Quell’espulsione ignota ad Alfano ma diffusa dall’Ansa dopo solo un’ora

di Carlo Bonini.
Continua a ripeterlo come un esorcismo, Angelino Alfano. «Non sapevo e non potevo sapere». A dispetto delle parole dell’ormai ex capo di gabinetto Giuseppe Procaccini che lo affondano e che non può smentire. E di fronte alle quali il ministro è costretto ad una contorsione concettuale. Per giunta tardiva. Separare come non fossero i due tempi di una stessa sequenza la consapevolezza di aver dato lui il “la” all’operazione Ablyazov (sollecitando l’incontro di Procaccini con l’ambasciatore kazako) e la conoscenza dell’esito che l’operazione aveva prodotto (l’espulsione della Shalabayeva e della sua bimba). In queste ore, la disperazione è tale, che il ministro chiede e ottiene dal Capo della Polizia Alessandro Pansa un ulteriore endorsement. «C’è stato un blocco cognitivo », dice Pansa ascoltato in Senato. E aggiunge: «È abbastanza semplice, poi la cosa piace o non piace. Il ministro non ha saputo questa informazione e mi ha detto: “Perché non l’ho saputa? Io gli ho detto: “Ministro non lo so, oravedo”». Bene. Blocco cognitivo o blocco dei terminali delle agenzie di stampa del ministero dell’Interno?

IL TAKE ANSA DELLE 20.01
Già, perché nella spirale grottesca in cui il ministro ha già trascinato l’intero Dipartimento di Pubblica sicurezza e i suoi «flussi di informazioni ascendenti e discendenti», c’è ora un altro dettaglio cruciale. Un take dell’agenzia Ansadelle 20.01 del 31 maggio scorso.

Annotiamo bene. 20.01 del 31 maggio. Ebbene, se si deve stare alla relazione del Capo della Polizia e alle parole del ministro, nessuno sa, in quel momento, tranne i funzionari della Questura di Roma, chi sia quella donna che, alle 19, è decollata dall’aeroporto di Ciampino su un volo della compagnia austriaca Avcon Jet proveniente da Lipsia e diretto ad Astana. Nessuno. Lo ignora il ministro. Lo ignora il capo di Gabinetto. Lo ignora il capo della Polizia reggente Alessandro Marangoni, il segretario del Dipartimento della Pubblica sicurezza Alessandro Valeri («Non ricordo quando appresi la notiziadell’espulsione», ha detto a verbale interrogato da Pansa), il direttore della Criminalpol Cirillo. Soprattutto, al Viminale nessuno può anche solo immaginare che esista una qualche relazione tra il “pericoloso latitante” Mukhtar Ablyazov e la signora Alma Shalabayeva. Di più. Il ministro saprà solo dopo una telefonata del ministro degli esteri Emma Bonino. L’1 o forse il 2 giugno.

Bene, ecco cosa scrive l’Ansa alle 20.01 del 31maggio, più o meno un’ora dopo il decollo da Ciampino: «Espulsa moglie oppositore Kazakistan – Alma Shalabayeva, moglie dell’uomo d’affari e oppositore politico kazako Mukhtar Ablyazov, ricercato in patria per presunte truffe ed associazione criminale, è stata espulsa oggi da Roma, dove risiedeva dallo scorso anno, insieme con la figlia di sei anni ed imbarcata su un aereo, appositamente arrivato dal Kazakistan, per riportarla in patria. “Un fatto di una gravità inaudita – ha tuonato l’avvocato Riccardo Olivo, legale della donna – la signora Shalabayeva non ha commesso alcun illecito ed ora è esposta all’elevatissimo rischio di trattamenti disumani, analoghi a quelli cui fu sottoposto il marito nel 2003, quando si opponeva al regime di Nursultan Nazarbayev, e denunciati da Amnesty International. La donna è stata prelevata mercoledì notte dalla polizia nel corso di un’operazione finalizzata alla ricerca, risultata vana, del marito. Il suo passaporto è infatti risultato contraffatto ed il Prefetto ha emesso un decreto di espulsione della signora Shalabayeva e di sua figlia. I legali della donna si sono opposti rappresentando alla Questura ed alla Procura i rischi di un trasferimento in Kazakistan. Nonostante ciò – ha aggiunto l’avvocato Olivo – e con una rapidità sorprendente, è stato decisa l’espulsione”».Quella sera del 31, dunque, dopo neppure un’ora dal suo ultimo atto, la storia è in chiaro. Tutta. Eppure, nessuno, al Viminale, ha tempo di leggere l’Ansa. Il “blocco cognitivo” è davvero totale. Al punto che dovranno passare almeno altre 24 ore, anzi, 48, perché il 2 giugno, sollecitato da Alfano, Pansa inviti la Questura a inviare una nota per chiarire l’accaduto (arriverà il 3).

ALFANO PARLÒ CON I KAZAKI?
Se ne potrebbe sorridere, ma la faccenda è assai seria. Perché quel take Ansa torna a mostrare la cartapesta di cui è fatto il fondale costruito in questi giorni per dissimulare l’evidenza. Per giunta, chiara anche dalle parole, volutamente ignorate da Alfano, di Procaccini. L’ex capo di gabinetto, oltre a dare conto di aver informato il 29 maggio il ministro della richiesta di cattura di un “pericoloso latitante” avanzata dall’ambasciatore kazako, dice infatti due cose.

La prima. Ricevetti i diplomatici kazaki il pomeriggio del 28 maggio dopo che erano stati in Questura.

La seconda. Li ricevetti perché il ministro mi disse che dovevano parlarmi di una questione delicata.

Ebbene, come faceva il ministro, visto che non si era fatto trovare al telefono, a sapere che i kazaki erano “latori” di una richiesta delicata? Forse perché ci aveva parlato? Soprattutto, perché i kazaki, quel 28 maggio vanno prima in Questura (alle 15,30) ricevuti dal capo della squadra mobile e poi al Viminale? Chi gli aveva consigliato di presentarsi direttamente in via di san Vitale? È una loro idea? O non è invece più logico pensare che i kazaki avessero già avuto prima del 28 un incontro o un colloquio con Alfano e che solo dopo la visita in questura, di fronte a qualche resistenza, pensarono bene di tempestare il telefono del ministro per sbloccare la faccenda (di qui, la riunione con Procaccini)?
Del resto, c’è un dettaglio che indica come, la mattina del 28, i kazaki abbiano già la certezza di poter portare a casa il risultato. Che lavorino ad un copione. Alle 10.15 (cinque ore prima che l’ambasciatore vada in Questura) lo Sco riceve infatti un messaggio da un ufficio «collaterale Interpol» che segnala le ricerche in campo internazionale di Mukhtar Ablyazov. E dov’è quell’ufficio “collaterale”? Ad Astana, Kazakistan. Forse qualcuno aveva suggerito quella sollecitazione proprio quel giorno. Chi?

La Repubblica, 16 luglio 2013.

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