Raccolta differenziata. Tra il dire e il fare…

di Noemi Lusi.

Il quieto entusiasmo di tutte le donne, dalla casalinga alla manager in carriera, tutte interessate alla qualità di vita nella propria abitazione e nell’ambiente in generale, è stato sensibilmente vivificato al momento della consegna dei contenitori verdi e di un’abbondante scorta di rassicuranti buste di plastica, diversificate dalle indicazioni pacatamente sovrimpresse.

Con lo spirito del cittadino ideale, disponibile al cambiamento, che ha a lungo sperato che il problema della raccolta differenziata fosse affrontato con fermo piglio e radicata convinzione, ognuno di noi ha subito alacremente partecipato, per prima cosa ritagliando, si fa per dire, un non minuto spazio fisico in cucina, adatto ai tre contenitori di dimensioni assolutamente non ridotte, per poi posizionarli in sequenza in base ad una personale logica che non ha, però, sempre immediatamente trovato l’approvazione degli altri componenti della famiglia, come se fosse loro la competenza e soprattutto l’incombenza…

Finalmente! Si è, infatti, diffusa la convinzione che anche in Italia, più concretamente in questo caso nella capitale, si mostra sensibilità nei confronti della razionalizzazione dell’utilizzo dei rifiuti ed incalzante affiora la soddisfazione pensando che, in fondo, pian piano anche noi, storicamente abbastanza un po’ troppo ‘creativamente disciplinati’, stiamo raggiungendo lo stile che tanto apprezzavamo negli anglosassoni quando li vedevamo ritirare le bottiglie di latte, piegandosi garbatamente sul lato della porta d’ingresso, con l‘atteggiamento compassato in quanto sereno di chi è soddisfatto di come funziona il sistema in cui egli ha la fortuna di spendere la propria esistenza.

Ecco dunque che i romani si sono trovati a dover per forza di cose affiggere alla maiolica della parete della cucina, inizialmente con scotch, prima di decidere che forse sarebbe meglio plastificare le indicazioni, il leggero ma intenso opuscolo con la complicatissima indicazione dei giorni, alternati in modo non facilmente memorizzabile, in cui ogni tipo di rifiuto, un elenco a dir poco interminabile, assolutamente ostico anche al più avvezzo degli utenti a ricordarsi, sarebbe stato ritirato.

Abituarsi non è stato così semplice come avevamo all’inizio civicamente sperato. Certamente il nostro procedere risulta un po’ rallentato per la continua necessità di dover dividere la miriade di componenti di diverso materiale in almeno tre parti da destinare ogni volta in tre diversi contenitori, quanto prima veniva appallottolato senza riflessione alcuna. Tre piccoli rifiuti come un pezzo di carta, un tappo della bottiglia di acqua minerale ed i resti di un frutto mangiato come snack in un’unica soluzione richiedono di rispettare tre diverse ‘civili’ destinazioni e come opporsi a tanta contemporanea adeguatezza…

Quando si è giunti alla convinzione di aver ormai catturato le regole della ripetitività, siamo stati assaliti ad intermittenza da amletici dubbi che abbiamo potuto di volta in volta risolvere utilizzando… un ulteriore opuscolo, stavolta più consistente dove abbiamo scoperto, tanto per fornire un esempio, che un bicchiere di cristallo non deve essere gettato nel contenitore che da sempre ospita il vetro. Infatti nell’apposito opuscolo è posto vicino ad un rettangolino grigio che indica che deve essere depositato in un altro contenitore ‘materiale non riciclabile’. Lo stesso vale per la penna biro e per la custodia di plastica dei DVD che non vanno assolutamente ‘confusi’ con la plastica di cui sono composti.

Dopo un breve tentativo di spiegare a se stessi la logica insita in tali indicazioni, benché armati di infinita buona volontà, si deve soprassedere perché numerosi altri rifiuti attendono di essere selezionati e destinati. E’ praticamente diventata l’occupazione principale del pochissimo tempo libero del cittadino medio, ormai oberato, se fortunato, da un ritmo di lavoro poco retribuito, ricco di burocrazia ed oltremodo incessante.

Tutto ciò, però, non è stato del tutto traumatico in quanto, come all’inizio per l’introduzione dell’euro si è avuto un lungo periodo di convivenza con la lira così in questo caso si è lasciato ai cittadini romani un periodo di transizione durante il quale depositare presso dei brutti, abbandonati, rovinati cassonetti ‘generici’ in via di smaltimento quanto non si aveva avuto la pazienza di dividere accuratamente, mediante accumulo nei tradizionali precedenti sacchetti.

Divertente osservare come, specialmente nelle ore più calme della giornata, molti, di soppiatto, si dirigevano con fare apparentemente tranquillo, ma aria simpaticamente furtiva verso il quartiere vicino, in cui la raccolta differenziata non aveva ancora avuto inizio, e lì si aveva modo di incontrare varie altre persone convenute con lo stesso intento.

In breve, nell’arco di un mese, anche i cassonetti, che costeggiavano ogni strada di Roma, sono stati civilmente raggiunti e su di essi è stata apposta una lunga striscia orizzontale di colore marrone, su cui è indicata l’ormai inesorabile, specifica denominazione di quanto è permesso ivi collocare.

Dopo un breve periodo di più o meno sottinteso panico, è stato necessario disporsi con maggior piglio alla selezione di quanto è ormai giustamente necessario distinguere e depositare dal momento che non c’è proprio più via di scampo, riappropriandosi del ruolo di cittadino che comprende e collabora e che con convincimento procede al compimento del proprio irrimandabile, non delegabile dovere.

Del resto ci ripetono da più parti che in tal modo stiamo facendo il nostro bene e quello delle generazioni che verranno ed è perciò che noi, incuranti dei gas di scarico delle macchine, delle energie non alternative prodotte su scala internazionale, dell’alcool distribuito nei supermercati aperti al largo pubblico, ci sforziamo con tutti noi stessi di credere che la nostra collaborazione su scala nazionale possa portare ad un effettivo, utile, conveniente e tangibile risultato.