L’ANNACATA. Pippa parti’, la speranza nel cuore

di Giuseppe Tramontana.

Dedicato alla mia collega Elisa,

donna sensibile e intelligente che ha fatto di Itaca di Kavafis

la metafora del nostro impervio e fascinoso impegno

di insegnanti testardamente speranzosi.

Nonostante tutto.

“Non c’è bene di cui si possa godere

                                                                              davvero se non si ha qualcuno con cui dividerlo.”

                                                                                                               (Seneca, Epistulae, 6, 4)

“Vi è poi un’altra follia, molto diversa, che nasce

da me e tutti la desiderano.

Si manifesta ogni volta che una dolce illusione

libera l’animo dall’ansia e lo colma

di mille sensazioni piacevoli.”

                              (Erasmo, Elogio della follia)

 

Pippa, all’anagrafe si chiamava Giuseppina. Giuseppina Pasqualini di Marineo, per l’esattezza. Ma questo non è importante. Perché il nome con cui tutti la conoscevano era Pippa Bacca.  Pippa,  se può esservi utile,  era nipote, per parte di madre, del grande Piero Manzoni. Ma anche questo, in fondo non è importante. Come non è importante il fatto che fosse milanese e che, nel 2008, quando si verificarono i fatti che andremo a raccontare, avesse appena 34 anni. Più intrigante, invece, è il fatto che Pippa fosse un’artista performativa – così si chiamano.   Infatti, il dato peculiare della sua arte era la trasformazione degli oggetti in altri oggetti, solitamente usando solo le forbici: ad esempio, le foto delle persone che le avevano dato un passaggio in macchina venivano ritagliate fino ad assumere la forma di un mezzo di trasporto; l’uncinetto veniva utilizzato per creare lavori a maglia con forme falliche o sessualmente allusive; l’opera  Surgical mutations (“Mutazioni chirurgiche”) è costituita da foglie raccolte in un bosco e ritagliate in modo da trasformarle in foglie di altre specie vegetali.

Pippa-BaccaMa Pippa non era solo questo. Pippa era una donna appassionata non solo di arte, ma anche di viaggi. Aveva viaggiato tantissimo, fin da piccola con la madre e, poi, anche da sola, sempre in autostop. Non aveva paura degli altri, anzi. Era fiduciosa nel genere umano. Perché amava la vita e la vita la ricambiava.  Era una folle, secondo qualcuno, un’illusa, secondo altri. Molti invece, più semplicemente,  pensavano che Pippa fosse un po’ strana, un  po’ bizzarra, affetta da quella inquietudine adolescenziale che ti porta a fare cose avventate con l’entusiasmo e la spensieratezza che nascono da un’infatuazione subitanea. Bisogna avere un animo superiore, dico io, una personalità straripante e lucida – oltreché coraggiosa – per spingersi a fare le cose che fece lei. Cioè? Pippa ed una sua amica e collega, Silvia Moro, elaborarono un progetto dal titolo accattivante di Spose in viaggio.  Le due amiche si fecero cucire due vestiti da sposa adatti ad un lungo viaggio ed al messaggio che volevano portare: un mantello, una giacca ed un lungo strascico bianco. Anche le due ragazze, Pippa e Silvia, lavorarono alla creazione degli abiti. Il progetto era semplice, ma rischioso:  attraversare, in autostop, 11 paesi teatro di conflitti armati (in atto o di recente soluzione, ma nei quali le tensioni restavano alte), vestendo un abito da sposa. Il tutto per promuovere la pace e la fiducia nel prossimo. La meta sarebbe stata Gerusalemme, luogo simbolico per eccellenza. Il viaggio iniziò da Milano. Le due ragazze vennero salutate da amici e parenti sorridenti, l’8 marzo 2008, festa della donna. Con loro portarono solo un esiguo bagaglio, comprese le ceneri degli oggetti bruciati dagli amici per lavare le vesti da sposa: gesto simbolico anche questo per sottolineare la capacità umana di ripulire la propria anima nella purezza, nella dignità e nel candore, dopo il periodo di lordura fisica e morale (ossia dopo la guerra). Durante l’attraversamento di Slovenia, Croazia, Bosnia e Bulgaria, Pippa e la sua compagna si fermavano per lavare i piedi ad alcune ostetriche, ossia a quelle donne che si erano messe al servizio della vita nel momento in cui  la guerra tanta di quella vita, se la  portava via. Arrivarono in Turchia il 20 marzo.  Secondo il programma, le due avrebbero poi dovuto continuare attraversando  Siria, Libano, Giordania, Israele e Palestina, con arrivo a  Geruslaemme per metà aprile. Però, subito dopo Istanbul, le due si separarono: avrebbero dovuto rincontrarsi a Beirut, Libano, il 31 marzo successivo. Ma il ricongiungimento non ci fu. Pippa, proprio il 31 marzo, presso Gebze, salì sull’auto di un uomo, tale Murat Karatash, che si offrì di darle un passaggio. Karatash violentò e uccise la ragazza.  Il corpo venne ritrovato il successivo 11 aprile. Murat Karatash, fu individuato per aver fatto uso del cellulare della vittima, venne arrestato e condannato all’ergastolo, condanna poi ridotta a 30 anni.

08_Pippa-uncinettoL’assassinio di Pippa Bacca non scosse più di tanto l’opinione pubblica italiana, moto di più quella turca. Numerosi quotidiani uscirono con titoli anche in italiano: “perdonaci Pippa”, “siamo molto addolorati”. Lo stesso Erdogan,  primo ministro turco, espresse la propria partecipazione, dicendosi “profondamente rattristato” per il delitto e affermando di “non poter trovare le parole adatte per descrivere questo brutale omicidio”, a proposito del quale ribadì l’impegno della giustizia turca a punire il colpevole. In precedenza, l’allora presidente della Repubblica turca, Abdullah Gul e il ministro della cultura Ertugrul Gunay avevano fatto pervenire all’ambasciatore italiano ad Ankara e alla famiglia il proprio rincrescimento e cordoglio.

Nel luglio del 2010 Loris Zecchini ha dedicato a Pippa Bacca il romanzo Crociera edito da Arduino Sacco Editore.

Nel maggio del 2013 il gruppo musicale Radiodervish  ha presentato l’album Human. Prima traccia dell’album è Velo di sposa scritta in memoria di Pippa Bacca.

E ora? Ora anch’io cullo un sogno, un desiderio. Che in tutti i licei – artisti e non -, in tutti gli istituti d’arte e non, nelle scuole di ogni ordine e grado, cominciasse a rimbombare, echeggiare, germogliare sulle giovani labbra dei nostri ragazzi il nome di Pippa Bacca.  Che questa donna, questo nome facessero innamorare di sé le ragazze ed i ragazzi di ogni angolo d’Italia. Perché Pippa non è morta. Pippa non è caduta in Turchia: è con noi. Perché lei è l’utopia concreta, il candore intangibile, la fiducia nel prossimo, l’amore per la pace, la solidarietà che parte dal basso e contagia tutti, Pippa è l’apertura verso l’altro, è il dialogo con il diverso, il profugo, lo straniero, l’emarginato, è il vedere negli altri non aggettivi o sostantivi, ma solo uomini e donne, di carne e sangue, fasci di nervi, desideri e sofferenze come noi e i nostri figli e amici… Quindi, secondo me, la storia di Pippa non può finire così, coperta dalla grigia cenere dell’ignavia, da quell’indifferenza ulcerosa di cui spesso amiamo ricoprirci per respingere gli altri e giustificare il nostro egoismo. Allora, facciamo risuonare il suo nome, facciamolo scrivere – come la libertà di Eluard – su un muro o una tabella, intitoliamole, dentro o appena fuori le nostre scuole, un’aula, un cortile, una sala  docenti o studenti, un laboratorio d’arte, di lingue o di informatica, un corridoio di collegamento, un passaggio tra plessi, una biblioteca… Già cosa ci sarebbe di meglio? Utopia? Appunto, parliamo di Pippa: l’utopia è d’obbligo.