tra i sindaci, e gli altri 74 nell’ambito dei Consigli Regionali, sulla base delle indicazioni degli elettori (la specifica legge elettorale dovrebbe essere varata successivamente, mah!). Il numero dei senatori di ciascuna regione dipende dal peso demografico, con il limite minimo di due senatori per Regione, cosa che premia le Regioni molto piccole come Val d’Aosta e Molise, e danneggia le medie come Marche e Liguria. Ieri abbiamo trattato del pasticciaccio che si profila con le Regioni a Statuto speciale, e ora parliamo di una di essa, nello specifico: il Trentino Alto-Adige. All’art. 57, comma 3, rivisto è previsto quanto segue: “Nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a due; ciascuna delle Province autonome di Trento e di Bolzano ne ha due.” Domanda: e la Regione Trentino Alto-Adige? Eh sì, perché la regione Trentino Alto Adige non è solo la somma delle due Province, ma è un ente territoriale a sé stante, con tanto di consiglio regionale, Giunta, Presidente e compagnia bella. Chiunque abbia studiato una briciola di diritto costituzionale lo sa. Cosa ne deriva? Che il numero dei senatori non è completo? E quanti sono allora, 100, 102, 103 o altro ancora? Ma c’è di più. Vi proponiamo la ripartizione dei seggi Regione per Regione: Piemonte 7, Valle d’Aosta 2, Liguria 2, Lombardia 14, Trentino 4, Veneto 7, Friuli-VG 2, Emilia-Romagna 6, Toscana 5, Umbria 2, Marche 2, Lazio 8, Abruzzo 2, Molise 2, Campania 9, Puglia 6, Basilicata 2, Calabria 3, Sicilia 7, Sardegna 3. Letto bene? Il Trentino ha 4 seggi, ma sono i due della Provincia di Bolzano + i due della Provincia di Trento. E questo l’abbiamo visto all’art. 57 comma 3. Se si dovessero inserire dei senatori per la Regione, quanti potrebbero essere e, quindi, a quanti senatori arriverebbe complessivamente il Trentino? Considerata la popolazione (1.060.140 abitanti) dovrebbero essere 3 (o 2: non di meno perché meno di due non sono ammessi!). Ora, facciamo due calcoli. La Sardegna con 1.967.294 abitanti se n’è vista assegnare 3, la Calabria con 1.656.000 abitanti altri 3. Se al Trentino andassero altri due seggi “regionali” arriverebbe a quota 6: lo stesso numero dell’Emilia-Romagna, la quale, però, di abitanti ne fa un po’ di più: 4.446.220. Se, invece, ottenesse 3 altri seggi, giungerebbe a un totale di 7. 7, capite? Come il Piemonte (4.397.069 abitanti, che comunque avrebbe 7 seggi, uno in più dell’Emilia Romagna, che ha una popolazione superiore), del Veneto (4.865.380 abitanti) e persino della Sicilia (l’Isola più grande del Mediterraneo, con problemi del tutto peculiari e con una popolazione di 5.059.917 abitanti). C’è tanta confusione sotto il cielo. E nelle menti.

 

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Quer pasticciaccio brutto della riforma costituzionale/3

Continuiamo con la galleria degli orrori “riformistici”.
Leggete questo articolo, è il 72, comma 7 del testo riformato: “Esclusi i casi di cui all’articolo 70, primo comma, e, in ogni caso, le leggi in materia elettorale, le leggi di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali e le leggi di cui agli articoli 79 e 81, sesto comma, il Governo può chiedere alla Camera dei deputati di deliberare, entro cinque giorni, che un disegno di legge indicato come essenziale per l’attuazione del programma di governo sia iscritto con priorità all’ordine del giorno e sottoposto alla pronuncia in via definitiva della Camera dei deputati entro il termine di settanta giorni dalla deliberazione. In tali casi, i termini di cui all’articolo 70, terzo comma, sono ridotti della metà. Il termine può essere differito di non oltre quindici giorni, in relazione ai tempi di esame da parte della Commissione nonché alla complessità del disegno di legge. Il regolamento della Camera dei deputati stabilisce le modalità e i limiti del procedimento, anche con riferimento all’omogeneità del disegno di legge.”
Letto tutto? Bene, questo è uno dei punti più devastanti – e, oserei dir,e più eversivi – della riforma (ce n’è anche un altro così sconquassante, ma lo vedremo un altro giorno: pazientate). Perché è così sconvolgente? Vorrei attirare la vostra attenzione sulla questione principale: questa: dice l’articolo “il Governo può chiedere alla Camera dei deputati di deliberare, entro cinque giorni, che un disegno di legge indicato come essenziale per l’attuazione del programma di governo sia iscritto con priorità all’ordine del giorno e sottoposto alla pronuncia in via definitiva della Camera dei deputati entro il termine di settanta giorni dalla deliberazione. In tali casi, i termini di cui all’articolo 70, terzo comma, sono ridotti della metà.” Apparentemente nulla di strano, anzi. Ma questo significa una cosa sola: il Governo diventa il “proprietario” e il “gestore” dell’agenda del Parlamento. Né più né meno. Tra l’altro, considerato che l’Italicum regala il 54 per cento della Camera ad un partito singolo e che il capo del partito è anche il capo del governo (lo stesso a cui la Camera a maggioranza – che è poi l’insieme dei deputati eletti nel suo partito – dà la fiducia) difficilmente verrà rifiutata la priorità. E, nel caso, c’è sempre il voto di fiducia, che sia giunge alla previsione precedente! La stessa priorità non è prevista per le leggi di iniziativa parlamentare, così il governo monopolizzerà man mano l’attività legislativa del Parlamento, dettandogli, come dicevamo, la propria agenda. Forse qualcuno ancora non riesce a cogliere la pericolosità, nonché la gravità della cosa. Allora, sarò esplicito. Avete presente la rivoluzione inglese? E quella Francese? Ve le ricordate? Bene queste rivoluzioni, per citarne solo un paio, le fondamentali, ebbero al centro delle loro rivendicazioni la possibilità dell’Assemblea legislativa (Parlamento) di redigere la propria agenda, in parole povere, essendo formata dai rappresentanti del popolo, di stabilire di cosa occuparsi. Dissero basta al potere del sovrano o dei ceti, i quali, elitisticamente o assolutisticamente, dall’alto dei loro scranni, decidevano cosa fosse buono o male per il popolo. Il popolo ad un certo punto disse stop e volle decidere da sé, tramite i suoi rappresentanti. E ancora oggi, anche nel più piccolo condominio o nella più minuscola associazione è l’assemblea a decidere l’ordine del giorno, cioè a decidere le cose di cui si deve discutere, che poi sono le cose che stanno a cuore ai membri della medesima assemblea (è il principio democratico, bellezza!, opposto al principio del capo o dell’élite). Questo succede dappertutto: in ogni assemblea e in ogni Stato democratico. Figuriamoci nell’Assemblea, la regina delle Assemblee, più importante di tutte: il Parlamento. Qui, ovviamente è l’assemblea stessa, in quanto titolare della sovranità in nome del popolo (art. 1 Cost.), che stabilisce autonomamente cosa è bene per sé stessa (e quindi per il popolo che essa rappresenta) e cosa bisogna trattare con priorità. Il governo, ossia il potere esecutivo, come dice la parola medesima, esegue. E’ il fondamento del costituzionalismo moderno, appunto. Ed è un dato di fatto, indiscutibile, a nostro avviso. Basterebbe che un’ignobile proposta come questa fosse semplicemente palesata perché un popolo degno di questo nome, un popolo di cittadini e non di sudditi, consapevole dei propri diritti e dei propri doveri, amante della libertà e cosciente di quanto sia costata conquistarla e conservarla, prendesse a sonore pernacchie i promotori della stessa. I quali evidentemente hanno rigurgiti oligarchici senza se e senza ma. Questo popolo sarà anche quello italiano? Vedremo.

 

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Quer pasticciaccio brutto della riforma costituzionale/4

Se ricordate, ieri avevamo rinviato la trattazione dell’altro pilastro più eversivo e innegabilmente pericoloso (l’altro rispetto al precedente sintetizzato nell’art. 72 che dà la facoltà al governo di imporre l’agenda al Parlamento). Bene, è ora di parlarne. Partendo dall’inizio e con calma. Leggete questo articolo: è il 117 comma 3 così come riscritto dalla riforma: “Spetta alle Regioni la potestà legislativa in materia di rappresentanza delle minoranze linguistiche, di pianificazione del territorio regionale e mobilità al suo interno, di dotazione infrastrutturale, di programmazione e organizzazione dei servizi sanitari e sociali, di promozione dello sviluppo economico locale e organizzazione in ambito regionale dei servizi alle imprese e della formazione professionale; salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche, in materia di servizi scolastici, di promozione del diritto allo studio, anche universitario; in materia di disciplina, per quanto di interesse regionale, delle attività culturali, della promozione dei beni ambientali, culturali e paesaggistici, di valorizzazione e organizzazione regionale del turismo, di regolazione, sulla base di apposite intese concluse in ambito regionale, delle relazioni finanziarie tra gli enti territoriali della Regione per il rispetto degli obiettivi programmatici regionali e locali di finanza pubblica, nonché in ogni materia non espressamente riservata alla competenza esclusiva dello Stato.”
Letto tutto? Ottimo. Per prima cosa vorrei segnalare che è stata abrogata del tutto la potestà concorrente delle Regioni, ossia quella potestà legislativa (ma che per la Corte Costituzionale, a onor del vero, era soprattutto da leggersi come regolamentare e amministrativa) in base alla quale lo Stato pone le leggi-cornice con i principi fondamentali e comuni a tutte le regioni e, poi, all’interno delle cornici ogni Regione legifera. Non è grave come perdita (anche perché alcune attribuzioni sono state riciclate altrove), ma dire che in tal modo – privando di una potestà legislativa – si è dato più potere alle regioni mi sembra non veritiero. Ma non è su questo, in fondo, che vorrei attirare la vostra attenzione, bensì sulla parte finale dell’ultimo periodo di cui al comma 3: quel “nonché in ogni materia non espressamente riservata alla competenza esclusiva dello Stato” (competenza esclusiva delineata dettagliatamente al precedente comma 2). Questa, nel linguaggio giuridico si chiama “norma residuale”. Ma sorge una domanda: in presenza di una tale norma residuale per quale motivo elencare le materie attribuite alla regione? Non si poteva semplicemente dire che tutto ciò che non spetta allo Stato (art. 117 comma 2) è di competenza della Regione? Forse il problema sta in quel “semplicemente”: le cose semplici non piacciono al neo-Costituente. Superflue sì, semplici no. Ma andiamo avanti: non è di questo che vorremmo parlare. Se avete letto l’elenco della materie di competenza regionale, dentro vi sono cose interessanti: tra le altre cose, la pianificazione territoriale, le dotazioni infrastrutturali; la programmazione de servizi sanitari, ecc… Non male, a prima vista. Ma c’è l’inghippo. Il successivo comma 4, recita: “Su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale.” Letto bene anche questo? Se sì, avrete sicuramente fatto un salto sulla sedia. Proprio così, non avete capito male: lo Stato, con il pretesto dell’unità giuridica o economica (badate a quella disgiuntiva “o”: non è “e” – in questo caso, per cui servirebbero tutte e due le condizioni -, ma ne basta solo una) o la tutela dell’interesse nazionale (tutte etichette vuote, gusci, slogan da usare a piacimento), con questi pretesti lo Stato può espropriare le Regioni anche nelle materie attribuite loro. La cosa non vi fa nessun effetto? Questa, nel linguaggio giuridico si chiama “norma di supremazia”. Ma vediamo qualche esempio per nulla remoto. Lo Stato decide di costruire un bel Ponte – magari sullo Stretto – oppure un’autostrada o un porto, distruggendo il territorio, una TAV qualunque o una qualunque discarica di scorie nucleari. Decide che la realizzazione è di interesse nazionale e ci mette il timbro. Lo decide il Governo ovviamente, ma la Camera dei deputati – la SUA Camera, quella in cui un Partito ha una maggioranza taroccata del 54%, la quale ha dato la fiducia al SUO premier che è anche il SUO Segretario, il quale, tempo prima, si è scelto i SUOI candidati che poi sono stati eletti e diventati deputati – anziché opporsi, prevedibilmente dà il suo assenso. A questo punto chi può opporsi? Nessuno. Altro che proteste, petizioni, manifestazioni! La Terra dei Fuochi potrà essere l’Italia intera, le città inquinate e mortifere stile Gela, Taranto, Margjhera o Priolo moltiplicarsi, le devastazioni del territorio, le stesse per cui ad ogni pioggia metà del Bel paese va sotto l’acqua, continuare senza ostacoli. Non solo si esproprieranno le Regioni dei loro poteri, ma si disarmeranno anche i cittadini. E la cosa sarà perfettamente costituzionale (basta la dichiarazione di interesse nazionale) e nulla potrà fermare un’opera, nemmeno la più sconquassante (che però magari a qualche lobbista con qualche santo in paradiso, anzi al governo, farà guadagnare fior di quattrini). Saranno inutili persino i ricorsi alla Corte Costituzionale. Calpestando la volontà della gente, di coloro che in quel posto che rischia di trasformarsi in un inferno ci abitano, vivono e crescono figli. Nessuno potrà fiatare. Ecco realizzato l’altro pilastro devastante della riforma. Dopo aver annichilito il parlamento, si zittisce il popolo (sovrano?). Domanda: quale popolo responsabile e dotato del semplice buon senso accetterebbe una cosa del genere? Quale individuo metterebbe una pistola carica in mano a qualcuno sapendo che costui potrebbe usarla in qualsiasi momento contro di lui?

 

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Quer pasticciaccio brutto della riforma costituzionale /5

Tanti anni fa mio nonno mi raccontava che, quando era piccolo, lui e i suoi amici, bambini di campagna cresciuti tra fossi e strade sterrate, cacciando lucertole e pescando girini, facevano un gioco crudele, come spesso sono (e soprattutto erano) i giochi dei bambini: quando catturavano una libellula, un’ape o una mosca, le strappavano le ali e poi, senza ali, la tiravano in alto per farla volare. Ovviamente, l’animaletto ricadeva al suolo. E loro, i bambini, mefistofelici e perversi, ridevano di quello sforzo inutile. Bene. Tenete in mente questa storia, quando leggerete gli articoli che concernono il nuovo Senato della repubblica. Un Senato a mezzo servizio, con i senatori non pagati (almeno per quanto riguarda lo stipendio fisso, diverso è per le diarie, i benefit e tutto ciò che di fatto determina il lievitare dei costi), dotati di immunità e che si devono recare almeno da 1 a 3 volte al mese a Roma per svolgere i loro compiti (ecco l’importanza dei viaggi gratis, delle diarie e dei benefit vari…). Un Senato che, come hanno fatto notare da più parti, in realtà è un dopolavoro: consiglieri regionali e sindaci che devono lasciare, per legge, il loro incarico primario in seno all’Istituzione in cui sono stati eletti per svolgere volontariato altrove, come se a, ad esempio, venisse imposto a un cardiochirurgo strutturato in un’azienda ospedaliera di andare a fare volontariato alla Croce Rossa. Una cosa che ha dell’incredibile, a pensarci bene. Ma torniamo al punto (e tenete in mente la storiella della libellula e di mio nonno). Cosa hanno fatto con la riforma? Hanno subissato questo povero Senato a mezzo servizio, che si riunirà al massimo 2-3 volte al mese, di competenze e incarichi stratosferici che, stando appunto al tempo a disposizione, mai e poi mai potranno essere soddisfatti. Basta dare un’occhiata veloce al famigerato art. 70. Ad esempio, tra le altre cose, “il Senato della Repubblica può, secondo quanto previsto dal proprio regolamento, svolgere attività conoscitive, nonché formulare osservazioni su atti o documenti all’esame della Camera dei deputati.” Ma c’è un esempio che vale più di tutti. Questo è il comma 5 sempre dell’art. 70: “I disegni di legge di cui all’articolo 81, quarto comma, approvati dalla Camera dei deputati, sono esaminati dal Senato della Repubblica, che può deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data della trasmissione.” Ma quali sono questi disegni di legge di cui all’art. 81? Questo, a esempio: “La Camera dei deputati ogni anno approva con legge il bilancio e il rendiconto consuntivo presentati dal Governo.” Insomma, il Senato ha a disposizione 15 giorni (15!) per leggere, valutare e proporre modifiche alla legge di bilancio (o di stabilità, ex finanziaria), per scrivere la quale il Governo si prende di regola dai 6 agli 8 mesi. E il Senato dovrebbe leggersi migliaia e migliaia di pagine, valutarle, discuterle e proporre le modifiche (le quali, poi, possono essere tranquillamente respinte dalla Camera!) in soli 15 giorni! Insomma, ( e qui sta il parallelismo con la storiella del nonno) prima gli strappano le ali, riducendolo a un dopolavoro, e poi lo lanciano in aria per farlo volare, cioè lo oberano di incarichi. Forse lo scopo è proprio questo: per non farlo funzionare? Ma se così fosse, perché non lo si è eliminato del tutto? Vuoi vedere che c’entra la storia dell’immunità… A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca…

 

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Quer pasticciaccio brutto della riforma costituzionale/ 6

1) “Il Friuli Venezia Giulia, la Sardegna, la Sicilia, il Trentino-Alto Adige/Südtirol e la Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste dispongono di forme e condizioni particolari di autonomia, secondo i rispettivi statuti speciali adottati con legge costituzionale.”
Questo è l’art. 116, comma 1 della Costituzione vigente. Non è stato modificato e quindi resta tale e quale. Anche il comma successivo è rimasto identico. Che significa? Semplice, le Province, eliminate nelle Regioni ordinarie, permangono in quelle a Statuto speciale. E dire che erano – così ci dicevano – le più sprecone. Il perché non è dato sapere.
2) L’art. 57, comma 1 del testo costituzionale riformato recita: “Il Senato della Repubblica è composto da novantacinque senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali e da cinque senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica.”
A parte le questioni che abbiamo sollevato nei giorni scorsi relativamente al reale numero dei senatori trentini (si parla di 2 per la Provincia di Trento e 2 per la Provincia di Bolzano, ma si tace della Regione Trentino Alto-Adige nel suo complesso: e tale regione esiste, con tanto di Giunta regionale, Consiglio e leggi!) e al rischio per le altre quattro Regioni a Statuto speciale di avere un solo senatore, cosa peraltro non ammessa dalla novella costituzionale (il numero minimo è fissato in 2), sorge una domanda netta: se i senatori sono “rappresentativi delle istituzioni territoriali”, che ci fanno in Senato i cinque nominati dal Presidente della Repubblica? A meno di dimostrare che il Presidente della Repubblica sia un ente territoriale, tipo il Molise o Roncobilaccio, questi senatori, essendo di nomina politica, dovrebbero trovare posto nella Camera dei deputati, non in Senato.
Continuiamo. Quanti sono i senatori? 100, direte voi. E i calcoli apparentemente sono quelli: 95+5. Certo, c’è il problema aperto del Trentino, che potrebbe portare a 102 o 103 il numero complessivo – è un problema serio, a dire il vero, visto che verrebbe violato lo stesso articolo 57 comma 1 della Riformata Costituzione – ma tant’è. Eppure c’è dell’altro. All’art. 39 comma 7 della legge costituzionale, che è andato a rimpinguare le disposizioni transitorie, viene detto testualmente: “I senatori a vita in carica alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale permangono nella stessa carica, ad ogni effetto, quali membri del Senato della Repubblica.” Oggi, in Senato siedono 5 senatori a vita. Quattro per meriti (Monti, Cattaneo, Piano, Rubbia) e un ex Presidente della Repubblica (Napolitano). Sono 5 posti in più e i titolari, essendo senatori a vita, permarranno nella carica finché morte non sopravvenga. Certo, il Presidente della Repubblica “può”, come dice la norma, nominarli e quindi non deve. Eppure, siccome alcuni di questi senatori (es. la Cattaneo, che è del ’66, o gli stessi Monti, Rubbia e Renzo Piano) si spera abbiano ancora molti anni davanti a sé, è strano pensare che la norma non venga attuata e il Presidente della Repubblica non nomini nessuno in attesa della mala parata, cioè del fatto che man mano si liberino i posti. Quindi, delle due l’una: o la norma per stata concepita per essere, almeno a tempo indefinito, inattuata oppure per essere violata. Per finire, due domande. Domanda nr. 1: quanti sono adesso i senatori? Domanda nr. 2: è o non è un record il fatto che una stessa norma (l’art. 57) venga violata contemporaneamente e contestualmente almeno quattro volte e ancor prima di entrare in vigore?

 

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Quer pasticciaccio brutto della riforma costituzionale /7

“ ‘U fattu successi ‘o scuru/ e nun si visti/ Jù zappava/ e uddu vinni/ e ni misumu a paroli/ jù dci desi un corpu di zappa/ ca mi vinni di lu cori.” “Sì, ma ‘u fattu?”/ “‘U fattu successi ‘o scuru/ e nun si visti:/ jù zappava e iddu vinni… (Il fatto successe al buio/ e non si vide nulla/ Io zappavo/ e lui venne/ e cominciammo a litigare/ e gli diedi un colpo di zappa/ che mi venne dal cuore.” “Sì, ma il fatto?”/ “Il fatto successe al buio/ e non si vide….)” Questa è una filastrocca siciliana apparentemente no sense. Anzi, un tormentone no sense. Un tizio racconta ad un altro del litigio avuto con un terzo, racconta che, mentre zappava, l’altro lo aveva raggiunto ed avevano cominciato a discutere, ma la discussione finisce male: il narratore appioppa un colpo di zappa al suo inopportuno ospite. Ma, dopo il primo giro, colui che ha ascoltato la storiella chiede al narratore-zappatore: ”Ma il fatto quale fu?” (cioè per quale motivo litigaste?). Solo che il primo ricomincia imperterrito a raccontare daccapo la stessa storia…. E così all’infinito. La filastrocca, passata a proverbio, vuole sottolineare l’abnorme gravità di certe situazioni, causate tuttavia o da fatti insignificanti oppure dalla semplice incomprensione. Una situazione che ricorda il mito di Sisifo di camusiana memoria o quello di Tantalo della tradizione classica. Oppure quella che rischia di concretizzarsi con la previsione dell’art. 70 comma 7: “I Presidenti delle Camere decidono, d’intesa tra loro, le eventuali questioni di competenza, sollevate secondo le norme dei rispettivi regolamenti.” Cioè, se c’è una divergenza d’opinione sul fatto che una legge sia monocamerale o bicamerale, decidono i Presidenti di Camera e Senato. Detto altrimenti: la Camera dei deputati ritiene che una legge sia di sua esclusiva competenza, mentre il Senato ritiene che sia anche di competenza senatoriale. Non si mettono d’accordo. Allora, che succede? Che i Presidenti delle due Camere si incontrano per trovare un’intesa. Ora, è facile immaginare il seguito. Se i due Presidenti avranno un minimo di dignità o semplicemente ognuno dei due riterrà di avere ragione, non faranno che ribadire le posizioni opposte già espresse dalle due Camere. E, allora, in caso l’accordo non venga trovato, chi dirimerà la controversia? Silenzio. La riforma non ne parla. ‘U fattu successi ‘o scuru / e nun si visti…

 

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Quer pasticciaccio brutto della riforma costituzionale/ 8

Secondo la Riforma, infatti, spetterà alla sola Camera dei deputati la potestà legislativa statale nella generalità delle materie (leggi monocamerali), escluse quelle materie speciali in cui, finora, è richiesta la partecipazione deliberativa del Senato (leggi bicamerali).
Qui la situazione si fa critica.
Il primo rilievo concerne proprio il criterio utilizzato per distinguere i casi in cui occorre ricorrere alla legge monocamerale da quelli in cui bisogna ricorrere alle leggi bicamerali. Prima era molto semplice: tutte le leggi approvate allo stesso modo. Ma si è voluto cambiare il bicameralismo perfetto e, allora, bisogna escogitare qualcosa di nuovo. Che poi, questo nuovo, sia compatibile con il buon senso e, soprattutto, ordinato e di facile attuazione, quello è un altro discorso. Date le premesse della riforma, tuttavia, è corretto riconoscere che non probabilmente non era possibile individuare un criterio diverso da quello per materie.
Certo, le «materie» non sono compartimenti stagni e dai contorni ben definiti. È facile, anzi facilissimo, data la partecipazione dell’Italia all’UE, che una determinata questione possa ricadere in più di una singola materia. Di ciò abbiamo esperienza. E oggi la maggior parte del contenzioso Stato-Regioni nasce proprio dall’ambiguità di questo criterio, dato che il fatto che anche queste due forme di competenze (statale e regionale) hanno come linea dirimente la competenza per materie. Facciamo qualche esempio. Una materia che regoli l’ordinamento professionale degli architetti o dei produttori di olio d’oliva o formaggio rientra nella competenza monocamerale della Camera dei Deputati o rientra in quella bicamerale propria anche del Senato, considerato che a questo secondo caso vanno ricondotte tutte le leggi miranti a dettare norme generali di attuazione delle normative e delle politiche dell’Unione Europea? E, per lo stesso motivo, una legge che riformi il sistema degli appalti pubblici (così profondamente inciso dai regolamenti europei) dovrà essere monocamerale o bicamerale? Stesso discorso per il turismo, l’agriturimo, il commercio con l’estero e poi i migranti, la sicurezza internazionale ed una miriade dio altre discipline: basta dare un’occhiata alle competenze dell’UE (vi ricordate la questione delle quote-latte? O, oggi, delle arance, dell’etichettatura dei formaggi o della sicurezza dei giochi per bambini?
Per farla breve, il timore è che, al preesistente contenzioso Stato-Regioni, venga ad assommarsi un nuovo grattacapo: il contenzioso Camera-Senato.
A tal riguardo, come abbiamo sottolineato ieri, non è per nulla tranquillizzante quanto stabilisce l’art. 70, penultimo comma, che affida ai Presidenti delle due Camere, congiuntamente, il compito di dirimere le eventuali questioni di competenza. È naturale che, in quella sede, entrambi i Presidenti sosterranno la posizione della Camera di rispettiva appartenenza, giungendo, verosimilmente, ad una reciproca contrapposizione e, dunque, allo stallo. Che fare a questo punto? Il conflitto difficilmente potrà essere risolto in quella sede.
Inoltre, non ci sembra convincente la tesi secondo cui il raggiungimento di una intesa, tra i Presidenti delle due Camere, precluderebbe il successivo sindacato della Corte costituzionale. Una legge approvata con procedimento monocamerale o bicamerale, che tuttavia violi il riparto delle competenze, sarà pur sempre contraria all’art. 70 che indica astrattamente le materie di competenza. E ciò sussisterebbe anche se quella legge fosse stata emanata con l’accordo dei due Presidenti. Il danno c’è, anche se si dice che non c’è.
Il elemento profilo critico riguarda la procedura da scegliere per le varie leggi monocamerali. Su di esse il Senato manterrà comunque una sorta di ingerenza, attraverso il potere di c.d. richiamo. Cioè, il Senato, anche con riferimento alle leggi di competenza esclusiva della Camera, potrà comunque chiedere alla stessa Camera di rivedere il testo approvato, attuando una sorta di «navetta» più limitata. Beh, direte voi, comunque è più limitata: in qualche cosa si migliora. Andate cauti. La cosa non è così semplice, perché la Riforma prevede vari tipi di richiamo.
Vi sono: 1) il richiamo ordinario (sulla generalità delle leggi approvate dalla Camera) e 2) altri richiami speciali (di almeno due tipi), ancora una volta distinti sulla base dell’esile criterio delle materie incise dal testo di legge approvato dalla Camera.
A seconda del diverso tipo di richiamo, poi, sono previsti termini e maggioranze diverse per esercitare il relativo potere, nonché conseguenze diverse in capo alla Camera che ne subisce l’esercizio. Facile prevedere che si creerà una situazione di confusione generale, in occasione dell’emanazione di ogni singola futura legge.
Infatti, prima di emanare qualsiasi legge, in sostanza, ci si dovrà chiedere se essa appartenga alla Regione o allo Stato. Stabilito ad esempio che sia dello Stato, ci si dovrà chiedere se essa debba essere una legge monocamerale o bicamerale. Infine, una volta ipoteticamente concordato che essa sia di tipo monocamerale, si dovrà verificare a quale tipo di richiamo essa sia soggetta da parte del Senato. E, ad ogni passaggio, incombono conflittualità, contenziosi e ricorsi. Che, inevitabilmente, come se non bastasse, comporteranno ulteriori rallentamenti e perdite di tempo. Tutto ciò ci sembra esattamente il contrario di un procedimento di semplificazione. Anzi, ad essere sinceri, sembra, piuttosto, un procedimento di complicazione.
E tale complicazione creerà ulteriori conseguenze sfavorevoli. Per tutti noi.

 

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Quer pasticciaccio brutto della riforma costituzionale/9

Come si è capito abbondantemente le Regioni non dovrebbero parteciperanno alla composizione del Senato tutte allo stesso modo, ma in base alla loro popolazione. Quindi, la Lombardia – dieci milioni e rotti di abitanti – avrebbe 14 senatori. Vale a dire il 15% dell’intera assemblea. La metà ne toccherebbe al Veneto, alla Sicilia e al Piemonte. Immaginiamo che queste quattro Regioni – tradizionalmente tra loro non ostili – stringano alleanze interne al Senato. Da sole, esse potranno contare sul 45% dei voti disponibili. Un’enormità. Ne segue che quelle quattro Regioni saranno in grado, da sole, di condizionare in maniera determinante il contenuto di quelle leggi che, poi, avranno ricadute su tutte le altre sedici Regioni. Che è come dire che la Lombardia decide il diritto che si deve applicare in Umbria, Calabria o Puglia. Così, le Regioni che finissero «in minoranza» al Senato, oltre a perdere la legislazione concorrente, abrogata, non otterrebbero neppure quella forma di compensazione data dalla possibilità di incidere sulla legislazione generale e statale di settore. Secondo questo stesso ragionamento, va considerato, poi, che al Senato parteciperanno
pure i componenti nominati dalle Regioni ad autonomia speciale. Le quali, tuttavia, in forza di una specifica disposizione di coordinamento, saranno toccate solo marginalmente dalla Riforma. Per esse, in un certo qual modo, continuerà a valere la Costituzione “vecchia” (o, meglio: il Titolo quinto, nei limiti di sua applicabilità, per quanto non disciplinato dagli Statuti regionali). Quindi accadrà una cosa paradossale: senza subire limiti alla loro specifica potestà legislativa, le Regioni ad autonomia speciale saranno dunque in grado di incidere, per mezzo dei loro rappresentanti al Senato, sul regime a cui dovranno soggiacere le Regioni ad autonomia ordinaria. Il che, oggi, non avviene. In buona sostanza, le Regioni ad autonomia speciale, senza perdere nulla della possibilità di introdurre diritto in casa propria, potranno tranquillamente ficcare il naso negli affari delle altre e determinarne il diritto.

 

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Quer pasticciaccio brutto della riforma costituzionale /10

Vogliamo fare due conti? Ne avete voglia? Immaginiamo per un attimo che debba essere eletto il successore di Mattarella e prendiamo in esame il corpo elettorale più ampio possibile: 630+95+5+3, cioè 733 elettori (lasciamo da parte la questione dei senatori a vita).
Dobbiamo subito dire che, a legislazione attuale (dunque ad Italicum vigente), il partito di maggioranza avrà (per legge) 340 seggi alla Camera, e, diciamo, una maggioranza di 60 senatori (qua il dato è, per forza di cose, empirico: ma è una ragionevole proiezione del peso attuale del Pd, così come di un qualsiasi altro partito di maggioranza relativa): dunque un pacchetto di 400 voti. Bene, si va a votare a Camere riunite per eleggere l’Inquilino del Quirinale. Cosa potrà succedere? Nei primi tre scrutini (come ora) per eleggere il Capo dello Stato ci vorranno i due terzi: 489. Il partito di maggioranza dovrebbe trovarne 89. Non sono pochissimi, ma nemmeno tantissimi: basta un’alleanza politica ad hoc. Già, però, dal quarto al sesto scrutinio il quorum per l’elezione presidenziale scende ai tre quinti dei componenti: 440. E qua cominciano i guai. Qui l’aggiunta può essere minima (ad esempio, una schiera piccina di volenterosi verdiniani) per mettere al laccio il massimo garante di tutti. Ma non è finita. La vera e propria crisi democratica si potrebbe palesare con ciò che viene previsto dal settimo scrutinio in poi: basteranno i tre quinti dei votanti. Cioè dei presenti in aula quel giorno. Si tratta di uno strano quorum mobile, che potrà abbassarsi notevolmente prima di toccare il limite. Quanto? L’unico limite è quello imposto dall’articolo 64 della Costituzione (non svirgolato dalla riforma), che impone il numero legale: perché il presidente possa venire eletto è necessario che siano presenti la metà più uno dei componenti, cioè 367 elettori. Ora, i tre quinti di 367 è pari a 221: e dunque la nuova Costituzione prevede che dalla settima votazione il Capo dello Stato possa essere eletto con una maggioranza minima di 221 voti, cioè con una maggioranza che è tutta nella disponibilità (e manipolabilità) del partito che, con voto anabolizzato, avrà vinto le elezioni (340 deputati), anche se al Senato non dovesse avere nemmeno un seggio!

 

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Quer pasticciaccio brutto della riforma costituzionale/ 11

Così, tanto per dire, mi pare che la c.d. “Riforma Boschi”, tra le altre cose, violi il diritto di elettorato attivo come forma di esercizio della sovranità popolare (art. 1, comma 2, Costituzione). Mi pare che la Costituzione, questa vecchia signora oggetto di sberleffi, garantisca l’elettività diretta delle assemblee legislative, e non preveda affatto l’interposizione di elezioni di secondo grado e/o indirette come, mi pare, sia disposto dalla riforma tramite dei non precisati “grandi elettori regionali”. Così mi pare. D’altra parte, mi pare che la nomina a senatore dei sindaci (sulla quale la riforma nulla mi pare dica) collida con il principio di ragionevolezza, posto che non è dato di capire, mi pare, come sia possibile adempiere con “disciplina ed onore” (art. 54 della costituzione, mi pare) alle due assorbenti e impegnative funzioni in contemporanea. Mi pare, altresì, che con la riforma, si possa diventare senatori ad appena 18 anni, visto che costoro sarebbero scelti tra i consiglieri regionali e i sindaci e tali si può diventare a questa verdissima età: senatori (dal latino “senex”, anziano) più giovani dei deputati! MI pare. Tornando ai duplice incarico, vorrei ricordare che il Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali (Decreto Legislativo 18 agosto 2000, nr. 267), all’articolo 60, numero 12, mi pare preveda alcuni casi di ineleggibilità riguardanti “i sindaci, presidenti di provincia, consiglieri metropolitani, consiglieri comunali, provinciali o circoscrizionali in carica” i quali non posso essere eletti “rispettivamente, in altro comune, città metropolitana, provincia o circoscrizione.” L’articolo 63, punto 7, mi pare, aggiunge che le previsioni precedenti si estendono anche a colui che “ nel corso del mandato, viene a trovarsi in una condizione di ineleggibilita’ prevista nei precedenti articoli.” In parole povere, il sindaco di Venezia non può essere contemporaneamente il sindaco di Quarto d’Altino, paesino di 8.000 abitanti distante meno di 20 chilometri dalla città lagunare, ma può fare il senatore a Roma.
C’è poi, mi pare, un’altra questione da valutare. L’immunità. Che si estende anche ai sindaci. Cioè una persona sola sarà immune in quanto senatore e non immune in quanto sindaco. Certo, bisognerà vedere, di volta in volta, quale delle due funzioni prevarrà. Ma già mi immagino la fatica dei pubblici ministeri capire se il tizio si da corrompere come sindaco o senatore e di conseguenza se chiedere o meno l’autorizzazione al senato per le intercettazioni telefoniche. E poi, una volta intercettato, ad esempio per reati da sindaco, che fare? Depennare e far finta di non ascoltare che vi sono anche reati da senatore? E mi immagino anche lo sforzo degli avvocati difensori per dimostrare che quel reato, al loro assistito, è stato contestato impropriamente, in violazione dell’immunità: lui è senatore e si sarebbe dovuta richiedere comunque l’autorizzazione al senato. Niente autorizzazione, niente reato…. Così immagino, così mi pare.

 

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Quer pasticciaccio brutto della riforma costituzionale/12

“Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali ed esercita funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica. Concorre all’esercizio della funzione legislativa nei casi e secondo le modalità stabiliti dalla Costituzione, nonché all’esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l’Unione europea. Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea. Valuta le politiche pubbliche e l’attività delle pubbliche amministrazioni e verifica l’impatto delle politiche dell’Unione europea sui territori. Concorre ad esprimere pareri sulle nomine di competenza del Governo nei casi previsti dalla legge e a verificare l’attuazione delle leggi dello Stato.” Questo che avete appena letto è il famigerato art. 55, comma 5, della nuova versione della Costituzione (ove venisse approvata). Certo, la prima cosa che salta all’occhio è, a stare attenti, la mole di compiti assegnata ad un organo legislativo, nemmeno eletto direttamente dal popolo, formato da consiglieri regionali e sindaci non retribuiti (almeno per ciò che concerne lo stipendio) e soprattutto che si può incontrare a Roma solo una o due volte al mese. Già quel “valuta le politiche pubbliche e l’attività delle pubbliche amministrazioni” (di tutte le pubbliche amministrazioni: comuni, città metropolitane, Province, Regioni, Regioni a Statuto speciale, consorzi pubblici, prefetture e chi più ne ha, più ne metta) fa tremare le vene ai polsi: come farà? Mah! La sensazione, come abbiamo sottolineato in altro luogo, è che si sia affastellata tanta roba in capo ad esso proprio per NON farlo funzionare: congestionare per bloccare, si potrebbe dire. Ma passiamo oltre. Come si sa, il Senato non sarebbe eletto direttamente dai cittadini, avrebbe tuttavia l’immunità, non darebbe la fiducia al governo (che viene data solo dalla Camera) e non potrebbe essere sciolto dal Presidente della Repubblica. Ovvio: non verrebbe nemmeno eletto in toto contestualmente (infatti non ci sarebbero più le elezioni in una certa data per il Senato!), ma – essendo i senatori collegati i consigli regionali di provenienza – verrebbero nominati al momento dell’insediamento del Consiglio regionale e, di conseguenza, decadrebbero al momento della decadenza dell’organo di provenienza, anche in caso di scioglimento anticipato. Ciò vuol dire una prima cosa: che, tra 74 (o forse più: rimane in sospeso quella questione del Trentino Alto-Adige) senatori “regionali” e 21 sindaci, ci sarebbe il rischio di un certo via-vai a Palazzo Madama. Una cosa abbastanza interessante, non solo per la vicenda della stabilità dell’organo, ma che perché la mancanza, in un dato momento – es. dopo il sesto scrutinio, in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica, quando la maggioranza richiesta è i 3/5 dei votanti, ossia dei presenti – di qualche membro potrebbe incidere in qualche modo sul voto finale. Ma andiamo oltre. Dunque, il Senato non verrebbe eletto direttamente, non darebbe la fiducia al governo e non potrebbe essere sciolto. Dovrebbe rappresentare le istituzioni territoriali, pur mancando di qualcosa (di questo parleremo in un altro contributo) e, soprattutto, è intestatario di una caterva di compiti. In particolare, vorrei farne notare uno (si fa per dire): dice, ad un certo punto, l’art. 55 comma 5 succitato: il senato “Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea.” Sembra una cosa da niente, eppure è di un rilievo assoluto. Per dire, oggi, la produzione e il recepimento di atti normativi relativi alle politiche dell’UE rappresenta quasi un terzo (1/3!) dell’intera produzione legislativa italiana e non solo. E sappiamo spesso che gli argomenti sono delicati, es. in materia di commercio o di politiche agricole e/o industriali. Vi ricordate la questione delle quote-latte e le proteste che ne seguirono: investirono tutto il Nord e buona parte degli allevatori del Sud e della Sardegna. O la questione delle arance o la tutela del made in Italy…. Insomma, argomenti importanti e sensibili. E la mancata attuazione comporta l’apertura della procedura di infrazione, la condanna e il pagamento di pesanti multe. Ricordate? Immaginiamoci per un attimo che il Senato, in contatto con il territorio, decidesse di non recepire un regolamento comunitario. Ciò comporterebbe una pesante conseguenza: l’Italia rischierebbe la procedura di infrazione e il la condanna al pagamento di pesanti multe (come le quote-latte), poste poi a carico di TUTTA la collettività nazionale, anche se l’ostruzionismo l’avesse voluto solo un manipolo di Regioni, in possesso tuttavia della maggioranza in Senato. E’ chiaro che, in tale contesto, il Senato eserciterebbe un grande potere ricattatorio nei confronti del governo e della maggioranza che lo sostiene. Un potere enorme soprattutto perché, come si sa, esso, come organo non potrebbe essere sciolto! Si trasformerebbe in una sorta di organo immortale. Immortale e onnipotente. Altro che bicameralismo imperfetto e Senato soggetto alla Camera! Il Senato diverrebbe il vero padrone della scena! Oltretutto, vista la cospicua presenta di atti di origine UE approvati dal nostro Paese (1/3, dicevamo, all’incirca), un’ipotesi del genere non sembra essere così tanto remota. E allora, che fare? Sarà previsto un meccanismo per uscire dall’impasse, direte voi. E invece no. L’unico venuto in mente a qualche costituzionalista sarebbe il contemporaneo scioglimento, da parte del Presidente della Repubblica, di tutti i Consigli regionali: caduti i consigli, revocati i nominati. Amen. Peccato che per fare una cosa del genere manchi la motivazione ossia manca una dettagliata norma di previsione. Immaginate cosa si scatenerebbe a livello di contenzioso Stato-Regioni e a livello politico…

 

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Quer pasticciaccio brutto della riforma costituzionale / 13

Mi scuso, intanto, se sarò costretto a fare una cosa noiosa: dare dei numeri. E’ cosa tediosa, ma indispensabile, se è vero, com’è vero, che i numeri parlano (e chi ha un mutuo, uno stipendio con il quale non arriva a fine mese o la glicemia alta lo sa benissimo). Uno dei cavalli di battaglia dei sostenitori del sì è l’eliminazione del bicameralismo perfetto, che causa, a loro dire, un’enorme perdita di tempo e rallenta l’approvazione delle leggi. Cioè, secondo loro, se non ci fosse il bicameralismo perfetto – che, comunque, nel progetto di riforma resta per ben 15 materie – le leggi sarebbero più veloci e quindi se ne approverebbero di più. Strano questo ragionamento in un paese, il nostro, in cui ci si lamenta sempre delle troppe leggi e, addirittura, caso più unico che raro nel panorama mondiale, ogni tanto si fanno delle leggi per eliminare delle leggi: le cosiddette leggi di delegificazione! Ad ogni modo, nel corso della XVII legislatura (dal 15 marzo 2013 al 15 novembre 2016: i dati sono dell’Ufficio ricerche del Senato, liberamente consultali in internet) sono state approvate, in Italia, 256 leggi. Non male, eh? Di queste, 206 sono state approvate per iniziativa governativa, 54 per iniziativa parlamentare, una per iniziativa regionale e una per iniziativa popolare. Primo dato: considerato che il periodo preso in esame (15 marzo 2013-15 novembre 2016) comprende (domeniche, ferie e festività comprese) 1700 giorni tondi, in Italia è stata approvata una legge ogni 6, 64 giorni. Secondo dato: chi ingolfa il Parlamento è il governo, visto che lui, da solo, ha avuto l’iniziativa di 206 leggi su 256. Questo contraddice palesemente quanto sostenuto dai fautori del sì ossia il dato sull’“estenuante ping-pong tra Camera e Senato” cui sarebbe costretta “ogni legge” che impiegherebbe “anni” per essere approvata. NON E’ VERO. In Italia, nell’ultima legislatura, è stata approvata, come abbiamo visto, una legge ogni 6 giorni e mezzo: 202 leggi sono passate al primo colpo, mentre la “navetta” ha riguardate pochissime di esse (43 approvate con tre passaggi tra le due Camere, 5 con quattro, una con cinque e una con sei). Ma c’è di più. l’attuale assetto costituzionale consente già oggi al Governo di sostituirsi sistematicamente al Parlamento, titolare della funzione legislativa, ed il Governo se ne approfitta. Rispetto alle quattro categorie di atti normativi primari, 286 su 533 totali sono del Governo. Il “debole” Governo italiano dispone in realtà di poteri normativi che i governi forti cui spesso si fa riferimento non hanno mai avuto. Non è così per l’esecutivo statunitense, che non
ha nessun potere di normazione primaria e che è stato severamente bacchettato dalla Corte Suprema ogni volta che ha tentato di appropriarsene anche in modo indiretto. Non è così per i governi britannico e tedesco che – in regimi parlamentari come il nostro – non dispongono della decretazione d’urgenza, potendo soltanto chiedere deleghe al legislatore. Tra i regimi parlamentari europei, solo il Governo spagnolo ha un potere di decretazione d’urgenza, soggetto a decadenza entro 30 giorni (anziché i nostri 60) e con esclusione di un insieme di materie che il costituente ha ritenuto “sensibili”. Ma non è tutto, perché a questi poteri di intervento sulla legislazione si aggiunge il controllo sull’attività interna al Parlamento. E ora vediamo le leggi approvate dal 15 marzo 2013 al 15 novembre 2016. Oltre il 35 % di esse è costituito da leggi di conversione di decreti-legge del Governo. Un altro 42% è composto da leggi di ratifica di trattati internazionali, il cui contenuto è oggetto di contrattazione da parte del Governo, mentre al Parlamento è riconosciuto solo il potere di accettare o respingere il testo sottoposto, appunto, alla sua ratifica: dunque, atti interamente di provenienza governativa. A ciò va aggiunto che gran parte della politica estera si svolge o mediante consultazioni e accordi informali, o mediante accordi adottati tra governi, con
procedura semplificata, comunque senza coinvolgere il legislatore. Analogamente, 18 leggi sono di bilancio o collegate alla manovra finanziaria: necessariamente atti di iniziativa governativa, sui quali il potere di incidere da parte del Parlamento è formalmente ampio ma sul piano della sostanza quasi inesistente. I regolamenti parlamentari impediscono ormai quelli che venivano chiamati “assalti alla diligenza” cui si assisteva nei passati decenni; ormai la quasi totalità degli emendamenti presentati al testo del Governo viene dichiarata inammissibile, senza che si arrivi neppure a discuterli nel merito. Lo stesso discorso vale per le 6 leggi che dispongono adempimenti di obblighi connessi all’appartenenza all’Unione europea. Qui l’influenza del Governo è duplice, perché prima di tutto a Bruxelles contratta le misure da adottare (tagliando fuori il Parlamento non solo dalla procedura decisionale, ma spesso anche solo da qualunque possibilità di informazione), poi presenta in Italia il disegno di legge per la loro attuazione, sostanzialmente immodificabile perché “blindato” a livello europeo.
In sostanza, il Parlamento non solo non è padrone dell’iniziativa legislativa, ma nemmeno del proprio calendario dei lavori. Per riassumere, su 256 leggi approvate in tre anni e mezzo, soltanto 54 possono dirsi propriamente frutto dell’attività parlamentare.
Il quadro è sostanzialmente confermato dal fatto che l’84,5% dell’iniziativa legislativa è esercitata dal Governo. In definitiva possiamo affermare, dati alla mano, che il Governo, nell’attuale assetto costituzionale, è già il padrone assoluto della produzione normativa, poiché oltre ad essere titolare esclusivo del potere regolamentare, è direttamente autore di 286 dei 533 atti di normazione primaria complessiva approvati nel triennio e mezzo ed assume l’iniziativa per oltre l’82-83% delle leggi approvate dal Parlamento, avendone peraltro determinato anche il contenuto in un abbondante 80% dei casi. A quanto sopra, sufficiente a smontare qualche luogo comune, dobbiamo però aggiungere un elemento che risulta decisivo nella configurazione dei rapporti realmente intercorrenti tra l’esecutivo e il Parlamento: il continuo ricorso alla questione di fiducia. Detto tutto questo, due quesiti: 1) c’era bisogno dell’introduzione del “voto di priorità” che di fatti sottrae al Parlamento la gestione della propria agenda? 2) piuttosto che badare alla quantità delle leggi, non sarebbe più opportuno occuparci della loro qualità, visto che spesso sono incomprensibili, confuse e linguisticamente carenti?

 

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Quer pasticciaccio brutto della riforma costituzionale / 14

Sarete d’accordo, immagino, che ciò che risalta maggiormente, nelle vicende politiche italiane degli ultimi 30 anni siano il discredito e lo sradicamento sociale dei partiti, la loro subalternità all’economia e alla finanza, la loro opzione comune e sempre più esplicita per le controriforme in materia di lavoro e di stato sociale. A ciò ha fatto costantemente riscontro il progetto di indebolire il Parlamento e di rafforzare il governo, tramite modifiche sempre più gravi della seconda parte della Costituzione repubblicana: dapprima, negli anni Ottanta e Novanta, i tentativi delle Commissioni Bozzi, De Mita-Jotti e D’Alema; poi l’assalto ben più di fondo alla Costituzione da parte del governo Berlusconi con la riforma del 2005 e, da ultimo, la legge di revisione costituzionale Renzi-Boschi approvata il 12 aprile 2016, sulla quale si svolgerà il referendum della settimana prossima. Di nuovo, come sempre, l’argomento a sostegno della revisione, oltre a quello penoso e demagogico della riduzione dei costi della politica, è stato la necessità di accrescere la “governabilità” nel tentativo, ancora una volta, del ceto di governo di far ricadere sulla nostra carta costituzionale la responsabilità della propria inettitudine.
L’attuale revisione costituzionale investe l’intera seconda parte della Costituzione: ben 47 articoli su un totale di 139. Non è quindi, propriamente, una “revisione”, ma, nei fatti, un’altra Costituzione, diversa da quella del 1948. Ma la nostra Costituzione non consente l’approvazione di una nuova Costituzione, neppure ad opera di un’ipotetica assemblea costituente che pur decidesse a larghissima maggioranza. Il solo potere ammesso dall’articolo 138 della nostra Costituzione è un potere di revisione, che non è un potere costituente ma un potere costituito, come sostengono molti costituzionalisti. Di qui il primo profilo di illegittimità: l’indebita trasformazione del potere di revisione costituzionale previsto dall’articolo 138 in un potere costituente non previsto dalla nostra Costituzione e perciò anticostituzionale ed eversivo. E ciò lo si vede benissimo dal coacervo di norme, strumenti, regole, afferenti le materie più disparate – dal Senato al CNEL, dalle Regioni alle Province, passando per l’elezione del Presidente della Repubblica e, quindi della Corte Costituzionale e del CSM, agli strumenti di democrazia diretta, referendum e leggi di iniziativa popolare…. Risultato? I cittadini ci hanno capito poco. Non solo: magari si è d’accordo su una cosa, ma in disaccordo su molte altre e viceversa. A ciò si aggiunga poi la questione semplicistica della velocità delle leggi, della stabilità, dei tagli dei costi… Insomma, un bel casino!
Tornando ai due poteri, costituente e costituito, la differenza tra i due tipi di potere è radicale: il potere costituente è un potere sovrano, che l’articolo 1 attribuisce al “popolo” e solo al popolo, sicché nessun potere costituito può appropriarsene; il potere di revisione è invece un potere costituito, il cui esercizio non può consistere nella produzione di una nuova Costituzione, ma solo in singoli e specifici emendamenti onde sia consentito ai cittadini, come ha più volte stabilito la Corte Costituzionale, di esprimere consenso o dissenso, nel referendum confermativo, alle singole, specifiche revisioni. E’ una questione elementare di teoria del diritto e di grammatica giuridica: l’esercizio di un potere costituito non può trasformare lo stesso potere del quale è esercizio in un potere costituente senza degradare ad eccesso, o peggio ad abuso di potere. Ed è paradossale che di questo eccesso e di questo abuso di potere si sia fatto fin dall’inizio promotore il Presidente della Repubblica, che aveva giurato fedeltà a questa Costituzione e che di essa avrebbe dovuto essere il custode e il garante. Ma è anche una questione di teoria politica e di grammatica democratica: la differenza e la distinzione tra potere costituente e potere costituito, formulata da Sieyés più di due secoli fa, rappresenta infatti una sorta di postulato di qualunque costituzionalismo democratico. Giacché le costituzioni sono norme che costituiscono e disciplinano i pubblici poteri, imponendo loro limiti e vincoli. E’ questo il loro senso e il loro ruolo. E perciò non possono gli stessi poteri costituiti dalla Costituzione cambiare radicalmente la Costituzione dalla quale sono disciplinati e limitati.
Si tratta di una logica del costituzionalismo adottato da quasi tutte le costituzioni e confermato dall’esperienza costituzionale di tutte le grandi democrazie. Giacché le costituzioni sono una cosa seria, che nelle democrazie serie sono emendabili, cioè suscettibili di singole e specifiche riforme, ma non modificabili per intero. Proviamo a pensare come sarebbe accolta l’idea di una nuova Costituzione negli Stati Uniti. Riflettiamo sul perché mai nessun partito, nessun presidente, nessun uomo politico penserebbe di proporre un cambiamento dell’intera Costituzione statunitense del 1787, da tutti concepita, difesa e sacralizzata come il patto costituente e la carta d’identità della nazione. Della Costituzione degli Stati Uniti sono infatti possibili solo emendamenti, la cui approvazione richiede, secondo il suo articolo 5, una procedura gravosissima: che la proposta di un semplice emendamento sia avanzata dai due terzi dei componenti del Congresso o da due terzi delle legislature dei vari Stati, e che nel primo caso l’emendamento sia approvato se votato dalle legislature di tre quarti degli Stati e, nel secondo, se votato dai tre quarti dei membri di un’apposita Convenzione convocata dal Congresso. In quasi nessun Paese, poi, è consentita la revisione totale della Costituzione, ma solo la revisione parziale mediante singoli emendamenti, sottoposti peraltro a procedure di revisione ben più gravose di quella prevista dal nostro articolo 138: l’approvazione da parte dei due terzi dei membri delle due Camere in Germania e in Giappone e da parte dei tre quinti in Spagna, seguita sempre in Giappone, e in Spagna su richiesta di un decimo dei membri di una Camera, da un referendum popolare. Dove è prevista la revisione totale, come in Spagna e in Svizzera, essa è sottoposta a procedure talmente laboriose da renderla quasi impossibile e comunque totalmente sottratta a colpi di mano di maggioranza. In base all’articolo 168 della Costituzione spagnola, si procede dapprima alla votazione del nuovo testo a maggioranza di due terzi di ciascuna Camera, poi allo scioglimento immediato delle Cortes, poi alla ratifica della nuova Costituzione a maggioranza di due terzi delle nuove Camere e infine al referendum sulla revisione approvata. In Svizzera, in base all’articolo 120 della Costituzione del 1874, per la revisione totale si richiede anzitutto che la proposta sia avanzata da una delle due Camere o da 100.000 elettori; successivamente si procede al referendum sul quesito “se la riforma totale debba o no aver luogo”; poi il Parlamento viene sciolto; poi si procede alla sua rielezione per elaborare la nuova Costituzione; infine, in base all’articolo 123, la Costituzione riformata viene sottoposta a referendum. da non è tutto più semplice. O semplicistico.

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Quer pasticciaccio brutto della riforma costituzionale /15

Leggere una sentenza della corte costituzionale non è mai facile né divertente. Ho appena finito di leggere quella che dichiara l’incostituzionalità della Riforma della Pubblica Amministrazione, la cosiddetta Riforma madia, ossia la Legge 124/2015.
La Suprema Corte, a proposito del rapporta tra Stato e Regioni, precisa che “la Corte (…) ha sempre più valorizzato la leale collaborazione quale principio guida nell’evenienza, rivelatasi molto frequente, di uno stretto intreccio fra materie e competenze e ha ravvisato nell’intesa la soluzione che meglio incarna la collaborazione (di recente, sentenze n. 21 e n. 1 del 2016. (…) Un’analoga esigenza di coinvolgere adeguatamente le Regioni e gli enti locali nella forma dell’intesa è stata riconosciuta anche nella diversa ipotesi della attrazione in sussidiarietà della funzione legislativa allo Stato, in vista dell’urgenza di soddisfare esigenze unitarie, economicamente rilevanti, oltre che connesse all’esercizio della funzione amministrativa. In tal caso, l’esercizio unitario che consente di attrarre, insieme alla funzione amministrativa, anche quella legislativa, può aspirare a superare il vaglio di legittimità costituzionale – e giustificare la deroga al riparto di competenze contenuto nel Titolo V – «solo in presenza di una disciplina che prefiguri un iter in cui assumano il dovuto risalto le attività concertative e di coordinamento orizzontale, ovverosia le intese, che devono essere condotte in base al principio di lealtà» (sentenza n. 303 del 2003; di recente, sentenza n. 7 del 2016). (…) Questa Corte ha individuato nel sistema delle conferenze «il principale strumento che consente alle Regioni di avere un ruolo nella determinazione del contenuto di taluni atti legislativi statali che incidono su materie di competenza regionale» (sentenza n. 401 del 2007) e «[u]na delle sedi più qualificate per l’elaborazione di regole destinate ad integrare il parametro della leale collaborazione» (sentenza n. 31 del 2006). In armonia con tali indicazioni, l’evoluzione impressa al sistema delle conferenze finisce con il rivelare una fisiologica attitudine dello Stato alla consultazione delle Regioni e si coniuga con il riconoscimento, ripetutamente operato da questa Corte, dell’intesa in sede di Conferenza unificata, quale strumento idoneo a realizzare la leale collaborazione tra lo Stato e le autonomie (ex plurimis, sentenze n. 88 del 2014, n. 297 e n. 163 del 2012). (…) Inserite in questo quadro evolutivo, le procedure di consultazione devono «prevedere meccanismi per il superamento delle divergenze, basati sulla reiterazione delle trattative o su specifici strumenti di mediazione» (sentenza n. 1 del 2016; nello stesso senso, sentenza n. 121 del 2010). (…) La reiterazione delle trattative, al fine di raggiungere un esito consensuale (ex plurimis, sentenze n. 121 del 2010, n. 24 del 2007, n. 339 del 2005), non comporta in alcun modo che lo Stato abdichi al suo ruolo di decisore, nell’ipotesi in cui le strategie concertative abbiano esito negativo e non conducano a un accordo (sentenze n. 7 del 2016, n. 179 del 2012, n. 165 del 2011; in generale, con riferimento al «principio dell’accordo», sentenza n. 19 del 2015). (…) Anche in tal caso, tenuto conto che gli interessi e le competenze coinvolte dalle disposizioni impugnate sono solo quelle statali e regionali, deve ritenersi che sia la Conferenza Stato-Regioni il luogo idoneo per il raggiungimento dell’intesa.”
E qui mi fermo. La sentenza, la nr. 251/16 può essere facilmente reperita nel sito della Corte. Quali sono le considerazioni? A mio avviso quello che la Corte boccia è, in primis, una logica. Ossia la logica smart, superficiale e forzosamente sprint (“sveltina”, l’ha definita un mio amico) tipica di questo governo. Ed è in base a questa logica che è stata introdotta la cosiddetta “clausola di supremazia”, che consentirebbe allo Stato, ossia al governo, di far tutto da sé, imponendo le proprie decisioni anche nelle materie riservate alle Regioni: tu puoi dire quello che vuoi, ma io faccio di testa mia (variante: puoi pensarla come vuoi, purché la pensi come me). Era un piccolo assaggio di come vorrebbero l’Italia: in nome della velocità (e delle raccomandazioni, dice qualcuno: giacché a quella si sarebbe prestata la Riforma Madia: mettere al posto giusto i dirigenti proni al governo e rimuovere i rompiscatole), dire addio – ma lentamente: in base al principio chomskiano della “rana bollita” – alla democrazia. Sintomatico. A tal proposito la reazione del Presidente del Consiglio: non mi vogliono far cambiare l’Italia. Infatti, se è verso il peggio meglio di no, ha detto la Corte. Solo che loro, adesso, trovando una barriera nella Costituzione, anziché fare marcia indietro e rinsavire, tenteranno di cambiare la Costituzione (e con essa – per una serie di concatenazioni che portano dalla maggioranza alla Camera all’elezione del Presidente della Repubblica alla nomina dei giudici costituzionali – anche la composizione della Corte che ne è tutrice). A dire la verità, se ricordate, questa era anche la logica di qualcun altro: se il proprio comportamento o il proprio obiettivo era contro le regole o era addirittura reato, bene, si cambiavano le regole o il codice penale. Leggi ad personam, sono state battezzate. E in base a questo modus operandi ed alle sottese regulae philosophandi tentò di cambiare la Costituzione, nel 2006. Gli andò male. Ma la logica – regulae e modus – si è ripresentata. Il filo nero dell’oligarchica e presuntuosa banalità.

 

consiglioregionale

Quer pasticciaccio brutto della riforma costituzionale / 16

C’è poco da fare: sono proprio i contenuti l’aspetto più allarmante della riforma costituzionale. Si dice che con essa viene superato il bicameralismo perfettamente paritario. È vero. Ma il superamento del bicameralismo perfetto avviene con la sua sostituzione con un monocameralismo sommamente imperfetto. Imperfetto per due ragioni. In primo luogo perché la seconda Camera non è affatto abolita, ma sostituita da un Senato eletto non dai cittadini, come vorrebbe il principio della sovranità popolare (che tuttavia mantiene l’immunità come un organo assembleare eletto direttamente), ma dai Consigli regionali “in conformità” – non è chiaro in quali forme e grado – “alle scelte espresse dagli elettori”, e tuttavia dotato di molteplici competenze legislative (sono ben 22 i casi – 15 quelli di leggi espressamente bicamerali – in cui il Senato dice la sua). Contrariamente alla semplificazione vantata dalla propaganda governativa, ne seguirà un’enorme complicazione del procedimento di approvazione delle leggi. Basti confrontare
l’attuale articolo 70 della Costituzione composto da una riga – “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere” – con il suo nuovo testo, articolato in sette commi lunghi e tortuosi che prevedono ben quattro tipi di
leggi e di procedure: a) le leggi di competenza bicamerale, come le leggi costituzionali, le leggi di revisione costituzionale, le leggi elettorali e altre importanti e numerose leggi sull’ordinamento della Repubblica; b) tutte le altre leggi, di competenza della Camera ma a loro volta differenziate, a seconda del grado di coinvolgimento del Senato nella loro approvazione, in tre tipi di leggi: b1) le leggi il cui esame da parte del Senato può essere richiesto da un terzo dei suoi componenti e sulle cui modificazioni la Camera si pronuncia a maggioranza semplice in via definitiva; b2) le leggi di cui all’art. 81, comma 4, le quali vanno sempre sottoposte all’esame del Senato, che può deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data di trasmissione; b3) le leggi di attuazione dell’articolo 117, 4° comma della Costituzione, che richiedono sempre l’esame del Senato e le cui modificazioni a maggioranza assoluta dei suoi componenti sono derogabili solo dalla maggioranza assoluta dei componenti della Camera. All’unico procedimento bicamerale attuale vengono dunque sostituiti quattro tipi di procedure, differenziati sulla base delle diverse materie ad esse attribuite. È chiaro che questo pasticcio si risolve in un’inevitabile incertezza sui diversi tipi di fonti e procedimenti, ancorati alle diverse ma non sempre precise e perciò controvertibili competenze per materia. Il comma 6° del nuovo articolo 70 stabilisce che «i Presidenti delle Camere decidono, d’intesa tra loro, le eventuali questioni di competenza». Ma come si risolverà la questione se i due presidenti non raggiungeranno un accordo? E comunque l’incertezza e l’opinabilità delle soluzioni adottate rimangono, e rischiano di dar vita a un contenzioso incontrollabile su questioni di forma che finirà per allungare i tempi dei procedimenti e per investire la Corte Costituzionale di una quantità imprevedibile di ricorsi di incostituzionalità per difetti di competenza. Ma c’è soprattutto una seconda ragione, ben più grave e di fondo, che rende inaccettabile il monocameralismo imperfetto, un sistema autocratico nel quale i poteri politici saranno interamente concentrati nell’esecutivo, e di fatto nel suo capo, ben più di quanto accada in qualunque sistema presidenziale, per esempio negli Stati Uniti, dove è comunque garantita la netta separazione e indipendenza del Congresso, titolare del potere legislativo, dal Presidente. Il sistema monocamerale infatti, in una democrazia parlamentare, implica un sistema elettorale puramente proporzionale, in forza del quale i governi e le loro maggioranze si formano in maniera trasparente in Parlamento, quali frutti del dibattito e del compromesso
parlamentare, e restano costantemente subordinati alla volontà della Camera della quale il governo è espressione. Solo così il monocameralismo è un fattore di rafforzamento, anziché di emarginazione del Parlamento: solo se l’unica
Camera – la Camera dei deputati – viene eletta con un sistema elettorale perfettamente proporzionale, in grado di rappresentare l’intero arco delle posizioni politiche, di garantire perfettamente l’uguaglianza del voto, di riflettere
pienamente il pluralismo politico e, soprattutto, di assicurare costantemente la presenza e il ruolo di controllo delle forze di minoranza e di opposizione. È stato solo questo il monocameralismo proposto in passato: quello che, grazie alla massima rappresentatività ed efficienza decisionale dell’unica Camera, alla sua composizione pluralista e alla forza delle opposizioni, assicura quella che chiamavamo la “centralità del Parlamento”, cioè il suo ruolo di indirizzo politico e di controllo sull’attività del governo quale si conviene a una democrazia parlamentare.
Al contrario, il monocameralismo imperfetto generato dall’azione congiunta della riforma Renzi-Boschi e della legge elettorale ipermaggioritaria del 2015, votata anch’essa con innumerevoli forzature e da ultimo – non dimentichiamolo – con l’imposizione della fiducia, si risolve in una pesante distorsione sia della rappresentanza politica che delle funzioni di controllo e di indirizzo spettanti al Parlamento. Due sono i problemi principali di questa legge: il primo è l’assegnazione del cospicuo premio di maggioranza del 54% dei seggi (340 su 630) alla lista che raggiunge più del 40% dei voti oppure, se nessuna lista raggiunge tale soglia, alla lista vincente nel ballottaggio tra le due liste maggiormente votate; il secondo è la previsione di liste elettorali brevi, in gran parte pregiudicato, tuttavia, dalla sostanziale nomina dall’alto dei capolista (fino a 10). È chiaro che con un simile sistema elettorale, che assegna automaticamente la maggioranza dei seggi alla maggiore minoranza, il Parlamento monocamerale è destinato a ridursi a un organo decorativo di ratifica plaudente delle decisioni del governo, a questo legata da un rigido rapporto di fedeltà. Ne risulterà alterato l’intero equilibrio dei poteri e sostanzialmente capovolto il rapporto di fiducia: non più la fiducia della Camera che il governo deve ricevere e mantenere, ma al contrario la fiducia del governo, e precisamente del suo capo, che i parlamentari di maggioranza dovranno guadagnarsi e mantenere se non vorranno rischiare lo scioglimento del Parlamento e la loro non rielezione. Del resto la riforma del nostro sistema parlamentare in un sistema cripto-presidenziale è rivelata dall’art. 2, comma 8, dell’Italicum: «I partiti o i gruppi politici organizzati che si candidano a governare depositano il programma elettorale nel quale dichiarano il nome e cognome della persona da loro indicata come capo della forza politica». In questo modo il voto per la forza politica «che si candida a governare» è anche il voto per il «capo della forza politica» che si candida a divenire il capo del governo, in contrasto con l’articolo 92 della Costituzione, rimasto inalterato, che ne affida la nomina al Presidente della Repubblica sulla base delle indicazioni dei gruppi parlamentari. Sarà ben difficile non solo la nomina di una persona diversa, ma perfino la sfiducia, destinata inevitabilmente a provocare lo scioglimento della Camera. Insomma, per chi non l’ha ancora capito, è l’azione congiunta della nuova costituzione e della riforma elettorale che è destinata a provocare un indebolimento della rappresentanza parlamentare, e con essa della sovranità popolare.
Se osserviamo la storia del Novecento italiano, notiamo che tutte le crisi del sistema politico sono state affrontate partendo dal metter mano ad una riforma elettorale e hanno mirato di solito al restringimento degli spazi democratici e di libertà. E ciò anche quando apparentemente si tratta di estensioni del suffragio (come nel 1882 o nel 1912), predisposte per disinnescare e annacquare pericoli rivoluzionari veri o presunti (es. 1919). La legge Acerbo o del 1924, quella detta “truffa” del 1953, e poi le riforma del 1993-94, il Porcellum e oggi l’Italicum. La storia è maestra, ma mai come in Italia sembra non avere alunni.

 

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Quer pasticciaccio brutto della riforma costituzionale/ 17

E’ piaciuto molto, pare, un post “pratico”: quello che concerneva il numero di leggi e atti normativi approvati oggi dal parlamento. Vorremmo mantenerci su quella lunghezza d’onda e parlare della tanto discussa questione delle spese. A più riprese, i sostenitori della modifica costituzionale – Renzi e Boschi in testa – hanno sostenuto che con la riforma lo Stato risparmierebbe 500 milioni all’anno “e avremo un aumento del PIL del 6% in dieci anni, pari circa a 10 miliardi all’anno:” (Maria Elena Boschi, 8.6.2016). Verrebbe da commentare ironicamente con un: boom! Le sparano grosse, eh! Fedeli alla condotta che ci siamo imposti, noi prendiamo in mano le carte. Il bilancio di previsione 2016 dice che il Senato costa 540 milioni. Di questi, solo 79,5 vanno nelle tasche dei senatori. Gli altri sono costi per il personale, i servizi, le forniture e le pensioni. Insomma, tutte cose sulle quali il taglio di 215 senatori non incide. Le indennità dei 315 senatori oggi in carica ammontano invece a 42,135 milioni di euro. Ma, da questi, va scorporata la quota che torna nelle casse dello Stato sotto forma di Irpef: 14 milioni. Sembra strano, ma almeno i senatori (e i deputati) le tasse le pagano. Nel “nuovo” senato arriverebbero 100 senatori (se non di più, per la storia del Trentino, ma lasciamo stare). 100 senatori, dicevamo, con uno stipendio a carico dei consigli regionali e comunali. Quindi il risparmio netto sarà di 42 milioni (le indennità non versate), ma con 14 milioni in meno incassati dallo Stato per via dell’eliminazione della riscossione dell’Irpef. 42 meno 14 uguale 28. Ma, a onor del vero non è tutto. Il Senato versa altri 37, 266 milioni per le spese sostenute dai suoi membri per lo svolgimento del mandato. Rimborsi e supporti che spetteranno anche ai nuovi, naturalmente: non vorrete che si rechino a Roma, 2-3 volte al mese, da Aosta, Palermo o Venezia, con spese di viaggio e alloggio a carico loro e per di più per un incarico non retribuito? E’ giusto, no? La spesa da 37 e rotti scende certo a 12, con un risparmio di 20 milioni, al netto delle tasse non pagate. Il totale fa 48 milioni. Vogliamo arrotondare? Facciamo 49 e non ne parliamo più. Che è poi la somma che compare nella nota, datata 28.10.2014, con cui il Ragioniere Generale dello Stato ha risposta alla puntuale richiesta del Ministro Boschi , datata 24.10.204, relativamente all’ammontare del risparmio in vista della riforma costituzionale. Quindi, 49 milioni, dicevamo, ossia 8,8% del bilancio del Senato. Il taglio del CNEL, invece, sempre la succitata nota della ragioneria Generale, produrrebbe un risparmio di appena 8,7 milioni. Ma, di questi 8,7 milioni, 5 sono spese per il personale, il quale, badate bene, non verrebbe licenziato, ovviamente, ma trasferito alla corte dei Conti e quindi questa somma non verrebbe risparmiata. Per inciso, anche l’ex commissario alla spendig review Roberto Perotti si è pronunciato in tale senso: “il risparmio effettivo per l’abolizione del CNEL – ha detto – sarà solo di 3 milioni.” Facciamo il calcolo finale: 49 di tagli per il Senato e 3,7 per il CNEL uguale 52,7: un decimo della somma propagandata. Oggi, in Italia, abbiamo una popolazione (dato aggiornato al 2015) di 60.665.551 abitanti. Provate a dividere 52,7 milioni per 60.665.551: fa 0,87. Ripetete con me: 0, 87. Centesimi, si intende. 0,87 centesimi all’anno, a testa. Vi viene da ridere? Anche a noi. Oggi, al bar, il mio caffè l’ho pagato 1 euro. Solo quello di oggi. Ieri un altro euro e domani un altro ancora. Val la pena sottolineare che il risparmio di 52, 7 milioni maturerebbe a fronte di una spesa pubblica di 800 miliardi circa l’anno. Una goccia nell’oceano. Tanto per fare due altri piccoli esempi. L’art. 91 della legge di stabilità in discussione prevede lo stanziamento di 97 milioni di euro a garanzia della Ryder Cup Europee LLP di golf, manifestazione golfistica che, immaginiamo, conoscerete benissimo. Soprattutto se siete vip. Con questi soldi viene coperta una grossa fetta delle spese per la manifestazione, la quale, complessivamente, costerà oltre 120 milioni. Impossibile sapere a cosa serviranno quei soldi qualora qualcosa dovesse andare storto. E c’è da scommetterci che qualcosa andrà storto: bastano quattro gocce e la giornata, a golf, è rovinata… E si scopre che nel comitato organizzatore ci sono il figlio di Gianni Letta, la moglie di Frattini, il renziano Guido Barilla, l’ex presidente Rai Gubitosi ed Evelina Christillin. Val al pena sottolineare che 97 milioni sono più o meno gli stessi soldi che il governo ha deciso di investire per la ristrutturazione dei campi sportivi e delle palestre di tutto il Paese nei prossimi tre anni: saranno contenti i nostri amici che insegnano, a scuola, Scienze motorie e che magari hanno deciso di votare Sì…. Questo era il primo esempio. Passiamo al secondo: le spese militari. Secondo i dati del rapporto annuale Mil€x, l’Osservatorio sulle spese militari, gli stanziamenti per fini militari, per il 2017, vedranno un aumento dell’ 11% rispetto al 2016, in linea con la crescita che ha registrato il settore negli ultimi 10 anni, periodo in cui le spese sono salite del 21% (4,3% in valori reali, calcolando l’inflazione), corrispondenti ad un aumento dall’1,2 al 1,4 % del Pil nazionale.
L’anno prossimo la spesa prevista sarà di 23,4 miliardi di euro (23,4 MILIARDI), ovvero 64 milioni al giorno (AL GIORNO: altro che il nostro caffè al bar!). Il 25% di questi investimenti riguarderà l’acquisto di nuovi mezzi da guerra, sette nuovi F-35, una portaerei, blindati ed elicotteri. Noi proponiamo un cambio: rinunciamo a una ventina scatoloni di pallottole o a un elicottero e manteniamo il Senato democraticamente eletto. Guardate, se ci aggiungiamo anche un paio di blindati, magari ci scappa anche il CNEL E magari riusciamo a farlo funzionare bene…