DOPO ELEZIONI. Per chi suona la campana in casa PD?

di Saverio Lodato.
Scrive Monica Guerzoni, sul “Corriere della Sera”, a proposito del nuovo sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, candidato di centro destra che ha battuto Felice Casson, candidato del centro sinistra: “E’ uno che, sospirano al Nazareno, potrebbe tranquillamente stare con noi”. Frase dal sen fuggita. Ma è frase che spiega tutto.
Mai, come in questo caso, risulta infatti calzante l’antico adagio che il diavolo fa le pentole ma non fa i coperchi. In altre parole, la sconfitta del centro sinistra nei comuni in cui si votava – Venezia, Arezzo e Nuoro, i risultati più brucianti per il Pd di Renzi – è da addebitare alla fine di una grande ubriacatura collettiva: credere cioè che sia possibile in natura, facendo una politica di destra, catturare voti di destra e di centro, mantenendo intatto il nocciolo dei voti di sinistra. Facendo una politica a colpi di annunci e di battute, inimicandosi il mondo del lavoro e il mondo della scuola, il mondo delle imprese (il Veneto, non a caso, torna a essere baluardo leghista, a non volere considerare le altre grandi regioni del Nord) e dei sindacati, passando attraverso un’umiliazione costante dell’avversario in casa propria, la galassia delle minoranze di sinistra. Ma è proprio ciò che è accaduto. Va detto che l’ubriacatura era andata avanti più del dovuto.

C’erano state avvisaglie clamorose, come il caso dell’Emilia Romagna dove per la prima volta il popolo di sinistra aveva scioperato non andando a votare. Cosa mai accaduta, dal dopoguerra a oggi. C’era stata l’avvisaglia delle Liguria, consegnata a un miracolato Giovanni Toti a causa della scelta di imporre la Raffaella Paita, per il solo fatto di essere renziana, o del Veneto, dove per battere Luca Zaia si era pensato alla Alessandra Moretti, per il solo fatto di essere renziana.
Ma i kapataz del PD, i Luigi Zanda, i Lorenzo Guerini, i Matteo Orfini, le Maria Elena Boschi, citiamo a caso, quella musica non volevano proprio sentirla. E oggi, per la sua tenerezza, Debora Serracchiani fa quasi sorridere quando dichiara: “Dobbiamo ragionare su come rafforzare il partito nei territori”. Cominci lei a dare il buon esempio.
E i primi risultati che stanno arrivando dalla Sicilia appesantiscono ulteriormente il bilancio di questa sconfitta. Gela viene consegnata da Rosario Crocetta ai grillini. Enna finisce al centro destra, segnando la definitiva parabola calante di Vladimiro Crisafulli. Augusta vede un altro trionfo grillino. Il vento é cambiato. Né si tratta più di voto a “macchia di leopardo”, coinvolgendo in maniera omogenea Nord e Sud.
In altre parole, si scopre, solo adesso, che in Italia la destra c’è. Che la destra non se n’era mai andata. Che il popolo della destra chiede ai suoi leaders di riappropriarsi di un bottino che era momentaneamente passato nelle mani di Renzi. E che la questione immigrazione ha dato il colpo di grazia alla sinistra incapace di offrire soluzioni comprensibili in risposta a una destra che ha facilissimo gioco a farsi capire dalla “pancia” del paese. La politica – implacabilmente – si prende la sua rivincita. Da qui, lo stupore condensato nella frase: “Brugnaro potrebbe tranquillamente stare da noi”. Già. Solo che questa volta, Brugnaro si è posizionato a destra. E la gente, a Venezia, stanca delle fotocopie è tornata all’originale.
Dalle prime avvisaglie di commento al voto, si percepisce che in casa Renzi si vorrà utilizzare la sconfitta di Casson come foglia di fico, essendo stato, quel candidato, uno dei senatori di punta dell’”antirenzismo”. Ma è una lettura del risultato elettorale che non porta da nessuna parte.
Hanno infatti pesato come un macigno gli effetti del terremoto di Roma e lo spettacolo indecoroso di un Pd che, in tutte le sue componenti, nessuna esclusa, ha cercato, e cerca ancora oggi, di mettere pezze e  toppe in una voragine affaristico mafiosa che si è spalancata in diretta – e continua a spalancarsi – sotto gli occhi degli italiani. Più in generale, c’è il capitolo increscioso della “questione morale”. Con gli anessi e connessi della legge Severino, degli “impresentabili” che vengono “presentati”, con il ricorso alla banca del sangue dei “commissari”, che saltano fuori dal cilindro governativo ogni qual volta sarebbero sufficienti scelte politiche rigorose che però il Pd renziano si guarda bene dall’adottare. Come si fa a candidare il simpatico Vincenzo De Luca, innocente o colpevole che sia, sapendo che sarà votato al martirio delle dimissioni? E ma – dicono nel cerchio magico – Renzi è furbo, a Renzi non la si fa. Sarà.
Le cifre parlano chiaro. Un italiano su 2 ormai non va a votare. E, fra i dieci che ci vanno, meno di 2 scelgono il Pd. E’ un conto che anche Matteo Renzi, prima o poi, dovrà fare. E, prima o poi, qualcuno a Renzi gliene chiederà conto.

Foto © Paolo Bassani

saverio.lodato@virgilio.it

Da antimafiaduemila.com – – 15 giugno 2015