Quella ferocia contro i media

di Michele Serra.
“Chiunque, anche il più devoto frequentatore del blog-tempio di Grillo, se una mattina di queste in edicola davvero trovasse soltanto la Settimana Enigmistica; o vedesse azzerati i palinsesti delle reti televisive; ne dedurrebbe che è tempo di fare i bagagli o entrare in clandestinità”.
“L’unico giornale del quale mi fido è la Settimana Enigmistica”. Sono parole di Beppe Grillo. Me le ricordo bene anche perché le ho scritte io. Non so se su una vecchia Olivetti o sul mio primo computer, nella remota età di transizione dalla scrittura metalmeccanica e quella digitale. Era l’autunno del 1990, lo spettacolo si chiamava “Buone notizie”, la regia era di Giorgio Gaber.

Come è facile immaginare, quelle parole mi sono tornate in mente molte volte, mano a mano che la figura di Giuseppe Piero Grillo detto Beppe, nato a Genova nel luglio del 1948, trasmutava dal comico al rivoluzionario. Soprattutto in questi giorni, assistendo al gigantesco cortocircuito mediatico innescato dal suo movimento, quel “non mi fido” che Beppe traduceva, sul palco, nello sbeffeggiamento della presunzione e dell’invadenza mediatica, mi sembra uno dei germi più importanti della storia in atto, e più esplicativi di quanto sta accadendo.

Con uno slogan, forse con una battuta: la crisi della rappresentanza è anche una crisi della rappresentazione. Quando si dice che l’onda travolgente delle Cinque Stelle è mossa dai “non rappresentati”, non si parla solamente di politica, non solamente della crisi dei partiti. Si parla, anche, di una rivolta dei non raccontati, che per necessità o per scelta hanno deciso che “non si fidano”, e dunque devono-vogliono raccontarsi da soli, con mezzi propri, linguaggi propri. Allo stesso modo, verso la fine degli anni Sessanta, quel nuovo soggetto collettivo che erano “i giovani” decise di fabbricarsi autarchicamente giornali, linguaggi, musica, abbigliamento. Non c’era ancora il web, a sostenere le alternative possibili e a millantare quelle impossibili.

Leviamo dal campo ogni possibile equivoco sulla “libertà di stampa”. E cioè: alle frequenti sbavature paranoiche di Grillo contro i giornalisti, evitiamo di contrapporre paranoie di senso contrario. Chiunque, anche il più devoto frequentatore del blog-tempio di Grillo, se una mattina di queste in edicola davvero trovasse soltanto la Settimana Enigmistica; o vedesse azzerati i palinsesti delle reti televisive; ne dedurrebbe che è tempo di fare i bagagli o entrare in clandestinità, perché il Paese è sotto dittatura, ha perduto le sue voci e dunque la sua libertà. Era, quello di Grillo nel ’90, un paradosso satirico. Ed è, questo di oggi, un paradosso politico: si fugge di fronte alle telecamere, ci si nega ai giornalisti, non perché si ignori il valore della libertà di parola e della libertà di informazione. Ma perché si vuole manifestare il drastico rifiuto di una serie di convenzioni linguistiche, di abitudini mediatiche, che vengono giudicate inadeguate o distorcenti.

Questo è Grillo che corre sulla spiaggia inseguito da torme di onesti lavoratori dei media “costretti” a rincorrere ciò che fugge e che gli sfugge; questi sono i deputati delle Cinque Stelle che fotografano i fotografi e i giornalisti, come la scimmia beffarda e ribelle che decidesse di rilanciare le noccioline al visitatore dello zoo.

Quando il vecchio Cuccia, in questo antesignano di Grillo, si finse muto e trasparente di fronte alla troupe televisiva che lo braccava per la strada, ignorandola, nessuno gridò alla lesa libertà di informazione. Si riconobbe piuttosto il diritto di un anziano esponente del potere a non sottostare alla regola (orribile, e di lì in poi dilagante) secondo la quale qualunque telecamera e qualunque microfono, in qualunque luogo, hanno il diritto assoluto di ottenere una risposta immediata. Magari su questioni complicate, spinose, che richiederebbero tempo e freddezza per essere non dico risolte, ma anche solo accennate; e non possono essere liquidate in una battuta, o nel dileggio stupido e feroce di chi non risponde, e non per reticenza, ma per dignità.

La televisione degli ultimi vent’anni è in parte fondata su quel malinteso giornalismo “d’assalto”, che traduce in uno show da quattro soldi l’ansia del pubblico di sapere che cosa viene nascosto e taciuto.

Il diritto di essere informati, e di informare, è una cosa troppo seria, troppo nevralgica per assecondare l’urto polemico di Grillo, e rispondergli sullo stesso piano che – in questo momento – è quello della pura propaganda. A ciascuno il suo: così come “ai politici”, anche “ai giornalisti” viene richiesta una riflessione profonda, se è vero, come è vero, che ci siamo ritrovati più o meno tutti dentro uno scenario imprevisto, pur essendo deputati per mestiere, noi per primi, a prevederlo.

Grillo, che spesso è sopraffatto dalle proprie idee, traduce questa crisi profonda della rappresentazione mediatica nella questione, piuttosto meschina, del “chi ti paga” (in questo, è l’autoparodia del ligure diffidente). Non si rende conto di essere molto riduttivo. La crisi è molto di più. È il frutto di linguaggi logori, categorie di giudizio consumate, pigrizie professionali. Un solo esempio: da quanti anni diciamo, noi dei giornali, che le schermaglie politiche romane, le cronache del sottobosco partitico, il gergo interno dei palazzi, non rappresentano più nessuno se non gli attori di quella commediola senza pubblico? E da quanti anni, noi dei giornali (per non dire dei telegiornali) continuiamo a dare spazio a quelle parole vuote e a quelle persone in buona parte poco significanti e poco rappresentative?

Il tanto e ottimo giornalismo che Grillo, per comodità polemica, evita di nominare (quello, per esempio, che su questo giornale raccontò a fondo gli scandali di Parma aprendo la strada alla vittoria di Pizzarotti) non deve servire da alibi a chi lavora nei media, li possiede o li guida o li fabbrica. L’accaduto, anche nei suoi risvolti sgradevoli, costringe a capire che una fetta importante di Italia e di italiani ha messo in moto una sorta di autarchia rappresentativa che può anche sfociare in autismo, e alimentare pulsioni settarie, impoverire la scena.

Inseguirli su una spiaggia, o incatenarli a un bavero di microfoni che pare un plotone di esecuzione, non serve che a indurire il loro rifiuto. Parleranno, prima o poi parleranno, e forse parleranno addirittura con noi. Ma non in queste condizioni di fretta, di ansia, di assedio che rendono incongrui e ridicoli alla stessa maniera inseguiti e inseguitori. La libertà di stampa non è in pericolo (lo è stata molto di più sotto Berlusconi). Sono in pericolo l’autorevolezza, l’udibilità, la nitidezza delle parole e delle immagini che hanno rappresentato per anni un Paese, e rischiano di non riuscire più a farlo.

08 marzo 2013, La Repubblica