Quel rapporto “ininterrotto” fra Dell’Utri e i boss

di Sebastiano Gulisano.

Marcello Dell’Utri ha avuto rapporti continuativi con Cosa Nostra – Bontate e compagnia prima, Riina e accoliti dopo – ma fino al 1992: fino ad allora è stato il canale dei boss per arrivare a Berlusconi (e investire nelle sue nascenti imprese cementizie, televisive ecc…); poi, quando ha cominciato a lavorare al partito che doveva sostituire il pentapartito egemone nella cosiddetta prima repubblica, questi rapporti ventennali si sarebbero interrotti. È questo che trasparirebbe dal dispositivo della sentenza palermitana che condanna il senatore a 7 anni di carcere (destinati alla prescrizione). Una sentenza che somiglia a quella Andreotti, ma che da quella differisce in un passaggio non marginale: i rapporti fra il senatore a vita e i boss si sarebbero interrotti col cambio di leadership in seno alla mafia, con l’eliminazione dei boss palermitani e l’inizio della dittatura corleonese (in teoria, avrebbe senso); Dell’Utri, invece, avrebbe intrattenuto relazioni con entrambi i gruppi dirigenti, interrompendole («il fatto non sussiste») dopo le stragi siciliane. Chissà, magari anche lui, come Vito Ciancimino, deve avere avuto un moto di orrore per quella carneficina decidendo di defilarsi. Ma Cosa Nostra non dev’essersi resa conto di tale allontanamento, ché ha accantonato il progetto di Sicilia Libera (il cosiddetto partito della mafia) e ha sostenuto la nascente Forza Italia – fatto incontestabile e sotto gli occhi di tutti – convinta che questo nuovo partito gli avrebbe risolto i problemi giudiziari. Insomma: mezza Cosa Nostra era dentro Forza Italia, i suoi uomini aprivano circoli in ogni dove, ma non in virtù di un accordo bensì perché gli organizzatori (Dell’Utri e Miccichè) non si erano accorti che quelli erano mafiosi, mentre i mafiosi, dal canto loro, devono avere interpretato quei silenzi come un accordo, anzi come promesse, se è vero – com’è vero – che nel 2001 Bagarella ha tuonato dal carcere contro le «promesse non mantenute», mentre gli altri capimafia al 41 bis hanno minacciato gli avvocati-parlamentari eletti nel centrodestra (uno dei quali è legale del senatore).
L’assoluzione di Marcello Dell’Utri per i fatti successivi al 1992 è stata interpretata da tutti come una sconfessione del neo-collaboratore Gaspare Spatuzza. Persino il pg Antonino Gatto ha rilasciato una dichiarazione in tal senso. Tutti, però, dimenticano che in primo grado si era arrivati a una condanna, senza bisogno di Spatuzza. L’ex killer dei Graviano, semmai, poteva essere qualcosa in più. Personalmente, sono rimasto fortemente colpito dalla decisione del pg Gatto di interrompere la requisitoria conclusiva, già iniziata, per introdurre nuovi testi: Spatuzza e Ciancimino, quest’ultimo rigettato dalla Corte per la contraddittorietà delle sue dichiarazioni. Dopo Spatuzza – le cui parole sono parzialmente indimostrabili – sono stati sentiti i boss irriducibili Grigoli e Filippo Graviano, mentre Giuseppe Graviano ha rifiutato di deporre, facendo sapere che sarà lui a decidere se, dove e quando parlare. Sorvoliamo sulla perdita di tempo e soffermiamoci sugli effetti mediatici di quell’operazione: i media sono stati quasi tutti a sottolineare che Filippo Graviano aveva smentito Spatuzza; bugia ribadita anche nel servizio odierno del Tg1 sul processo. Si tratta di una bugia perché il collaboratore attribuisce alle confidenze di Giuseppe Graviano («mio padre», «madre natura») ciò che ha detto ai magistrati non a Filippo. Senza contare il fatto che vengono messe sullo stesso piano le parole di uno che ha scelto di collaborare con la giustizia e quelle di un boss mafioso che ha tutto l’interesse a negare.
Non vorrei che anche i contenuti della prospettazione mediatica possano venire usati come paravento dai giudici per motivare questa incredibile e illogica assoluzione, relativamente ai fatti successivi al 1992.
Per ora, non ci resta che attendere il deposito delle motivazioni.