CRONACHE PAESANE DI ESTATI LONTANE. Tre gradini più giù

di Giuseppe Tramontana. 

La bellezza delle cose esiste

 nelle menti di chi osserva

(D. Hume, Ricerca sull’intelletto umano)

Tre gradini non sono molti. Oppure sì. Dipende. Dipende da ciò che c’è in cima e da cosa ti porti dietro. Dipende da cosa devi raggiungere e da cosa ti stai lasciando alle spalle. Dipende, appunto. A me, i gradini della scuola elementare “Dante Alighieri” di Francofonte non hanno mai dato fastidio. Tutt’altro. Tre gradini, parte di una vita, si potrebbe chiosare.

Però, qualche annetto fa, decise che le cose così com’erano non andavano bene. C’era da sistemare la piazza. Buona idea. Solo che, alla fine, non trovarono di meglio che rialzarla. Cioè, rialzarono tutta la piazza. Giusto per cancellare quei tre fastidiosissimi gradini. Qualcuno sostenne che ci fosse della coerenza in tutto ciò: in un posto in cui non solo non c’era, ma nemmeno doveva esistere un centro di aggregazione sociale, un luogo di ritrovo e confronto, perché mai mantenere quei gradini che, bene o male, erano stati, per anni, lo spontaneo sostituto ai  punti d’incontro, l’alternativa proletaria ai salotti buoni? Così disse qualche malalingua – ché qui ce ne sono ancora a bizzeffe – ma, sapete, a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca…

Quei tre gradini, sessanta centimetri scarsi di basalto nero, siamo stati noi, giovani di fine anni Ottanta-inizi anni Novanta. Ragazzi, come li rivedo,  abbandonati stancamente nella risacca dell’ombra sottile nei cocenti giorni di luglio. Tra sudore e sollievo. Soprattutto, tra le chiacchiere. Chiacchiere frivole o stracche, sapide, sonnolente, irriverenti, scheggiate dall’ira, smerigliate dalla persuasione. Quei tre gradini furono i nostri cazzeggi senza fine, senza fini, senza gloria. Furono il divano della nostra giovinezza inesperta, spalle appoggiate alla porta della scuola,  sguardi fissi ad un futuro incerto, appollaiati come pappagalli sui trespoli.  E parole, parole. Parole ormai dimenticate, estorte alla memoria, smozzicate dal tempo. In bilico tra spudoratezza e riserbo. Eliminare quei tre livelli di pietra lavica levigata  è stato, per noi che li frequentavamo, come azzerare parte della nostra memoria, cancellare un segmento della nostra giovinezza. Di noi.

C’era Giuseppe, anzi Peppe Carnibella. Oggi, credo, graduato dell’aeronautica militare. Era juventino, Peppe. Calmo, riflessivo, si presentava alternativamente con la Repubblica o la Gazzetta. Era scurissimo di carnagione. E quando rideva, il nitore dei denti spiccava su quell’incarnato da mozarabo come la falce della luna nel cielo scuro. Quasi taciturno, raramente partecipava alle diatribe  che si scatenavano quotidianamente contro la dittatura della Juve. Ché di altre dittature non ci si occupava, ma di quella sì. Della dittatura della Juve di Trapattoni, sì. Probabilmente pensava, Peppe, che le ragioni  pro domo sua stessero nelle cose e che fosse inutile contrapporre discorsi e passioni alle nostre invidiose, livide invettive antibianconere. Bisognava farci cuocere nel nostro brodo. Sorrideva blandamente, interveniva poco. Ma quando lo faceva, le sue erano sempre parole pesate, piazzate al posto giusto al momento giusto, come un carico gelosamente custodito durante una partita a briscola o a scopone scientifico. Anni dopo, da posizioni  rovesciate, sono stato a comportarmi così, assaporando il gusto dolciastro e inattaccabile dell’invincibilità. Nulla è per sempre, così svanisce la gloria del mondo…

Anche Vito era juventino. Ma di un’altra tempra. Alto, altissimo, con gambe affusolate da atleta, veniva in bici, almeno in estate. Una bici azzurra da corsa, che spesso si limitava a trascinarsi dietro. Ma quando ci stava su, appariva troppo piccola per lui, un enorme trampoliere a cavallo di un’affusolata faina. Vito, al contrario di Peppe, nella polemica era feroce. Gesticolava, insultava, imprecava, s’incazzava davvero. E mandava tutti affanculo. Noi lo stuzzicavamo apposta. E lui immancabilmente finiva per cadere nella trappola. All’inizio – e per un po’ – taceva. Apparentemente disinteressato. Probabilmente con l’intenzione di resistere, di non abboccare alla provocazione. Poi, però, perdeva il controllo. Dimenticava i buoni propositi, si scordava di essere paziente e, patatrac!,  ecco che sbottava, inveiva, mandava al diavolo. Nel momento più aspro dello scontro, cominciava persino a balbettare, come se le parole non riuscissero a star dietro alle idee, ai pensieri, alla foga.

In cima all’ultimo di  quei gradini, una volta che mi fece proprio imbestialire, sbattei un gelato in faccia a quel rompipalle di Tano Cusumano. Il cugino più piccolo, però. L’altro, omonimo, che era un armadio a quattro ante e che  faceva paura solo a sentirlo respirare, era meglio non contrariarlo.  Quella volta, invece, me la presi con quel rompicoglioni del cugino piccolo. Piccolo rispetto all’altro Angelo,  ma pur sempre mio coetaneo.  Era quello che sapeva sempre tutto lui e pretendeva pure di essere ascoltato. Bene, un gelato in piena faccia. Diretto. Cioccolato e pistacchio. Purtroppo, appena cominciato. Diritto sul naso, su quella faccia arrogante.

Da lì, soprattutto nei giorni di festa, scrutavamo passare le ragazze. E passavano, passiàvano, passeggiavano. Proprio lì davanti a noi. Ci sentivamo dei marajà, dei sultani, che so… Le guardavamo,  taliavàmo,  con occhio apparentemente distratto, ma attento, indagatore. E commentavamo le gambe di questa e il culo di quella, la minigonna della tizia e la scollatura di caia, piuttosto che lo spacco della bionda o le tette ballonzolanti della riccia… Discorsi vacui, frasette salaci, considerazioni via via sempre più mordaci e ilari che rimbalzavano come palle da ping pong  da un capo all’altro dei gradini, suscitando risate e  nuove ironie. Una fucina di formule e battute genialmente assurde, sferzanti  di cui, in parte, serbo ancora memoria. Qualcuno, ricordo, si spinse fino ad elaborare una vera teoria sulle ragazze. Aveva collocato, sull’ascissa e sull’ordinata di un presunto diagramma cartesiano, rispettivamente, la larghezza del bacino e il grado (scientificamente parlando) di annacàta, cioè di ancheggiare. La curva che ne veniva fuori gli doveva servire per capire se la ragazza avesse avuto già rapporti sessuali, insomma se fosse vergine o meno. Da qui, almeno nella testa dello scienziato, ne sarebbero venute varie conseguenze pratiche (a che serve la scienza se non la applichi?), non ultima la strategia da adottare per l’abbordaggio. La teoria si rivelò giusta? A dire il vero, non si seppe mai di qualcuno che, trovatosi  nelle condizioni di poter verificare praticamente la validità della teoria, si fosse poi preso la briga di informare gli altri del risultato dell’esperimento.  Perciò, a dirla tutta, la teoria rimase, più che teoria, solo mera, non corroborata ipotesi. Una minchiata, insomma.

Erano belle le ragazze. Belle e desiderabili. Con gonne a tubo, jeans più o meno stretti, camicette o magliette che noi vedevamo sempre attillate, sempre maliziose. Cullavano l’allegria nello sguardo, nei sorrisi. E l’energia faceva sprizzare scintille da ogni passo, da ogni movimento, da ogni ciuffo ribelle spostato sulla fronte, da ogni increspatura di labbra.  E noi lì, a guardare. Assisi sui nostri culi levigati dal basalto, sognanti ed eccitati, respirando sensualità e desiderio.

La nostra, solitamente, era un’epopea mattutina. Si cominciava intorno alle 9. Almeno in estate, s’intende. Ché d’inverno si era quasi tutti a scuola e solo in certi giorni particolarmente fortunati ci si poteva ritrovare lì.

Dunque, intorno alle 9. Quasi sempre i primi ad arrivare eravamo io, Peppe Carnibella ed Enzo Sanzà, con qualche capello in più in testa, i soliti occhialetti alla Trotzky e la fissazione per le cornici artistiche e il buddhismo zen. Tutti muniti di regolare quotidiano. Fin qui, poco da raccontare. Poche battute, poche parole. Con il gusto di granita  alla mandorla attaccato al palato, ognuno diceva la sua. Il caldo, la nottata afosa, la notizia clamorosa del calciomercato.  Si andava così per un’ora, un’ora e mezza. Poi arrivavano gli altri, alla spicciolata.  A poco a poco si formava la ressa. Tanto che, sui nostri adorati gradini, non si trovava più posto. E, per restare nella linea d’ombra,  si stava addossati gli uni agli altri, come pinguini su una banchisa  antartica. Un controsenso, a ripensarci. Ci si accalcava e accalorava per sfuggire al caldo!

Ecco, uno dopo l’altro, Vito Amore e Gino Bonanno, la figura mingherlina e nera di Giovanni Lo Faro, il nostro Tiberio Murgia, e poi Peppe Di Mauro, che adesso ci manca tanto, e Giovanni Puglisi, l’amico di una vita. Più tardi si facevano vedere Gianni Di Filippo, con la barzelletta da raccontare o la battuta del giorno da sparare, da raccontare e Nunzio Briguglio, ovattato nel suo sogno in infranto di indossare divise e azionare sirene.  Dopo giungevano anche i due titani: Turi Vinci e Marcello Rinaudo. Uno sull’altro, non avrebbero raggiunto l’altezza di Vito. Turi era un ragazzo simpatico, riflessivo, gentile. Aveva fatto l’istituto professionale del paese, uscendone con un bel 60, il massimo. Tuttavia, incomprensibilmente, aveva deciso di non proseguire gli studi, ma di andare a lavorare in campagna. Lo rispettavamo per questo. E lo ascoltavamo, soprattutto in materia di scommesse al totocalcio: lì era un vero intenditore. Marcello invece era una sagoma. Piccolo e tracagnotto, riccioluto e dal passo impavido, era un po’ il  bersaglio di tutti. Juventino sfegatato anche lui, amava il conflitto senza se e senza ma. Strafottente, poteva sembrare, ma, in realtà, era un caro ragazzo. Ma quando si parlava di calcio diventava un Torquemada. Di un settario che manco uno di Scientology. Aveva un modo tutto suo di polemizzare. Lui non traccheggiava e non perdeva tempo. Non si dilungava in spiegazioni: partiva solo all’attacco. Soprattutto, non ascoltava nessuna argomentazione altrui. E questo era ciò che mandava in bestia tutti, anche gli altri juventini. Era oggetto di varie battute e soprannomi, tutti innocui e che avevano da fare con la sua statura. In particolare, una volta, qualcuno – forse Vito – parlando del più e del meno, con fare serio e un po’ preoccupato, raccontò che Marcello, da piccolo (sic!) avev ariischiato di morire. “Come mai?” Chiedemmo in coro. “Ah, non lo sapete?” Ribatté serio Vito: “Quando aveva due-tre anni è caduto dal balcone…” Tutti restammo trasecolati: nessuno sapeva niente di questa storia e sì che in paese si sapeva tutto di tutti. Una storia che, tra l’altro, avrebbe dovuto essere vecchia, quindi notissima! “Davvero? E non si fece nulla?” Chiese ancora qualcuno. “No…” scosse il capo Vito, facendo una pausa tattica, “Si aggrappò al marciapiedi!!”

 Verso la fine della mattinata, poi, giungevano i più attempati,  Alfredo Salvo e Turi Mallia, che io avevo eletto a miei numi tutelari interisti. Sulla stessa ora arrivavano anche Enrico Ferrante con il suo arcuato passo claudicante e i quasi 190 centimetri di Enzo Sacco con la sua barba nera ben curata. Poi arrivavano l’impettito  Sandro Amato e Nello Russo, un secolo prima di diventare vigile urbano e un secolo dopo la Comune di Parigi a cui ovviamente aveva partecipato, Massimo Salvo con i suoi occhiali da sole a specchio,  Fausto Patti e la sua chiassosa risata con risucchio incorporato,  Maurizio Mallia a cavallo della sua bici con sul davanti il simbolo di DP e  Aurelio Paternò, perennemente  con la macchina fotografica a tracolla, reduce da chissà quale ritratto d’autore.  Ultimo, ma proprio ultimo,  era Cesare Merenda, che per noi, da quando era dato al buddhismo, era il ‘maestro’. Cesare faceva l’insegnate di educazione fisica. Un insegnante tutto particolare, a dire il vero. Intanto, nessuno si ricordava di averlo mai visto fare ginnastica. Ai tempi, a scuola, ai suoi ragazzi dava un pallone: ch giocassero. Quello era tutto il suo insegnamento. Ma non solo. Cesare era un mistero ed un mistero era anche il suo corpo, più volte ed in vari punti fratturato, scomposto, dilaniato, sottoposto ad operazioni, indagini, ecografie, dissertazioni. Una volta era precipitato dal tetto della casa. Avevano dovuto portarlo in ospedale in elicottero. Gli era esploso un polmone, oltre alle varie fratture per la caduta. E, poi incidenti di vario tipo e natura. Era allergico a tutto il mondo terracqueo e quindi poteva mangiare solo roba senza sale, senza glutine, senza lievito, senza conservanti, senza tutto… Andare al ristorante con lui era come l’esplorazione del nuovo mondo per Cortès, la circumnavigazione del globo per Magellano, mettere piede sulla luna per Armstrong. Però, tra tutte le vicende che avevano attraversato il suo  corpo, ce n’era una che ci faceva sbellicare dal ridere, tanto che ogni  occasione era buona per fargliela  raccontare nuovamente: nella ricostruzione della carriera che era stata fatta ai tempi in cui lavorava al Nord Italia, era venuto fuori che aveva usufruito dell’astensione obbligatoria dal lavoro   perché… incinto! Era stato un evidente errore, una quasi omonima evidentemente, ma che fosse capitata proprio a lui era un segno evidente di come il caso avesse un irresistibile senso dell’ironia.

Insomma, si stava  tutti lì,  a ciarlare,  a sbeffeggiarsi, a prendersi in giro. Oltre allo sport, altro piatto forte era la politica: Ma non la politica in generale, bensì i temi di occasione, quelli, diciamo, di attualità. Ed anche lì le battute risuonavano a mitraglia. Ad esempio:  discorso sulla caccia. Alle porte c’era l’ennesimo referendum. Come in tutte queste occasioni, si delineavano ben presto due schieramenti: i pro e i contro. Sulla caccia, Vito Amore, contro tutte le aspettative, si era allineato con gli animalisti. Fu nel corso di una discussione che il tremendo Vito fece una considerazione a dir poco surreale:

 “Mettiti al posto del coniglio!” Disse rivolto al suo interlocutore “Che minchia diresti se, mentre sei lì, a sparare al coniglio, spuntasse un coniglio gigante armato di doppietta che vuole difendere suo figlio?”

 La cosa ci sconquassò di risate. L’avversario era rimasto spiazzato, ed aveva solo borbottato, visibilmente  imbarazzato: “Ma che minchia dici! Un coniglio gigante!?”

E poi c’era stata la  battuta sulle centrali nucleari in Sicilia, scaturita naturalmente da un vivace scambio di idee a proposito del referendum sul nucleare:

“Sì, in Sicilia!” Sbottò Enzo Sacco, “In Sicilia più che centrali al plutonio si potrebbero fare centrali a minchiate!”

Lui  probabilmente non l’ha mai saputo, ma un famoso scrittore italiano, qualche anno dopo, immaginò in un suo romanzo un mondo futuro mandato avanti da energia prodotta da centrali a jella.

Si stava così. E i gradini della scuola erano il nostro club, il nostro convivio, la nostra palestra dialettica. Ci si prendeva per il culo, si sorrideva di tutto, si scherzava su tutto. Irriverentemente. Liberamente. Solo per il gusto di farlo.

Solo una volta restammo attoniti, silenziosi, senza idee a lubrificare le parole. Era il 7 agosto 1985, trent’anni fa. In giro c’era ancora aria di festa. Il 5 è la festa della Madonna della Neve, patrona del paese. Le strade principali erano infiocchettate con le luminarie, ai muri invocazioni tipo “Madonna della Neve proteggi il nostro Paese” (o, variante “…la nostra Comunità”). A ridosso della scuola erano schierati i banchetti di dolciumi e  frutta secca, di mattina ancora chiusi e quindi ricoperti da spessi teloni rossi o verdi. Il giorno precedente era stato ucciso, a Palermo, Ninni Cassarà, il vicecommissario. Con lui era caduto anche Roberto Antiochia. Ma, a dirla tutta, non erano stati gli omicidi in sé a stupirci, ma un’altra circostanza. Una settimana prima, il 28 luglio, era stato ammazzato Beppe Montana, il capo della squadra catturandi. I due, Cassarà e Montana,  erano amici. E tutti restammo impressionati dalle foto sui giornali in cui si vedevano i funerali di Montana con la bara portata a spalle proprio da Cassarà. Ci guardavamo straniti, increduli, come sberciati tanto dalla ferocia degli assassini quanto dalla galattica inanità dello Stato. Due morti, due onesti caduti così, crivellati da pistole e kalashnikov, a distanza di qualche giorno. Davanti ad uno Stato impotente. E noi lì a cazzeggiare… Era dura la realtà, soprattutto per noi giovani siciliani avvoltolati allora nei dei nostri sogni di resistenza e rinascita. Anche questo contribuì a farci crescere. Tutti insieme, su quei gradini.  E  ancora non sapevamo, non potevamo sapere nulla di quel maledetto 1992…