Quando di trattativa si muore

di Lorenzo Baldo e Giorgio Bongiovanni.

Al Palazzo di giustizia di Palermo c’è chi afferma che “non si vive solo di trattativa”. Sicuramente è così. Peccato, però, che di trattativa si muore. Per depotenziare un processo e isolare chi lo sta conducendo bastano frasi del genere. Che, agli occhi di chiunque abbia un minimo di senso civico, appaiono come una bestemmia nei confronti di un magistrato condannato a morte dal capo di Cosa Nostra e isolato dei vertici delle istituzioni. Dopo le confessioni del neo pentito Vito Galatolo, a Palermo si continua a cercare il tritolo destinato all’attentato per il pm Nino Di Matteo. Un progetto di strage, che sarebbe stato stimolato da entità “esterne” a Cosa Nostra, e che è tuttora pendente. I massimi rappresentanti del nostro Stato hanno, però, chiuso occhi, orecchie e bocca. Stesso discorso per buona parte della magistratura che, salvo rarissime eccezioni, contribuisce fortemente all’isolamento e alla sovraesposizione del magistrato che ha istruito il processo sulla trattativa.

A finire sotto tiro è anche il pm Roberto Tartaglia, un altro componente del pool che, insieme ai colleghi Vittorio Teresi e Francesco Del Bene, investiga sul patto tra mafia e Stato. A Tartaglia non gli si perdona di essere riuscito ad entrare nella Distrettuale Antimafia di Palermo a soli 32 anni “grazie” al processo sulla trattativa, scavalcando colleghi più “anziani”. Alcuni magistrati esclusi dalla Dda contestano la scelta al Procuratore reggente, Leonardo Agueci, riservandosi di rivolgersi al Csm per far valere le loro ragioni. A dar man forte in questo clima pesantissimo c’è sempre quella magistratura ibrida che continua a bocciare le richieste di avanzamento di carriera presentate dallo stesso Di Matteo. La sua istanza per diventare procuratore aggiunto a Caltanissetta? Nemmeno presa in considerazione. Procuratore aggiunto a Palermo? Domanda scartata. La sua richiesta inviata alla Direzione Nazionale Antimafia di Roma? Mesi di oblio con decine di nominativi davanti a lui per un paio di posti a disposizione. In un vero Stato di diritto un magistrato nella sua situazione verrebbe immediatamente messo nelle condizioni di poter condurre indagini tanto delicate. Basterebbero determinate prese di posizione istituzionali, per lo svolgimento del suo lavoro quotidiano e per il suo avanzamento di carriera, legate alla logica e al buon senso. Qualità che evidentemente scarseggiano nel momento in cui, al magistrato più a rischio d’Italia, viene imposto di fare periodicamente il turno di lavoro con reperibilità h/24 (così come viene svolto da altri suoi colleghi), con tanto di pericolosi sopralluoghi esterni. Per non parlare della miriade di fascicoli di casi “ordinari” che finiscono sulla sua scrivania sottraendo tempo alle indagini sulla trattativa. La “farsa” che si sta consumando attorno alla questione del dispositivo antibomba “jammer” da destinare a Di Matteo è degna di uno Stato criminale. Il ministro degli Interni Alfano tergiversa, prende tempo, recita la parte assegnata e, a tutti gli effetti, se ne lava le mani. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e il Premier, Matteo Renzi, non spendono una parola di solidarietà nei confronti del pm palermitano condannato a morte. Gli altri vertici delle istituzioni e della magistratura balbettano frasi di circostanza, incapaci di dare un forte segnale di sostegno nei suoi confronti. Resta un silenzio istituzionale – del tutto complice – che rappresenta un segnale opposto: isolamento. Che spiana la strada per un possibile attentato la cui principale responsabilità ricadrebbe immancabilmente sui più alti rappresentanti del nostro Stato. Ma se le istituzioni, seppur in extremis, attraverso scelte e  metodologie che rappresentino un’inversione di rotta, metteranno invece Di Matteo nelle condizioni di poter lavorare, sarà possibile cambiare il corso degli eventi. Fino a quel momento, però, per questo Stato non ci saranno attenuanti.
Da antimafiaduemila.com – 15 dicembre 2014
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