Quer pasticciaccio brutto della riforma costituzionale (2^p).

di Giuseppe Tramontana.

Quer pasticciaccio brutto della riforma costituzionale / 18

Quando si dice provarle tutte. Ieri sera (29 novembre) Renzi ci ha provato per strappare gli ultimi consensi. E, forse, qualcuno ci cadrà, chissà. Prima delle dieci di sera gli italiani collegati in diretta streaming con il Presidente del Consiglio hanno potuto vedere un facsimile della scheda elettorale per il Senato. Malgrado il Senato, secondo la riforma costituzionale (art. 57 comma 2) non sarà più eletto direttamente dai cittadini, ma i Consigli regionali e di Consigli delle Province autonome di Trento e Bolzano, con metodo proporzionale, eleggono i senatori fra i propri componenti” e “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri” (comma 5). Tuttavia, servirà una legge bicamerale di attuazione della riforma costituzionale (art. 57 comma 6). Una legge che oggi non c’è e non è stata neanche depositata (e come poteva esserlo?). Ciò vuol dire che, in caso di vittoria del Sì, bisognerà a rotta di collo approvare una legge del genere prima della fine della legislatura altrimenti spetterebbe alle camere della futura legislatura: peccato che, in quel caso, non potrebbe essere eletto il senato che, poi, dovrebbe approvare la legge elettorale per eleggere sé stesso. Ma ci sono altre domande che sorgono: se, come dice Renzi, sarà garantita l’elezione diretta dei senatori, (cosa che in questo caso renderebbe legittima l’immunità), dove finisce il collegamento con le “istituzioni territoriali” di cui al comma 1 dell’art. 57? E, di conseguenza, perché, essendo direttamente eletto dai cittadini, non dà la fiducia al Governo? In questo modo si sanerebbe anche il vulnus con l’art. 1, quello della sovranità che appartiene al popolo. Inoltre, in presenza di questo collegamento diretto coi cittadini, non ci sarebbe differenza tra le due Camere: e allora perché tratterebbero materie diverse, visto che poi entrambe le Camere sono espressioni di partiti (ne fa fede il riferimento al sistema proporzionale per la designazione e, all’ultimo periodo dell’art. 39 comma 1, ora Disposizione transitorie, il fatto che un senatore cessato dalla carica di consigliere o sindaco è sostituito dal primo dei non eletti della stessa lista). In pratica saremmo di nuovo al cospetto di un nuovo bicameralismo perfetto. Perfetto o quasi. Di certo confuso. E, poi, diciamo la verità: questa storia di mostrare la scheda prima ancora di aver presentato la legge è una mossa propagandistica che sa tanto di bluff. Come quel tipo che andava in giro con il finto iPad all’ultima moda per far mostrare di essere trendy. Finché qualcuno non gli chiese di fare una telefonata.
Stesso discorso per i 50 milioni destinati ai bambini di Taranto e scomparsi dalla legge di stabilità. Si dice – ma è opinabile – per uno sgarbo al governatore pugliese Emiliano, schierato con il No. Non lo sappiamo. Fatto sta che questi soldi sono scomparsi davvero. Le chiacchiere stanno a zero, così come le promesse più o meno populistiche (che, nella mente di chi le partorisce, avrebbero più valore dei testi scritti e persino delle leggi). I 92 milioni di garanzia per la Ridley Cup di golf invece non sono scomparsi, né i soldi alle scuole private, né quelli massicciamente destinati agli armamenti.

parlamento-tedesco

Quer pasticciaccio brutto della riforma costituzionale/ 19

A più riprese (di recente, mi dicono, anche in un dibattito tra un rappresentante del Sì e uno del No nella nostra scuola) si sente accostare il Senato “riformando” al Bundesrat tedesco. Sono la stessa cosa, si assomigliano, sono cose diverse? Cominciamo col dire che gli articoli della Costituzione tedesca (Legge fondamentale della Repubblica federale di Germania – Grundgesetz fur die Bundesrepublik Deutschland) che si occupano del Bundesrat sono il 50 (Finalità), il 51 (Composizione), il 52 (Presidente, regolamento interno). Nel primo articolo (il 50) vien detto che “i Lander attraverso il Bundesrat collaborano alla legislazione e all’amministrazione della federazione e agli affari dell’Unione europea.” L’art. 51, comma 1 dice testualmente: “Il Bundesrat è composto dai membri dei Lander, che li nominano e li revocano. Essi possono farsi rappresentare da altri membri dei rispettivi governi”. Quindi, ricapitoliamo: i membri del Bundesrat vengono nominati dai governi dei Lander (non dai consigli, come vorrebbe l’art. 57, comma 2 della nuova italica versione) e possono essere revocati in ogni momento. Quelli che sono nominati possono farsi rappresentare da altri membri del governo regionale. Ciò vuol dire che ogni Land ha a disposizione un “pacchetto” di seggi (da 3 a 6, ex art. 51 comma 2, a seconda della popolazione), non un numero personalmente individuato. Insomma, il Bundesrat di Baviera ha a disposizione 6 seggi ad occupare i quali può inviare chi ritenga di volta in volta più utile o titolato. Costoro, all’occorrenza, potranno essere revocati e sostituiti, in tutto o in parte , con altri delegati individuati. Insomma, non sono membri del Bundesrat a titolo personale e inamovibili fino a decadenza dell’organo di provenienza come i senatori italiani. Per fare un esempio, se il Bundesrat deve discutere di energia enucleare, un Land può revocare i suoi membri in carica e nominare un uguale numero di membri ad hoc: fisici nucleari, ambientalisti ed esperti del settore dell’energia atomica. Se invece si parla di florovivaismo, può revocare i fisici nucleari, tenere l’ambientalista e affiancare a costui un botanico, un idrologo o un altro esperti. Insomma, i membri sono sempre collegati al Land di provenienza. Infatti, dice il comma 3 del medesimo articolo, “Ogni Land può delegare tanti membri quanti sono i suoi voti.” E aggiunge: “I voti del Land possono essere espressi soltanto in blocco e soltanto dai membri presenti o dai loro supplenti.” Capito? I membri di ogni Land non vanno lì, al Bundesrat, per conto proprio o per rappresentare un partito, ma hanno l’obbligo di votare tutti, in blocco, secondo le indicazioni del Land di provenienza: non si possono sottrarre. Ecco allora garantito il collegamento effettivo con l’istituzione territoriale, in nome e per conto della quale siedono al Bundesrat. In Italia, invece, i Senatori non rappresentano più la Nazione (art. 67, comma 1), ma anziché essere “rappresentativi delle istituzioni territoriali”, come vorrebbe l’art. 57, in realtà sono rappresentativi dei partiti. Infatti, l’art. 57 comma 2 prevede che i consigli regionali e i consigli autonomi di Trento e Bolzano “eleggono, con metodo proporzionale, i senatori tra i propri componenti”. Letto bene? “Con metodo proporzionale”. Sarà stato fatto anche per garantire almeno una qualche rappresentanza dell’opposizione, non lo neghiamo, ma di per sé ciò significa che i senatori sono rappresentanti dei partiti in seno ai consigli. A rafforzare questa lettura – peraltro, mai negata né dai promotori della riforma né dai sostenitori del Sì – soccorre anche l’ultimo periodo dell’art. 39 comma 1 della legge di riforma (ora tra le Disposizioni transitorie”: In caso di cessazione di un senatore dalla carica di consigliere o di sindaco, è proclamato eletto rispettivamente il consigliere o sindaco primo tra i non eletti della lista stessa.” Questa differenza è fondamentale poiché, verosimilmente, il partito più forte alla camera avrà buone chances di avere la maggioranza anche in Senato: elemento fondamentale per l’approvazione delle leggi bicamerali (che a questo punto azionano un bicameralismo perfetto: sono una quindicina) e soprattutto per l’elezione di Presidente della repubblica e membri laici della Corte Costituzionale, tutti da eleggere dal Parlamento in seduta comune e senza rappresentanti regionali, visto che ci sono i senatori che provengono dalle Regioni, che dovrebbero essere rappresentativi del territorio, ma che poi non lo sono… Non sono rappresentativi, non vengono eletti direttamente (e sottolineiamo direttamente, ma in base ad una vaga “conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi, secondo modalità stabilite dalla legge di cui al sesto comma”, art. 57 comma 5). Quindi ci troviamo di fronte ad un Senato composto, a rotazione, da presidenti di Regione, consiglieri regionali e sindaci appartenenti ai vari schieramenti politici. Non quindi un Senato in rappresentanza unitaria dei territori, come nel caso del Bundesrat. E neppure un Senato dotato di una forte legittimazione politico-territoriale come nel modello USA. Ma una improbabile sommatoria di soggetti diversi, nessuno dei quali potrà vantare una vera rappresentanza territoriale e neppure una trasparente legittimazione politica, vista l’elezione di secondo livello. Ciò nonostante, i senatori – a differenza dei componenti il Bundesrat – sarebbero titolare di immunità. Non rappresenterebbero la Nazione, visto che non verrebbero eletti direttamente dai cittadini, ma avrebbero comunque l’immunità come i membri di tutte le assemblee legislative (e tale sarebbe, in effetti, ma in questo caso entrerebbe comunque in contrasto con l’art. 1 della Costituzione) eletti direttamente dal popolo. Un bel cortocircuito. Da far venire il mal di testa. Inoltre, ricordiamo, il Senato, per eleggere il quale NON si terranno elezioni ad hoc abrogazione art. 58 Costituzione vigente), è in pratica un organo IMMORTALE: non verrà eletto (direttamente) e non potrà essere nemmeno sciolto. Ciò significa che, poiché sarebbe anch’esso espressione dei vari partiti, se in una tornata elettorale regionale il partito che sostiene il governo viene bastonato (ipotesi frequentissima, peraltro), il governo, sostenuto alla Camera dal suo stesso partito, si ritroverebbe con un Senato di segno contrario. E siccome in ben 15 materie obbligatoriamente il Senato dovrà approvare delle leggi (bicameralismo perfetto), il rischio che possa bloccarle non così remoto. Che possa bloccarle vita natural durante, senza peraltro possibilità di essere rimosso o sciolto. In pratica avrebbe in mano un potere ricattatorio enorme, altro che stabilità e superamento del bicameralismo perfetto!

SONY DSC

Quer pasticciaccio brutto della riforma costituzionale / 20

“La Ginestra” di Leopardi ne ha 2055, “I sepolcri” di Foscolo, quelli del famoso “All’ombra dei cipressi e dentro l’urne…”, 1909. La Costituzione vigente appena 1357. Stiamo parlando delle parole. Ebbene sì, la Costituzione in vigore ne ha solo 1357, di parole. E quella che vorrebbero far passare? Abbiamo provato a contarle. I 47 articoli riformati, esclusi quindi quelli non toccati dalla riforma, ne hanno 5314. Un bel malloppo. Nel 2008, il linguista Tullio De Mauro – invitato al Senato a parlare della Costituzione – spiegò che “l’ideale sarebbe scrivere frasi con meno di 25 parole, se si vuole essere capiti”. Secondo De Mauro la Costituzione vigente ha “una media esemplare di un po’ meno di 20 parole per frase”. Per il 93 per cento è scritta con un vocabolario di base, “che già nelle scuole elementari, per chi le fa, può essere noto”. I costituenti “non solo scelgono le parole più trasparenti, per il possibile, ma scelgono di scrivere frasi esemplarmente brevi”. La Costituzione è uno dei pochissimi testi italiani, secondo De Mauro, comprensibile dalla stragrande maggioranza della popolazione. Volendo, facile da mandare a memoria, come “L’Infinito” di leopardi o l’incipit della Divina Commedia. Come la Costituzione, forse, c’è solo Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani. Poi se “uno vuole abbandonarsi all’estro dell’arte fa quello che vuole come Joyce”. E con la riforma, pare molti si siano calati nei panni di Joyce. Presenta articoli di 323, 438, 439 parole. Quasi l’equivalente dell’intero testo della Carta attuale. L’articolo 70 – che parla della funzione legislativa – oggi è composto da 9 parole: “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”. La riforma istituzionale ne aggiunge 430: totale 439 parole. Quell’articolo riesce a citare, tutti in fila, 9 tra commi di altri articoli della Carta, senza dire di cosa parlano. In un caso non si trova un solo punto per la lunghezza di 173 parole. I miei colleghi di italiani consumerebbero la penna rossa… Persino lo Statuto Albertino, 1848, 168 anni fa, aveva fatto meglio e regolava la legislazione così: “Ogni proposta di legge debb’essere dapprima esaminata dalle Giunte che saranno da ciascuna Camera nominate per i lavori preparatorii. Discussa ed approvata da una Camera, la proposta sarà trasmessa all’altra per la discussione ed approvazione; e poi presentata alla sanzione del Re. Le discussioni si faranno articolo per articolo”: 49 parole.
Per leggere la possibile nuova Costituzione, insomma, non basterebbe un professore di diritto: servirebbe anche uno pneumologo per leggerla fino in fondo. “Di solito chi ha idee chiare le esprime in maniera chiara” ha già spiegato nei mesi scorsi Ainis, consigliando ai riformatori di rileggere i classici. Dell’articolo 70, messa da parte la complessità formale, a un certo punto sfugge il senso per colpa dell’italiano. Nel 1947 quando si dovette discutere dell’artt. 1, la prima stesura fu la seguente: l’Italia è Repubblica democratica, fondata sul lavoro. Mancava qualcosa. Mancava un “una” prima di “Repubblica”. A mettere un colpetto di matita proprio lì non fu un giurista né un funzionario del ministero né un parlamentare, ma uno scrittore, si chiamava Pietro Pancrazi era di Cortona e scriveva anche sul Corriere della Sera. Fu il presidente dell’Assemblea, Umberto Terracini, a chiamarlo a rivedere la legge fondamentale dello Stato che stava nascendo. Insieme a Pancrazi, prima dell’approvazione finale, la Costituzione fu rivista anche dal latinista Concetto Marchesi e dal saggista Antonio Baldini. Fu così che divenne la più bella del mondo. “Un monumento in termini di sobrietà, di essenzialità, di economia e anche di eleganza del linguaggio” ha definito la Costituzione Michele Ainis.
Quella sottoposta a referendum – a prescindere dal merito – è una Carta rimpinzata di roba. L’articolo 55 – che parla della composizione del Parlamento – attualmente si sviluppa in due frasi per un totale di 31 parole, soggetto-verbo-complemento, soggetto-verbo-complemento. Quello nuovo ha 5 commi per un totale di 8 frasi e 187 vocaboli. L’articolo 57 – che si occupa del Senato – dovrebbe essere uno dei passaggi-chiave, perché è alla base del superamento del bicameralismo perfetto. Ma al taglio di un ramo del Parlamento corrisponde una moltiplicazione di parole. Un’aggiunta all’articolo 85 – che regola elezioni, mandato e poteri del presidente della Repubblica – complica tutto: “Quando il presidente della Camera esercita le funzioni del presidente della Repubblica nel caso in cui questi non possa adempierle, il presidente del Senato convoca e presiede il Parlamento in seduta comune”.
L’espansione della Carta è dovuta anche al fatto che – forse per paura di poca chiarezza – ripete due volte le stesse cose. Il giudizio preventivo della Corte costituzionali sulle leggi elettorali compare sia all’articolo 73 sui poteri di promulgazione del presidente della Repubblica (dapprima spiegato con tre frasi) sia all’articolo 134 dedicato alla Consulta. L’articolo 70 – sulla formazione delle leggi – non solo si espande, ma si intreccia:
Insomma, come dice la linguista Bice Mortara Garavelli, siamo in presenza di “una profonda oscurità semantica”, mentre la chiarezza, per una Costituzione, è anche un fatto di democrazia. La Costituzione dovrebbe essere tarata su un cittadino di medio-bassa cultura, non su un giurisperito o un avvocato. Non dovrebbe aver bisogno di interpreti, di giuristi-sacerdoti con in mano la chiave del sapere costituzionale.
“Le nostre leggi oscure – ha scritto Cesare Beccaria oltre tre secoli fa – finiscono con l’essere benevolmente interpretate se alla porta bussa un amico e viceversa applicate in modo rigido ai nemici e ai forestieri”. Perché le leggi scritte “in una lingua straniera al popolo” lo pongono “nella dipendenza di alcuni pochi, non potendo giudicar da se stesso qual sarebbe l’esito della sua libertà”. In breve, la differenza tra cittadini e sudditi. La differenza tra bellezza e bruttura, tra armonia e caos.

art1_lavoro_equilibrista_01

Quer pasticciaccio brutto della riforma costituzionale: riassunto non esaustivo /21

Domanda secca: la vittoria del SI è un pericolo per la democrazia?

Dunque, iniziamo subito col dire: quando parliamo di pericolo intendiamo dire appunto pericolo. Rischio. Non che l’attuale governo sia golpista o altro. E nemmeno che lo sia il prossimo o quello dopo ancora. Stiamo analizzando per capire, se, all’interno del meccanismo della riforma e del suo inevitabile intreccio con la legge elettorale si nascondono dei meccanismi pericolosi, sfruttabili anche a distanza di molti anni. E’ lo stessa meccanismo che il grande matematico e logico Kurt Godel scovò all’interno della Costituzione americana e che quasi gli costò l’espulsione dal quel Paese ancor prima di metterci piede.
Partiamo. Secondo l’Italicum la legge elettorale entrata in vigore il 1 luglio scorso, ex art. 1, comma 1, lett. f), alla lista (unica quindi: di partito, pertanto) vincente che raggiunge o supera il 40% dei voti spetta il premio di maggioranza del 15%. In totale si può dunque arrivare ad un massimo del 54%, che corrisponde a 340 seggi su 617. Nel caso in cui, al primo turno, nessuno riesca a superare il 40%, si andrebbe al doppio turno (o ballottaggio). Potranno accedervi solo i due partiti (è espressamente “esclusa ogni forma di collegamento tra liste o di apparentamento tra i due turni di votazione”) che avranno ottenuto il maggior numero di voti al primo turno. Dalla seconda tornata uscirà vincitore un singolo partito, il quale, anche con un risicato 25-26% dei voti (qualcuno pronostica anche meno), purché l’avversario prenda meno, otterrà un premio di maggioranza che permetterà di arrivare a 340 seggi cioè al 54%. In parole povere un partito di minoranza diventa e si fa maggioranza. Domanda: in base a quello che ci hanno insegnato della democrazia, in base a quello che ci hanno raccontato ed abbiamo studiato delle rivoluzioni americana e francese, a quello che abbiamo appreso da gente come Jefferson, Adams, Montesquieu, Mazzini, Stuart Mill, Hannah Arendt, Hans Kelsen, Norberto Bobbio, Piero Gobetti, ecc…, in base a quella stessa democrazia che abbiamo esercitato alzando la mano a scuola, durante l’assemblea del partito o dell’associazione di volontariato, nello spogliatoio del campetto sotto casa o in cucina coi nostri genitori, in auto con gli amici durante la gita o nell’assemblea di condominio… questa norma vi sembra democratica? Che su 10 persone, 3 possano decidere per tutti vi sembra democratico? Non rispondete, non serve.
Altra domanda, che riguarda la riforma costituzionale. Che cosa può fare una Camera dei deputati (il Senato non è elettivo – è stato abrogato l’art. 58! – ma nominato, sebbene “in conformità agli indirizzi degli elettori” (che non si sa cosa siano, violando a in apparenza l’art. 1 Cost., quello della sovranità popolare che appartiene al popolo) votando a maggioranza?

Risposta 1: Questa Camera, così eletta, vota, da sola, la fiducia al governo (art. 55 modificato): quindi si sceglie ovviamente il SUO governo. Solo che (sub-1) questa maggioranza è formata da un solo partito e che (sub-2) è il Segretario di quello stesso partito che in pratica si è scelto i suoi candidati, com’è naturale, e quindi i suoi deputati, cosa meno naturale.

Risposta 2: E’ attribuita alla Camera (cioè alla sua maggioranza) l’approvazione dello statuto delle opposizioni (art. 64, comma 3 modificato): cioè la maggioranza detta regole per le opposizioni: come demandare al gatto di stabilire come si devono comportare i topi, anzi, visto il sistema elettorale, lasciare ai topi il potere di regolare il comportamento dei gatti…

Risposta 3: «Art. 78. – La Camera dei deputati delibera a maggioranza assoluta lo stato di guerra e conferisce al Governo i poteri necessari». Peccato che la maggioranza della camera sia un partito unico.

Risposta 4: Può eleggersi il Presidente della Repubblica, se solo riesce a tenere fino al settimo scrutinio. Infatti, nei primi tre scrutini servono i 2/3 dei voti. Dal quarto al sesto il 3/5 (60%: quindi basterebbe acquisire o convincere un altro 6-7%) dell’assemblea e dal settimo in poi solo i 3/5 (sempre 60%) , ma solo dei votanti, quindi non si contano gli assenti. Insomma cresce la possibilità per una maggioranza di eleggersi un SUO Presidente della Repubblica. Questo passo, però, merita un approfondimento in più, se ha pazienza. Immaginiamo che si debba eleggere il successore di Mattarella, e consideriamo il corpo elettorale più ampio possibile: 630+95+5+2, cioè 732 elettori.
Bisogna subito dire che, a legislazione attuale (dunque ad Italicum vigente), il partito di maggioranza avrà (per legge) 340 seggi alla Camera, e, diciamo, una maggioranza di 60 senatori (qua il dato è, per forza di cose, empirico: ma è una ragionevole proiezione del peso attuale del Pd): dunque un pacchetto di 400 voti. Ebbene, nei primi tre scrutini (come ora) per eleggere il Capo dello Stato ci vorranno i due terzi: 488. Il partito di maggioranza dovrebbe trovarne 88: il che implica un’alleanza politica di una certa ampiezza. Già, però, dal quarto al sesto scrutinio il quorum per l’elezione presidenziale scende ai tre quinti dei componenti: 440. E qua cominciano i problemi, perché basta una piccola ‘aggiunta’ (esempio non troppo astratto: un drappello di volenterosi verdiniani) per fare schiavo colui che dovrebbe essere il massimo garante di tutti. Ma la vera e propria crisi democratica si manifesta con ciò che viene previsto dal settimo scrutinio: quando basteranno i tre quinti dei votanti. Si tratta di un inedito quorum mobile: ma fino a che punto potrà abbassarsi? L’unico limite è quello imposto dall’articolo 64 della Costituzione (non toccato dalla riforma), che impone il numero legale: perché il presidente possa venire eletto è necessario che siano presenti la metà più uno dei componenti, cioè 367 elettori. Ora, i tre quinti di 367 è pari a 221: e dunque la nuova Costituzione prevede che dalla settima votazione il Capo dello Stato si elegga con una maggioranza minima di 221 voti, cioè con una maggioranza che è tutta nella disponibilità del singolo partito che avrà vinto le elezioni (340 deputati), anche se al Senato non dovesse avere nemmeno un seggio! Insomma, basta tener duro e non scendere a compromessi. E’ una questione di numeri, direbbe Trilussa. Per carità è un’ipotesi di scuola, ma il fatto che normalmente non accada così, non significa che non possa accadere. Il problema, in fondo non sono i numeri per eleggere il Presidente (a parte la questione dal settimo scrutinio), ma quella Camera blindata e gonfiata.

Risposta 5: La Camera dei deputati elegge 3 giudici costituzionali. Il Senato, la composizione del quale verosimilmente replicherà politicamente quella della Camera, visto che, nonostante si parli, all’art. 57, di collegamento con le istituzioni territoriali, in realtà i senatori sono nominati proporzionalmente ai partiti in seno ai consigli regionali e se cessano sono sostituiti, man mano, con i primi dei non eletti nelle medesime liste, ne elegge altri 2. Il Presidente della Repubblica – che potrebbe essere “di maggioranza” – ne nomina altri 5. Insomma c’è il rischio – e sottolineiamo: rischio – che almeno 8 giudici su 15 siano in qualche modo legati alla maggioranza di governo. E l’indipendenza della Corte?

Risposta 6: il voto a data certa, in base al quale il Governo può chiedere al suo Parlamento di approvare con priorità le leggi essenziali per l’attuazione del suo programma: in pratica potrà gestire l’agenda del parlamento: una cosa inaudita dai tempi di Luigi XVI! Le assemblee legislative sono sovrane perché stabiliscono il proprio ordine del giorno, non se lo fanno dettare dall’organo esecutivo! Quest’ultimo esegue: nomen omen!
Risposta 6: La clausola di supremazia, art. 117, comma 4: anche nelle materie assegnate alle Regioni, lo Stato, per mano del Governo, può intervenire sostituendosi ad esse, per la tutela di non meglio specificati “interessi economici e sociali o interessi nazionali”: le Regioni vengono private dei loro poteri e le popolazioni locali non possono nemmeno lamentarsi. Ah, tra le materie regionali da poter sottrarre ci sono anche sanità, sociale, infrastrutture… Infrastrutture… autostrade, gasdotti, discariche, Alta Velocità, Ponti sugli Stretti… tutte cose insomma che di solito fanno sorgere perplessità e proteste dei cittadini…

Risposta 7: ci sarebbe poi la questione delle regioni a Statuto Speciale non toccate dalla riforma che tuttavia, tramite i loro senatori, possono intromettersi negli affari delle altre Regioni.

Risposta 8: A proposito delle Regioni a Statuto speciale, c’è anche la questione di cui all’art. 39 comma 13, che ha inventato una “superfonte” gerarchica di diritto, superiore persino alla Costituzione. E’ una cosa grave, sapete? Che farebbe inorridire tutti i costituzionalisti e i pensatori politici della storia. Si sono inventati una “intesa” tra Stato e Regioni a Statuto Speciale senza la quale anche una legge costituzionale non può avere effetto. In pratica, per cambiare lo Statuto della Regione Trentino, della Sicilia o Valle d’Aosta occorrerà prima un’intesa, cioè la volontà della stessa Regione di rinunciare a propri poter. E lo Stato sarà impotente. Insomma nasceranno delle Super-Regioni.
Risposta 9: poi ci sono alcune cosette che non vanno: questa separazione netta tra le leggi per materia, in un’epoca di complessità come la nostra, in cui tutto è intrecciato con tutto. Oppure, la previsione che, in caso di contrasto su chi spetti una certa legge: ci dovrebbero pensare i Presidenti di camera e Senato. Ma se il contrasto anche tra costoro permane? Beh, non è previsto nessun meccanismo di sblocco. Deciderà la Corte Costituzionale?

Non vogliamo entrare nel merito né dei tagli – altro che 500 milioni: si risparmierebbero solo 52 milioni, cioè 0,80 centesimi a testa all’anno – né nella questione del numero di leggi (già ce ne sono tante in Italia: più di 100.000!) e sono di approvazione velocissima (la media di 6,6 giorni, se prendiamo in considerazione tutti gli atti normativi: di questi solo il 3% fa la spola tra le Camere!). Tutto questo a fronte di scelte anche condivisibili in fondo: l’abolizione del CNEL (sebbene con qualche perplessità: perché non renderlo più efficiente anziché eliminarlo?), l’introduzione del principio di trasparenza nell’azione della PA (art. 97), la costituzionalizzazione di alcuni principi per i decreti legge (già presenti, tra l’altro nella legge 400/1988)… Ma è oggettivamente poca roba rispetto alla massa critica complessiva…

E poi c’è un’altra questione generale. Siamo che queste siano le persone giuste a cui affidare la modifica della Costituzione? Siamo sicuri che sia questo il metodo giusto: affrontare una materia così tecnica e complessa solo con un SI o un NO? Un cambiamento così massiccio (47 articoli su 139), votato a maggioranza da un Parlamento sui cui gravano ombre di illegittimità e infarcito (tra tuti gli schieramenti, beninteso) di circa una novantina tra indagati, prescritti e condannati, siamo sicuri sia una cosa buona? E, ancora, nel 1913 gli USA decisero di rendere eleggibili direttamente anche i Senatori, che prima erano nominati – il percorso inverso rispetto all’Italia odierna – e la democrazia ne beneficiò, ovviamente. Oggi vogliono farci credere che non eleggere le ex Province (attuali Città metropolitane) o il Senato sia più democratico: in che modo? Come se un buttafuori non vi fa entrare in discoteca e pretende che vi divertiate pur restando fuori! E, infine, l’ultima modifica della Costituzione USA risale al 1992. Riguardò la previsione che i senatori e i deputati in carica non potessero aumentarsi lo stipendio nel corso di quella stessa legislatura. Nella riforma italiana è stata introdotto il tetto stipendiale pe ri Consiglieri regionali (quanto il sindaco del comune capoluogo, circa 7.040 euro), ma nulla è detto dello stipendio dei deputati, che resta affidato a leggi e regolamenti interni. Se si fosse voluto risparmiare davvero…. Detto tutto ciò e tutto ciò considerato (per tacere d’altro), come lo scrivano Bartleby del racconto di Melville, usando solo il buon senso, preferiamo dire di NO.