POLITICA & PALAZZO. La Riforma nell’indifferenza

di Giuseppe Tramontana.

   “Causa latet, vis est notissima.”

    Ovidio, Metamorfosi, IV, 287

  1. Per chi suona la campana?

Per chi non l’avesse letto, Saggio sulla lucidità di José Saramago ha una trama abbastanza semplice. Almeno fino a un certo punto. Ci troviamo in una capitale senza nome di uno Stato senza nome e si va alle elezioni amministrative. In lizza, tre partiti: il p.d.d. (partito di destra), che è anche il partito di maggioranza, il p.d.m. (partito di mezzo)  che si contende il potere con il p.d.d.  e il p.d.s. (partito di sinistra), stabilmente all’opposizione. I risultati delle elezioni amministrative mostrano che i cittadini (oltre il 70%) hanno scelto di votare scheda bianca. Il governo del paese, retto appunto dal p.d.d., decide di far spiare i cittadini dalla polizia e di indire nuove elezioni, annullando le precedenti. Nonostante i metodi decisamente repressivi e gli occhiuti controlli, la polizia non riesce a scoprire nulla: nessuna traccia di organizzazioni sovversive promotrici della protesta. Le nuove elezioni danno un risultato ancora più sorprendente: l’83% delle schede è bianco. Visti i pochi progressi delle indagini, il governo decide di auto-esiliarsi e di porre la capitale in stato d’assedio. Ben presto un attentato, ordito dal governo medesimo, colpisce una stazione della metropolitana. Naturalmente la colpa viene attribuita ai cosiddetti blancos, cioè a un’inesistente organizzazione sediziosa accusata di aver fatto votare scheda bianca. E qui mi fermo. Chi vuole, può leggere il romanzo con calma e nella sua interezza. Ora, se non fossero i proponenti e fautori della riforma costituzionale (c.d. Riforma Boschi) al di sotto di ogni sospetto, verrebbe da giustificare la loro opera, diciamo, revisionistica tirando in ballo il romanzo di Saramago: considerata il pervasivo crescente disinteresse verso la politica e il conseguente dilagante astensionismo, hanno messo a soqquadro la Carta per evitare i rischi descritti nel romanzo. Solo che, essendo appunto uomini e donne al di sotto di ogni sospetto e probabilmente impermeabili a cognizioni storiche e/o letterarie, si fa fatica a credere ad una giustificazione del genere. Eppure, nel leggere almeno la parte riguardante la fine del bicameralismo perfetto e la riduzione delle funzioni del Senato, ci si trova immersi in un’atmosfera di ottuso elitismo, ad una forma di democrazia svuotata di idealità, tensioni. Leggendo le pagine del progetto, si ha la sensazione che, in fondo, per il funzionamento della democrazia italiana non sia nemmeno necessaria la partecipazione popolare, la quale, in nome della tanto sbandierata stabilità, viene ridotta al lumicino e, per di più, solo perché non sarebbe un bell’esempio eliminarla del tutto.

        Innanzi tutto, viene, eliminato il rapporto di fiducia tra il Governo e il Senato: sarà la sola Camera a dare o revocare la fiducia! Una Camera nella quale, in base alle previsioni dell’Italicum (al secolo, legge 52/2015) un solo partito potrebbe avere la maggioranza e sostenere il Governo. Infatti, ai sensi della nuova legge elettorale, la maggioranza assoluta di seggi aspetterà all’unica lista che, al primo turno, supererà la soglia del 40% dei voti o, se ciò non dovesse accadere, a quella che al ballottaggio (tra liste!) risulterà vincente. Punto: senza soglie e senza sbarramenti. Non solo. Non è prevista una soglia di partecipazione. Quindi anche nel caso in cui l’astensione dovesse essere la scelta maggioritaria, il risultato sarebbe valido ugualmente: ecco la norma anti-Saramago, potremmo dire. Alla Camera, poi, sono attribuite la rappresentanza della Nazione, la funzione legislativa, la funzione di indirizzo politico e quella di controllo dell’operato del Governo, mentre al sopravvissuto Senato va un nugolo indeterminato e fumoso di funzioni: la rappresentanza delle Istituzioni territoriali, la partecipazione al procedimento legislativo, il raccordo Stato-enti territoriali, la valutazione delle politiche pubbliche e delle attività delle pubbliche amministrazioni.

  1. Il sopravvissuto

Un Senato sopravvissuto, dicevamo. Non sarà più eletto a suffragio universale e diretto. Sarà la Camera dei deputati l’unica eletta direttamente dai cittadini. Il numero dei Senatori è ridotto a 100 (ma perché no 50, 25, 3 o semplicemente nessuno?) dei quali: 74 consiglieri regionali eletti dai rispettivi Consigli regionali di appartenenza, in conformità alle scelte espresse dagli elettori durante le ultime elezioni regionali: proprio così: si fa valere il voto regionale per designare o cooptare i senatori: una sorta di istituzionalizzazione in grande stile del famigerato metodo per le lottizzazioni partitocratiche, roba degna, insomma, del manuale Cencelli. Altri 21 saranno sindaci eletti dai Consigli regionali: uno per ogni Regione. Infine, 5 saranno nominatati dal Presidente della Repubblica tra i cittadini illustri e meritori nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario, cioè nei campi di cui la Repubblica se ne sbatte! Particolare: è ancora del tutto indefinita la modalità di scelta di tali senatori. Non è chiara nemmeno l’alternativa tra elezione indiretta (da parte dei Consigli regionali) o diretta (da parte del corpo elettorale), per la quale si rinvia ad una successiva legge ordinaria. Non è stato neppure chiarito in che modo verranno scelti i 21 sindaci. Anche in questo caso sarà la legge ordinaria a indicarlo. È stata, infine, introdotta una figura di senatori del tutto inedita: di nomina presidenziale sì, ma “a tempo” (anziché “a vita”, com’è adesso). Dureranno in carica 7 anni, come il Presidente della Repubblica, e quindi a lui saranno collegati, con un’evidente attenuazione della loro autonomia istituzionale.

  1. La strada sdrucciolevole

Viene anche stravolto il provvedimento legislativo. Solo per alcune leggi ci sarà una partecipazione paritaria delle due Camere. Si tratta delle cosiddette leggi bicamerali: leggi costituzionali, in materia di elezione del Senato, referendum popolare, ordinamento degli enti territoriali. Per tutte le altre il Senato potrà proporre modifiche, ma sarà solo la Camera ad approvarle, oltre che a decidere se accogliere o meno le modifiche proposte dal Senato. Viene introdotto il giudizio preventivo di costituzionalità sulle leggi elettorali: può proporlo alla Corte Costituzionale un terzo dei senatori o un quarto dei deputati prima della loro promulgazione. Una previsione, a ben vedere, alquanto originale, soprattutto se si pensa che viene proposta da un governo mai eletto e votato da un Parlamento dichiarato illegittimo (sent. 1/2014) proprio dalla Corte costituzionale in quanto eletto ex Porcellum, dichiarato incostituzionale in molte sue fondamentali parti.

Tornando al giudizio preventivo di costituzionalità, va notato come un giudizio preventivo di tal genere, nei fatti, spinga la Corte a politicizzare il proprio giudizio poiché avverrà dopo l’approvazione e, benché di natura generale e astratta, sarà implicitamente un sostegno o una sconfessione degli indirizzi adottati dalla maggioranza. Peraltro, sussiste un altro problema: potrà la Corte essere chiamata a sindacare in via successiva la medesima legge che ha già valutato in via preventiva? E, se sì, che influenza avrà il giudizio preventivo sul successivo?

Si complica anche l’iter di formazione delle leggi, alla faccia dell’agilità e del risparmio di tempo per evitare la c.d. navetta!  Sono una decina le diverse modalità di approvazione di una legge. E, a parte le discussioni intorno a quale procedimento adottare nei casi di leggi “trasversali” a più materie (e dovranno essere i Presidente di Camera e Senato a decidere, di volta in volta, il procedimento da adottare), cresce a dismisura anche il rischio di aumentare il contenzioso davanti alla Corte Costituzionale. E ciò comporterà evidentemente che, in assenza di tempestive pronunce da parte della Corte, oberata già adesso di ricorsi, leggi palesemente illegittime continueranno a trovare applicazione e produrre effetti: così, tanto per far apprezzare ai cittadini lo stato di diritto!

  1. I garanti fragili

Tappa successiva: l’elezione degli organi costituzionali di garanzia. Viene modificato il sistema di elezione del Presidente della Repubblica. Per eleggerlo serviranno i 2/3 dei voti dell’Assemblea (sempre Parlamento in seduta comune, ma senza i delegati regionali) dal primo al terzo scrutinio, i 3/5 dal quarto al sesto e i 3/5 dei votanti (e non dell’Assemblea) dal settimo in poi. Quindi aumenta il peso della Camera, ed implicitamente del partito di maggioranza, nella scelta del capo dello Stato, compreso il capolavoro di computare, dal settimo scrutinio, il quorum necessario per l’elezione non in base ai “componenti”, ma ai “votanti”. Non si può escludere dunque un Presidente eletto con maggioranze (che, poi, in rapporto agli elettori – specie se nelle ultime elezioni è fatto ricorso al ballottaggio – sono minoranze) ridotte, qualora una o più forze politiche decidano di non presentarsi al voto.

Viene modificato anche il sistema di elezione dei giudici costituzionali: dei cinque giudici espressione del Parlamento, tre saranno eletti dalla Camera e due dal Senato. Solo che il Senato è ormai rappresentante di istituzioni territoriali, mentre la Corte è un organo di garanzia costituzionale, non generale. Un cortocircuito logico, insomma.

  1. Redobles por el Gubierno

E il Governo? Naturalmente ce n’è anche per lui. E’ ammessa la possibilità, per il Governo, di chiedere alle Camere la votazione prioritaria dei disegni di legge essenziali per l’attuazione del programma di Governo. Il Governo può chiedere che la Camera, entro 5 giorni dalla richiesta, deliberi che un disegno di legge venga iscritto con priorità all’ordine del giorno e che lo stesso venga sottoposto a votazione in via definitiva entro 70 giorni. Inoltre sono ridotti della metà i termini già esigui per la deliberazione di proposte di modificazione da parte del senato. Insomma, tutto di fretta, tutto veloce, tutto al volo e al diavolo la saggezza democratica e la fredda razionalità. Per soddisfare le esigenze (anche e soprattutto elettoralistiche) del Governo non si bada a spese in termini di sophrosyne… Tale procedura, tuttavia, è esclusa per alcune leggi: quelle ad approvazione paritaria di Camera e Senato, quelle in materia elettorale, quelle di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, le leggi di concessione di amnistia e indulto, le leggi che approvano bilanci e quelle per il ripristino delle norme dichiarate illegittime dalla Corte Costituzionale.  D’altra parte, i decreti-legge, oltre a non poter essere usati per regolare le materie di cui sopra e  indicate nell’articolo 72, quinto comma, della Costituzione, non possono essere adottati né in materia elettorale, ad eccezione della disciplina dell’organizzazione del procedimento elettorale e dello svolgimento delle elezioni, né  per reiterare disposizioni di decreti-legge non convertiti o regolare i rapporti giuridici sorti sulla loro base,  né per ripristinare l’efficacia di disposizioni dichiarate illegittime dalla Corte costituzionale per vizi non attinenti al procedimento. Gli stessi decreti-legge, poi, devono recare misure di immediata applicazione e di contenuto specifico, omogeneo e corrispondente al titolo. Infine, nel corso dell’esame di disegni di legge di conversione in legge non possono essere approvate disposizioni estranee all’oggetto o alle finalità del decreto. Certo, tutti limiti positivi, in rapporto alla decretazione d’urgenza, che, però vengono compensati dalla possibilità data al Governo di far approvare i disegni entro termini certi, cosa che, tra l’altro, implica una compressione dell’autonomia della Camera, costretta ad esprimersi entro un tempo prefissato e ristretto.

  1. Relazioni pericolose

In materia di rapporto tra Stato e istituzioni territoriali, viene nuovamente riformato il Titolo V. E’ abolita la legislazione concorrente tra Stato e Regioni così come delineata dalla riforma del 2001 e, conseguentemente, vengono riviste le aree di competenza esclusiva rispettivamente statale e regionale. Vengono ricondotte alla competenza esclusiva statale alcune materie, precedentemente concorrenti, come le grandi reti di trasporto e navigazione, l’ordinamento della comunicazione, la produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia, il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, la promozione della concorrenza, la tutela della salute, la tutela e la sicurezza del lavoro, le politiche sociali, l’istruzione e la formazione professionale.

Intanto viene introdotta la “clausola di supremazia statale”. Ai fini della tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica dell’interesse nazionale, si è previsto che su proposta del Governo (che pertanto se ne assume la responsabilità politica) la legge statale possa intervenire anche in materie di competenza regionale. Di fatto, in accordo con l’attuale ideologia “suprematista” e  “concorrenzialista” (un sorta di fuhrerprinzip in salsa renziana di cui si possono trovare esempi nel Jobs Act e nella Buona Scuola, tanto per citare solo due dei  provvedimenti più controversi) viene abbandonato il modello “solidale” di federalismo (imperniato sula leale collaborazione tra Stato e Regioni) a favore di un modello “competitivo”, basato sulla netta separazione (e concorrenza) tra le due parti, Stato e Regioni.

Inoltre vengono abolite le Province come organi costituzionali dotati di funzioni propri e poteri propri e viene abolito il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (CNEL). L’abolizione delle Province, toglie loro la copertura costituzionale. Furbescamente non è detto che spariscano: potranno continuare ad esistere benché regolati dalla legge ordinaria. E quindi, doppia furbata, foriera di clientelismi e ricatti, finché maggioranza e Governo le riterranno utili.

  1. Il sogno del caporale

Altra voce in capitolo riguarda gli strumenti di democrazia diretta.   Così, tanto per rendere più difficile il suo esercizio, viene innalzato fino a 150mila (ora sono 50mila) il numero delle firme richieste per la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa popolare. E si impone che nei regolamenti parlamentari vengano previsti tempi certi per l’esame e la votazione di tali leggi. Inoltre, viene modificato l’istituto del referendum abrogativo mediante l’introduzione di un doppio quorum. In caso di sottoscrizione della proposta da parte di 500mila elettori, per la validità della consultazione sarà necessaria la partecipazione al referendum della maggioranza degli aventi diritto; nel caso in cui la proposta venga sottoscritta da 800mila o più elettori, sarà sufficiente la partecipazione della maggioranza dei votanti all’ultima elezione della Camera dei deputati. Insomma, non sembra che gli strumenti di democrazia diretta ne escano bene. Vengono aumentate le firme, si rinvia ai regolamenti per stabilire tempi e modalità per prendere in esame le leggi, si introduce un doppio quorum di validità del referendum in base al numero dei sottoscrittori: una superficiale democrazia con l’infantile pallottoliere… D’altronde, visti i protagonisti della riforma, che aspettarsi di diverso? Sono come bambini che si credono adulti. Bambini mediocri, per di più. E, si sa, la mediocrità non ha consolazione più grande del pensiero che il genio – in questo caso quello condensato nella Carta – non sia immortale. E questa consolazione, spesso, è parente dell’arroganza, via maestra per la perdizione. Peccato che, di mezzo, ci sia un’intera Nazione…