QUELLI CHE ERANO CHARLIE (e che adesso dicono di non esserlo mai stati)

di Giuseppe Tramontana.

C’era una volta un albergatore, di nome Adamo – racconta Theodor W. Adorno in Dialettica negativa. Questo Adamo, un giorno, preso dall’ira contro i topi che entravano nel suo  albergo, munito di bastone, cominciò ad ucciderne quanto più poteva man mano che i roditori uscivano dai fori del cortile. Ad assistere alla scena, il figlio, il quale, nel vedere il padre al lavoro, provava una grande ripugnanza, tanto da fargli voltare il capo dall’altra parte. Ma quella ripugnanza non durò a lungo. Dimenticò. E, una volta dimenticato, da adulto, poté tranquillamente digerire tutta la violenza che, di volta in volta, si dipanava sotto i suoi occhi. È una questione d’abitudine. E di oblio. Non sappiamo più riconoscere l’ingiustizia perché non ci ripugna più: ci siamo abituati. Come chi non riesce più a riconoscere il lezzo di merda perché ce l’ha sempre attaccata sotto la suola delle scarpe.

Quello che i nazisti preannunciavano alle proprie vittime – e cioè che l’indomani sarebbero state solo volute di fumo liberate da un camino – si sta ripetendo sotto un’altra forma: l’indifferenza. Segno, appunto, che ci siamo abituati alla violenza e all’ingiustizia. Soprattutto verso i più deboli. La riteniamo accettabile, in fondo. O, meglio – o peggio – ci è indifferente. È la vittoria culturale di quell’impasto di ignoranza storica e miopia progettuale, di razzismo antipauperistico e servilismo economico. È la vittoria del leghismo. Del leghismo in senso lato. Del leghismo come forma mentis che pretende di ridurre la complessità articolata del reale e della storia a ciò che si può vedere e intendere dal proprio angolo isolato e semianalfabeta di mondo, dal proprio specchio distorto di realtà. Il leghismo, questa forma strana di autismo sociale, fa appello al particolarismo, al disincanto, all’efficientismo,  all’ossessione del vivere e sfruttare il presente,  anziché trasformarlo. Si occupano, a parole del futuro – ma che sia il futuro dei loro figli. Ma solo a parole: in realtà a loro interessa solo poter trarre il maggior beneficio individuale del presente, difendere ciò che hanno ora e basta. Se si preoccupassero del futuro, i ragionamenti a proposito dei migranti sarebbero diversi, a cominciare dalle pensioni per le generazioni a venire. Se questa è la vittoria del leghismo (in senso lato), siamo davanti anche ad una sconfitta. La sconfitta della cultura. Di una cultura – alta o bassa poco importa – che non riesca a sentire il lezzo della fogna. Non riesce a sentirlo né a denunciarlo. Una cultura che, non più impressionabile o capace di provare ripugnanza davanti all’ingiustizia,  è diventata come l’adulto figlio dell’albergatore Adamo: insensibile.

E, da questo punto di vista, la scuola è il luogo ideale per assistere a tale sconfitta con le classi che pullulano di gente che afferma che “anche Hitler in fondo voleva il bene del suo popolo” o che “Mussolini, a parte le leggi razziali, ha fatto molte cose buone” o, ancora, che “la migliore soluzione per fermare i barconi è affondarli.”

Queste cose le dicono ragazzi di 17, 18, 19 anni. L’umanità del futuro, la classe dirigente (Dio ne scampi!) del futuro. La cultura dovrebbe farci capire il presente, usando accortamente fatti ed eventi del passato. E, allora, mi chiedo, a che servono giornate intere a spiegare il genocidio degli Herero-Nama, degli Armeni, la Seconda Guerra Mondiale,  l’antisemitismo nazista, la Shoah, i Gulag, i morti dello Holodomor ucraino, il Vietnam, la questione palestinese,  i desaparecidos argentini o cileni…

A che servono le Giornate della Memoria, del Ricordo, Contro la Pena di Morte, Per i Diritti Umani.

A che serve leggere le relazioni di inizio ‘900 della polizia americana sugli emigrati italiani, definiti ladri, sporchi, portatori di malattie e infezioni, o mostrare la vignetta del giornale satirico The Mascott di New Orleans (anno 1888!) che consigliava di liberarsi degli italiani uccidendoli?

A che serve tutto ciò, mi chiedo, se, poi, in quelle stesse classe dove si affrontano questi temi, i nostri illuminati rampolli dicono quel che dicono sui profughi, i gay, i musulmani.

A che servono quelle Giornate, quelle lezioni, se non riescono a far comprendere il valore della dignità umana, della libertà, della giustizia.

E il disvalore dell’indifferenza e dell’egoismo.  Loro, gli indifferenti, i leghisti – più o meno ontologicamente connotati –  ancor prima di rinunciare a capire il mondo, stanno rinunciando alla propria umanità.  E, di fronte a ciò, ogni tentativo di buttarla sul ragionamento o sul bruto (e spesso ignobile) buon senso mi sembra come la musica delle SS nei campi di sterminio: serve a coprire le urla dei condannati a morte. E la cultura, gli insegnanti, la scuola, l’intellettualità – chiamatela come preferite – non riesce ad arginare questa deriva in questa  melma onnivora. Non solo Auschwitz,  nemmeno il 1789 sembra ci sia mai stato.