Perché il Brasile rischia di tornare in mano ai militari

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Domanda: qual è la differenza tra il colpo di stato che nel 2014 ha rovesciato il governo eletto in Thailandia e il colpo di stato che ha appena provocato la caduta del governo eletto in Brasile? Risposta: in Thailandia i golpisti indossavano le uniformi.

Il senato brasiliano ha votato (55 voti contro 22) l’impeachment nei confronti di Dilma Rousseff. La presidente sarà sospesa dall’incarico per i prossimi 180 giorni nell’attesa di essere processata dal senato stesso. L’accusa è di aver mentito sulle dimensioni del deficit di bilancio prima delle ultime elezioni del 2014. Se i due terzi dei senatori la riterranno colpevole, Dilma sarà rimossa definitivamente dalla carica di presidente. Considerando che i senatori hanno appena votato per l’impeachment con una maggioranza superiore ai due terzi, il verdetto appare scontato.

Alla fine della giornata era ormai evidente che in gran parte i senatori erano interessati solo all’esito del procedimento, non alle prove. In diverse occasioni il portavoce ha dovuto chiedere ai senatori di smettere di parlare e mettere via i cellulari. Questo perché si è trattato di un atto politico, non di un atto di giustizia, e la decisione era già stata presa prima del procedimento.

Un atto politico

Per questa defenestrazione di una presidente eletta sono state offerte due giustificazioni, entrambe inconsistenti. La prima è la giustificazione legale, basata sul fatto che il governo di Rousseff ha truccato i conti per far sembrare meno grave la situazione economica del Brasile prima delle elezioni del 2014. Effettivamente è così che sono andate le cose, ma quale governo eletto non cerca di rifarsi un po’ il trucco? E in ogni caso nessuno pensa che questo sia il vero motivo per cui Dilma è stata cacciata.

Dilma non ha creato la crisi economica del Brasile, ma inevitabilmente ne paga il prezzo

La più ampia giustificazione politica è che la presidente ha gestito in modo orrendo l’economia. Effettivamente l’economia brasiliana è in crisi profonda – in ciascuno degli ultimi due anni ha registrato una decrescita del 4 per cento, il tasso di disoccupazione è al 10 per cento e l’inflazione galoppa – ma è altrettanto vero che tutti i grandi esportatori di materie prime si trovano nelle stesse condizioni da quando è cominciata la crisi finanziaria globale nel 2008. Il motivo è semplice: la domanda per i loro prodotti da esportazione è crollata.

Dilma non ha creato la crisi, ma inevitabilmente ne paga il prezzo. Ed è proprio per questo che quasi due terzi dei brasiliani pensano che dovrebbe essere allontanata dal potere, altro che questioni legali. Tuttavia, pur ammettendo che Dilma avrebbe potuto fare di meglio nella gestione della crisi, resta il fatto che in una democrazia le questioni politiche si risolvono con le elezioni, non con l’impeachment.

L’esempio tailandese

I 55 senatori che hanno votato a favore dell’impeachment lo sanno benissimo, ma non hanno saputo resistere alla tentazione di dare una spallata alla presidente. Questo ci porta alle vere ragioni del procedimento e al preoccupante paragone con la Thailandia, dove i generali hanno preso il potere nel 2014.

I tailandesi, come i brasiliani, hanno strappato il potere alla dittatura militare negli anni ottanta attraverso l’azione politica nonviolenta. Come è inevitabile che accada in democrazia, in entrambi i paesi si sono sviluppati forti movimenti politici che hanno chiesto la ridistribuzione delle ricchezze a beneficio della metà impoverita della popolazione, e in entrambi i paesi la prospera borghesia urbana si è mobilitata contro questa eventualità.

Le speranze dei tailandesi più poveri si erano concentrate su Thaksin Shinawatra (primo ministro dal 2001 al 2006) e poi, dopo che i militari lo hanno costretto all’esilio, su sua sorella Yingluck Shinawatra (prima ministra dal 2011 al 2014). In Brasile a rappresentare la sinistra al potere sono stati prima Luiz Inácio Lula da Silva del Partito dei lavoratori (presidente dal 2002 al 2010) e poi la sua compagna di partito Dilma Rousseff (presidente dal 2010 al 2016).

In Brasile la metà bianca della popolazione è generalmente ricca, mentre i ‘pardo’ (mulatti) e i neri sono generalmente poveri

In Thailandia, la lotta tra i poveri delle città e delle campagne (le camicie rosse) e i difensori dello status quo economico (le camicie gialle) è sfociata nelle strade molto presto, ed era ormai degenerata nel sangue quando i generali hanno riconquistato il potere nel 2014. Naturalmente i militari sono intervenuti a sostegno delle camicie gialle, ma ancora oggi sembrano determinati a tenere per sé il potere.

La politica brasiliana è stata meno violenta e l’esercito non è intervenuto, per ora. Ma siamo comunque davanti a una lotta di classe, resa ancora più complicata dal fatto che in Brasile le classi sociali seguono la linea di demarcazione del colore della pelle. La metà bianca della popolazione è generalmente ricca, mentre i pardos(mulatti) e i neri sono generalmente poveri.

Il pretesto per aprire ai militari

Il più importante provvedimento adottato dal governo del Partito dei lavoratori è la famosa Bolsa família, un versamento in contanti riservato a tutti quelli che vivono al di sotto della soglia di povertà. Per avere diritto alla Bolsa bisogna semplicemente assicurarsi che i propri figli frequentino l’85 per cento delle lezioni a scuola e siano adeguatamente vaccinati. Questo provvedimento ha strappato alla povertà 45 milioni di persone, un quarto della popolazione.

Nessuno ammetterà mai che la crisi politica nasce dalla decisione del governo di aiutare i poveri, ma è innegabile che la folla che manifesta contro il governo di Dilma sia quasi interamente composta da bianchi, come interamente composto da bianchi è il governo creato dal nuovo presidente ad interim, Michel Temer. Temer non avrà vita facile nella gestione del paese.

Gli indignati sostenitori del Partito dei lavoratori, infatti, si stanno rapidamente radicalizzando a causa del colpo di stato che ha provocato la caduta di Dilma, e la lotta si sta trasferendo nelle strade. Le manifestazioni e le barricate sono sempre più frequenti, e difficilmente i manifestanti si asterranno dalle proteste in occasione delle Olimpiadi che si apriranno in agosto a Rio de Janeiro.

Questo, purtroppo, potrebbe fornire alla destra brasiliana il pretesto per aprire le porte del potere ai militari.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Da internazionale.it – 16 maggio 2016