Quando l’italiano è in vacanza …

di Giovanni Puglisi.

 

“Oppresso da preti e poliziotti,

privato di ogni forma di libertà politica e intellettuale,

quasi imprigionato in una specie di perpetua infanzia psicologica,

l’italiano di Stendhal, è felice perché manca di prospettiva,

trascorrendo la sua vita come “schiavo della sensazione attuale”,in un eterno presente dominato dal principio di piacere…”. Marie-Henri Beyle,  Stendhal.

            Ogni estate, offre paradossalmente molti spunti di riflessione per cercare di leggere con più accuratezza cosa è diventato oggi l’italiano medio in epoca berlusconiana. Dall’alienato e aggressivo nel quotidiano lavorativo, a quello maleducato e insolente dell’italiano in vacanza, seppur in tempi di crisi, continua a non aver rispetto per niente e per nessuno.

            Grazie ai post e ai commenti pervenutici nelle nostre pagine web, uniti agli episodi che abbiamo vissuto di persona, abbiamo provato a comporre il mosaico. E abbiamo immaginato, fin dalla sua partenza, il comportamento dell’italiano in vacanza.

            Generalmente si tende a partire la mattina presto, nella speranza di non trovare traffico. Non vi si riesce quasi mai, se si hanno bambini piccoli o una moglie che ti riempie l’auto di bagagli pieni di oggetti inutili e di vestiti che non indosserà mai per l’intera durata della vacanza.

            Nonostante tutte le raccomandazioni e gli inviti delle società autostrade a scegliere con più accuratezza i giorni per mettersi in viaggio e le regole da rispettare, immancabilmente, di contro, ci si immerge nella giungla d’asfalto autostradale già scaldato dal sole. E le regole diventano solo un piacevole sollazzo solo per chi le ha concepite.

            E così ci si imbatte nella rivisitazione di una nuova commedia all’italiana, più incattivita, rispetto a quelle rocambolesche raccontate da Risi o più coatte di verdoniana memoria.

           Immersi nello stress della guida in autostrada, a due o a tre corsie, il serpentone procede lento e scorrevole, nonostante la scelta del giorno di divieto di circolazione dei mezzi pesanti. Si rallenta e ci si ferma, in prossimità di svincoli, per uscite o nuove immissioni, o per incidenti. Altre auto che hanno più spazio ci sfilano da entrambi i lati. Un inesorabile carosello di autoradio con tonalità a palla, piedi, dal lato passeggero che sporgono dal finestrino o sul parabrezza; cani che sporti ti ringhiano all’improvviso, bambini piccoli che piangono, ragazzini che litigano. Centauri impazienti che ti superano sfiorandoti il braccio appena sporto. Altre due o quattro ruote che svicolano a velocità sostenuta nella corsia d’emergenza.

           L’intuitivo semaforo verde dello sblocco diventa, poi, lo start per la conquista della pole: Caravan che tentano sorpassi azzardati rischiano continuamente tamponamenti e cappottamenti; auto caricate allo stremo, con annesse bici sospese all’esterno che si ostinano a rimanere sulla terza corsia; non vi sono distinzioni con le altre corsie, dove la prima che dovrebbe consentire una guida più rilassata, è diventata anch’essa di sorpasso. Il sorpasso, poi, più gettonato del momento è quello in diagonale. Si passa a velocità folle dalla prima alla terza o viceversa, per macinare più strada o per uscire dal tratto stradale. Di fronte a cotanto spettacolo, di autocivette della PolStrada, neanche l’ombra, prime vittime dei tagli ministeriali. Lo speaker di una radio nazionale, accoglie segnalazioni di questo tipo, e risponde candidamente che tutto questo è nel genere delle cose. Che cosa? E così per centinaia di chilometri, con la tensione nervosa alle stelle e nella speranza di non incappare in un nuovo rallentamento che ti faccia perdere la nave traghetto, si tenta una pausa in autogrill.

            Peggio mi sento: il parcheggio vorrebbe mutarsi in un essere animato da corpo e parola: automobilisti che si contendono furiosamente un posto all’ombra; con azione degna del miglior Fantozzi, un SUV, si fionda nei posti riservati dei disabili come fosse un premio ambito; spazi non più verdi e neanche spazi, per camminare, di scorie intestinali di cani non raccolti dai loro padroni; abusivi che ti entrano quasi in macchina, mentre fai manovra di sosta, che tentano di venderti un calzino o una confezione di fazzolettini.

            Si entra finalmente nell’area ristoro, ormai presa d’assalto da vacanzieri che non mangiano da mesi. E prima la fila esagerata alla cassa, ordinano di tutto, sgomitando e con fare indifferente, passandoti davanti; poi una volta raggiunto il bancone, con un gomito poggiato sopra la tetta di una settantenne in preda al tremolio perpetuo, un ginocchio non tuo conficcato in un fianco e la tua testa emersa dall’ascella appartenente ad un babbione alto quasi due metri che ti anticipa ordinando, ad un isterico e confuso barista: “un cappuccino macchiato freddo, con una spruzzata di cacao e un po’ di panna sopra; un succo di arancia fresca con una spruzzata di sale e con una fetta di limone a bordo bicchiere”, brioche e sigarette di ogni entità e marca e altre richieste bizzarre. Cerchi di consumare in fretta ciò che hai ordinato e andare a fare la lunga fila prostatica della toilette, prima di rimetterti in viaggio. Finalmente si cerca di trovare l’uscita, dopo aver attraversato lunghi e affollati scomparti di vivande e oggettistica varia, a prezzi per nulla vantaggiosi, sotto l’occhio vigile di telecamere che non controllano soltanto possibili furti, ma della probabile scelta di prodotti che la folla è in procinto di acquistare. E’ il marketing, bellezza!

            Alla fine si esce con la sensazione di essere stati liberati su cauzione e con la certezza di aver incrementato addosso più stanchezza di prima. Si raggiunge, finalmente, il proprio mezzo, sotto il sole già cocente di mezzogiorno, col timore che incauti avventori parcheggiati a fianco non te lo abbiano preso a sportellate. Decidi di non risparmiare per fare carburante dalla pompa con su scritto servito perché è quasi libera e ti permetterà di riguadagnare nuovamente il carosello d’asfalto. E’ così ancora altri chilometri, con l’attenzione del guidatore responsabile ma con la pena di affrontare ad ogni breve sosta il calvario degli autogrill, ormai sempre più affollati come i fedeli alla Mecca, o, se preferite, come i pellegrini a piazza del Vaticano.

            Una volta giunti nei tempi al tanto agognato porto che ci porterà su un’isola, occorre fare altra fila, per l’imbarco, tra i soliti furbetti del sorpasso sulla corsia di ferraglia della nave. Il personale ci mostra, puntiglioso, il punto esatto di sosta, con le raccomandazioni di inserire il freno a mano, disinserito l’allarme e di portare con se lo stretto necessario del bagagliaio, prima di salire sul ponte. Raccomandazioni puntualmente disattese da astanti che, a nave già partita, tentano, con arroganza o con toni tipici da sceneggiata napoletana, di fronte a fiscali e irremovibili addetti, di recuperare oggetti o vestiti dimenticati nelle proprie auto.

            Anche il bar della nave è preso d’assalto e i prezzi sono maggiorati rispetto agli autogrill. L’ebbrezza della partenza ci trasforma tutti in meravigliati turisti provenienti d’oltre oceano; armati di fotocamere ci si auto immortala con alle spalle scenografie portuali e gli ultimi scorci urbani. Si riscopre un po’ lo stupore e la curiosità tipica da bambini. Sono lunghi momenti di sospensione che ci separa dal porto, ormai in lontananza e il rituffarsi nell’ormai divenuta maleodorante calca umana della sala bar.

            La notte, invece, cambia scenografia: il buio dell’esterno e le luci artificiali all’interno smorzano i toni vocalici a vantaggio di quelli eterei dei televisori piazzati ad ogni 10 metri. Il momento è topico, è l’inesorabile attesa insonne dell’arrivo. Chi ha preso una cabina con aria condizionata, nella peggiore delle ipotesi, sparata a palla, ha la possibilità di riposare veramente; chi ha invece preso una poltrona, col biglietto o clandestinamente, sa già che il suo sonno sarà costantemente interrotto dal bagliore delle luci al neon che non verranno mai spente, così come gli enormi televisori e dal continuo e logorroico chiacchiericcio di persone insonne (“Signora, mi scusi, ne ha ancora per molto? Sa, noi vorremmo dormire, magari la sua destinazione è nella città dove sbarcheremo, ma noi dobbiamo fare ancora molti chilometri in auto! – e che cazzo!”) – interrotto da un esasperato, ma educato compagno di viaggio. E c’è chi, per dormire, si è arrangiato con materassini gonfiabili nelle piazzuole delle scale, chi coi sacchi a pelo all’aperto o chi, con insolente sfrontatezza ha occupato un intero divano o più poltrone nella sala bar. Il festival degli odori degli accampati offre uno spettacolo disgustoso.

           Il mondo su quella nave si rimette in fila all’alba davanti al bar ancora chiuso, nell’attesa di intossicarsi nuovamente con brioche surgelati e caffè alla varecchina, quando la nave dovrà impiegare almeno un’ora e mezza per l’avvicinamento alla costa e l’attracco nel nuovo porto.

            Agganciati gli ormeggi sulla banchina la nave è pronta a sbarazzarsi degli avventori, già pronti ad accalcare i due lati delle scale, ma bloccati dal personale di bordo, in attesa del rompete le righe. A nulla valgono le indicazioni provenienti dagli altoparlanti che invitano di distinguere le uscite tra automobilisti e passeggeri. Così si assiste, tra l’intasamento degli ascensori di enormi bagagli alla disordinata e affannosa discesa per le ripide scale di intere colonne di ansiosi dormienti, molti non del tutto convinti del corretto tragitto intrapreso per raggiungere il proprio mezzo. Una volta raggiunto il luogo infernale e privo d’ossigeno dove sono parcheggiati i nostri scarafaggi a quattro ruote la sensazione claustrofobica e l’ansia di raggiungere al più presto l’aria aperta, prima ancora che la terraferma, prendano il sopravvento. A poco o quasi vale l’appello del personale di non accendere i motori prima dell’apertura del portellone.

            Chissà cosa direbbe oggi lo scrittore francese, dove sesso, denaro e manifestazione altrui della propria immagine attraverso il possesso dell’oggetto quale status symbol del momento. Forse, direbbe che agli italiani manca la reale coscienza di una società civile.