Qualcosa che rode, qualcosa che corrode

di Giuseppe Tramontana.

A margine dell’elezione papale.

In questi giorni un paio di libri e alcuni personaggi mi sono venuti in mente. E capirete presto il perché. Il primo libro, uscito nel 2003, per le edizioni Sironi, è un bellissimo romanzo del compianto Luisito Bianchi (nella foto), un sacerdote schietto e intelligente che ci ha lasciato troppo presto. Il romanzo, un volume di 860 pagine si intitola “La messa dell’uomo disarmato” e racconta la vicenda di un gruppo di partigiani che trovano aiuto spirituale e materiale in un monastero benedettino del Cremonese e, una storia nella storia, di come uno di questi monaci, Don Benedetto, tra dubbi, lacerazioni, timori e tremori, decida di seguire i partigiani in montagna. Disarmato, sballottato da incertezze e titubanze, egli mette a repentaglio la propria vita per proteggere, aiutare, sostenere i partigiani che gli sono stati affidati, conscio che quella lotta, la lotta resistenziale, è la lotta giusta da condurre fino in fondo. E, a proposito di cose giuste, il secondo libro che mi è emerso dalla memoria è il romanzetto di Nuto Revelli, “Il prete giusto”, che narra la storia, anche questa travagliata di don Raimondo Viale che passa dall’impegno nella parrocchia di Borgo San Dalmazzo allo scontro con i fascisti ed i nazisti, alle prediche contro la guerra e le violenze dei repubblichini, fino a mettere in imbarazzo la Chiesa, al confino ed alla sua sospensione a divinis. Come si vede sono due romanzi che hanno come protagonisti due preti. Due preti coraggiosi. Sono romanzi, ma anche storie vere sotto la trasfigurazione romanzesca: nel caso di Revelli, nemmeno tanto, visto che sull’esistenza e sulla condotta di vita di don Raimondo Viale (1907-1984) dubbi non ce ne sono. Se poi vogliamo citare esempi, per così dire, storici di preti impegnati, a volte fino all’estremo sacrificio, contro dittature, oppressioni e ingiustizie, l’elenco non è lunghissimo, ma c’è, a partire da don Minzoni, prete antifascista ucciso nell’estate del 1923 ad Argenta, Ferrara, con una bastonata alla nuca dai fascisti di Italo Balbo, a Mons. Oscar Romero, che parlava dal pulpito contro gli squadroni della morte del governo salvadoregno, denunciando il fatto che lo stesso governo per appurare se i campi fossero minati, mandava avanti i bambini e che venne ucciso nella cappella di dell’ospedale della Divina Provvidenza, a San Salvador, da un sicario che gli sparò un colpo di fucile che gli recise la giugulare mentre alzava l’Eucarestia. E non sono i soli, ovviamente. Basta ricordare solo il nome di don Pino Puglisi, ucciso a Brancaccio dai mafiosi nel 1993, il giorno del suo 56° compleanno. Come vedete, pur non essendo un credente – o forse proprio per questo – mi piacciono i preti coraggiosi, quelli che si schierano da una certa parte piuttosto che dall’altra, che stanno dalla parte dei poveri, dei deboli, degli indifesi, degli ultimi, contro i prepotenti, gli arroganti, i sopraffattori, quelli che lavorano e si fanno interpreti del dolore dell’umanità sofferente, non quelli che stringono le mani a dittatori o ci giocano a tennis, non quelli che preferiscono il silenzio della compiacenza o dell’omertà (che per loro è sempre discrezione) e mai l’urlo dell’umanità in croce. Per questo allora, non mi interessano tanto le polemiche sul comportamento dell’ex arcivescovo di Buenos Aires ed attuale Papa Francesco, Mons. Jorge Mario Bergoglio. Io non so se abbia ragione Horacio Verbitsky – l’ultimo articolo l’ha scritto proprio ieri su Pàgina 12 – ad accusare il monsignore di connivenza con i carnezzieri di Videla, Viola, Galtieri e Massera (il quale, ricordiamo era iscritto alla P2, lo stesso circolo esclusivo di golpisti, che annoverava, tra gli altri, José Lopez Rega, l’inventore della Triple A, gli squadroni della morte argentini, e il nostro beniamino Silvio Berlusconi) o se abbiano ragione i suoi difensori, più o meno dell’ultima ora, più o meno sinceri, più o meno abbagliati dalla lucore del potere e della fede. Non lo so, non so se ha davvero consegnato i suoi confratelli al massacro dell’ESMA oppure no. Ed è appunto qui che sta il problema. Ossia nel fatto che non lo so e non lo può sapere nessuno. E non può saperlo nessuno perché, evidentemente, si è mosso sempre tra silenzi e ambiguità. E’ il dubbio stesso che lo condanna. E’ il dubbio che è eloquente di ciò che avrebbe dovuto e potuto fare, ma che NON ha fatto o Non ha fatto così bene, vale a dire alla luce del sole, schivando i compromessi a rischio della propria incolumità personale. A me interessa, non già che abbia denunciato o chiuso gli occhi (cosa che non possiamo sapere), ma che NON sia intervenuto, che NON abbia alzato la voce, che NON si sia esposto al pericolo. E non perché mi piacciano i martiri, ma perché è questo che mi aspetto da un uomo di fede, almeno un uomo di fede come lo concepisco io, che fede non ho. E’ il silenzio di allora, più delle foto accanto a Massera, che lo accusa. E’ il dubbio, a fortiori, che getta una pesante ombra dove dovrebbe esserci luce, solo luce e nient’altro.