PARIGI SOTTO ATTACCO. “Dopo Parigi che guerra fa“. Calma e gesso

L’editoriale del volume 1/2015 di Limes, “Dopo Parigi che guerra fa“.

1. AL FARMACISTA FRANCESE ÉMILE COUÉ DE LA CHÂTERAIGNE (1857-1926) dobbiamo la teoria per cui è l’immaginazione a determinare le nostre azioni. Per conseguenza, Coué consigliava ai pazienti una tecnica di autosuggestione cosciente come terapia di base contro ogni malattia. Si guarisce perché si crede di poter guarire. Tesi talmente popolare in Francia da scivolare nel linguaggio comune: la méthode Coué trasforma l’idea fissa in realtà. Il generale de Gaulle ne fornì una dimostrazione geopolitica quando, a forza di ripetere a se stesso e al mondo che la Francia aveva vinto la seconda guerra mondiale, finì per convincerne il suo popolo e financo qualche vincitore effettivo. Di recente, la psicologa Joanne V. Wood ha però spiegato che il placebo non funziona se manchi di autostima: in tal caso, sottoporti all’autoipnosi eccitante ti fa sentire subito peggio.

La disputa a distanza Coué-Wood ci serve a illuminare la crisi di senso che agita noi europei, di cui le reazioni alla strage del 7 gennaio nella redazione di Charlie Hebdo a Parigi sono il sintomo estremo. Soffriamo di un deficit di narrazione. Uno spaesamento. In senso stretto: non sappiamo bene chi siamo né dove siamo, ma temiamo di sapere che le cose vadano male e andranno peggio. I tentativi di rassicurazione di autorità statali e intellettuali sempre meno autorevoli – siamo uniti nella difesa dei nostri valori (quali?), il terrorismo non passerà – contano sull’effetto Coué. Ma trascurano la critica di Wood: applicandosi a popolazioni impaurite e depresse, quasi dimentiche del proprio relativo benessere, producono effetti opposti. Dei quali il più devastante è la paura dell’islam. Peggio: la convinzione che la religione musulmana, forte di oltre un miliardo e mezzo di fedeli, ci abbia dichiarato guerra. L’ultimo grido dello «scontro di civiltà». Mondo islamico contro Occidente.

Narrazione forte, non c’è dubbio. Peccato abbia un difetto: non si fonda su dati di realtà. Il «mondo islamico» non esiste perché dalla morte di Maometto in avanti i musulmani non hanno più una sola guida. Diversi «mondi musulmani» sono oggi in competizione quando non in guerra fra loro, assai più che contro di noi. Quanto all’Occidente, è dal crollo dell’Unione Sovietica che l’Atlantico non cessa di allargarsi, mentre introversione e neonazionalismi danno il tono al dibattito pubblico in Europa. La tentazione di immaginarci in guerra con l’islam rischia perciò di irrigidirci in posture irrealistiche. A erigere per compulsione barriere e fortezze contro nemici immaginari, finendo per crearne di reali mentre ingabbiamo noi stessi. Dal placebo al nocebo.

Contro lo spaesamento la geopolitica può forse più della psicoterapia. Per cercare di intendere radici e conseguenze degli attacchi terroristici di Parigi conviene situarli nel contesto delle crisi misurabili o percepite. Senza pretendere di scoprirne la chiave universale – esercizio che lasciamo volentieri ai maîtres à penser e ai detentori delle certezze ultime. E consci di quanto arduo sia tentarlo ancora a caldo, mentre retoriche e controretoriche battono il tempo della cronaca e minacciano di soffocare ogni sforzo di analisi.


2. Dal nostro punto di osservazione italiano, disegniamo in questo volume un perimetro di conflitti incrociati, da ciò che resta della Libia a ciò che resta dell’Ucraina passando per Golfo e Mar Nero, salvo rientrare via Parigi nel cuore dell’Europa. Ne osserveremo interdipendenze ma anche irriducibili specificità locali, proiettandole sullo sfondo della competizione geopolitica per eccellenza, quella fra Stati Uniti e Cina per il primato mondiale. Partiamo di qui. Per tesi.

A) La cifra della geopolitica planetaria è oggi il disordine. Come in ogni fase di caos sistemico, si forma una domanda di ordine. Stati Uniti e Cina sono i massimi soggetti in competizione per intercettarla, legittimarsi come (co?)fondatori del nuovo ordine e affermarsi quali egemoni globali. Rispetto ad altre coppie storiche in lotta per il primato, quella sino-americana si segnala per la reciproca ignoranza. Non per­ché cinesi e americani non dispongano di informazioni, semmai perché ne hanno troppe – su se stessi e sul resto del mondo – ma non sanno come interpretarle. Per difetto di abitudine i cinesi, per scarsa curiosità gli americani. A entrambi manca la stele di Rosetta che consenta di decrittare una lingua ignota grazie a un idioma noto. Ciò rende la partita piuttosto imprevedibile, perché ognuno gioca il suo gioco e legge le mosse altrui secondo codici propri.

B) Per vincere, Stati Uniti e Cina hanno bisogno di soci. Non di alleati. Sui soci puoi scaricare parte dei costi della competizione, in cambio di status e di molto relativa protezione. Gli alleati invece pretendono di mettere bocca sulla tua strategia. Anatema tanto per Washington che per Pechino. Forse un giorno i due contendenti stabiliranno che il migliore degli ordini mondiali possibili per entrambi è riscrivere insieme le regole del gioco. Di recente, il vicepremier cinese Wang Yang è andato oltre: «L’America è la guida del mondo e ha il sistema dominante con le sue regole. La Cina vuole unirsi al sistema e rispettarne le regole»1. Desiderio, probabilmente. Orizzonte, forse. Non certo strategia. Xi Jinping continua a percorrere strade parallele a quelle di Obama, evitando lo scontro. Di qui a una convergenza paritaria o addirittura un’adesione cinese al «sistema americano», ne corre.

Nell’attesa, l’imperativo geopolitico è rafforzare e allargare la propria zona d’influenza o almeno indebolire e restringere l’altrui. È sotto questa luce che Stati Uniti e Cina scrutano l’area su cui si concentra il nostro interesse – Europa, Russia e Grande Medio Oriente. Più che serbatoio di potenziali soci, labirinto presidiato da nemici o sedicenti amici pronti a colpirti alle spalle, come capitò agli Stati Uniti l’11 settembre. Gli americani, in delirio da autosufficienza non solo energetica, tendono a sorvolare questa vasta regione – all’occorrenza bombardandola nelle marche mediorientali a titolo di «guerra globale al terrore» – perché secondaria rispetto al pivot asiatico. Rivelatrice l’assenza di un qualsiasi esponente del governo Usa alla «marcia repubblicana» dell’11 gennaio a Parigi. I cinesi s’ingegnano invece a estrarne materie prime e ad allestirvi immaginifiche reti commerciali ribattezzate «nuove vie della seta».

C) La partita geopolitica globale si gioca sempre più sul fronte geoeconomico. Qui si intersecano tre grandi crisi. Su tutte, quella dell’ordi­ne di Bretton Woods (il «sistema americano» di Wang Yang) fondato sulla triade Fondo monetario internazionale–Banca mondiale–Banca per lo sviluppo asiatico, che in ultima analisi mette in questione la primazia del dollaro come moneta degli scambi internazionali. Di riflesso, riguarda la capacità della Cina di costruire o meno un’alternativa al «sistema americano» d’intesa con altre potenze emergenti, di cui la Banca per lo sviluppo dei Brics e la Banca per gli investimenti nelle infrastrutture asiatiche – insieme al discreto ma fattivo sostegno di Pechino al rublo finito nel mirino americano – parrebbero prodromi.

In secondo luogo, il crollo del prezzo del petrolio, con i suoi riflessi sia sui bilanci e dunque sulla stabilità degli Stati produttori prigionieri della rendita da idrocarburi, sia sui conti delle Big Oil e dei meno strutturati «indipendenti» americani che hanno puntato sullo shale finanziandosi con strumenti di dubbia consistenza, parametrati su valori del greggio doppi rispetto ai correnti. Di qui le possibili ripercussioni sul sistema finanziario internazionale e specificamente occidentale, vista la consistente esposizione (oltre 500 miliardi di dollari) di alcune banche americane sul fronte energetico, che rischia di riprodurre una reazione a catena stile subprime, sia pure di proporzioni minori.

Infine, la permanente incertezza sul futuro dell’Eurozona, ormai in deflazione. La disfunzionale architettura della nostra area monetaria interagisce con l’instabilità geopolitica e con l’esasperazione delle tensioni sociopolitiche nell’Unione Europea, dove l’emergenza antijihadista genera pulsioni xenofobe, chiusure nazionalistiche, latente protezionismo. Così acuendo il nostro spaesamento.

Queste dinamiche condizionano i rapporti di forza su scala mondiale, e molto specificamente il perimetro geopolitico di nostro interesse, al centro del quale si trova l’Italia. Fissati i parametri generali, addentriamoci all’interno di questi spazi in tempesta, risalendo da sud a nord.


3. «Non c’è nulla oggi nella nostra vita privata o pubblica che non sia direttamente o indirettamente influenzato da qualche movimento umano proveniente da questa zona» 2.

Così nel 1915 il tenente colonnello Sir Mark Sykes, autore l’anno dopo con il diplomatico francese François Georges-Picot della partizione segreta del Levante e della Mesopotamia ottomana, segnalava l’importanza delle province asiatiche del sultano-califfo. Quella Siria e quell’Iraq oggi fusi nella sigla «Siraq» di moda nei laboratori strategici occidentali, a echeggiare forse inconsciamente i trionfali proclami del sedicente «califfo» al-Baġdādī, che ama offrirsi alla umma da eversore di quel patto fra «crociati» francobritannici.

A un secolo di distanza, l’osservazione di Sykes non potrebbe parere più attuale. La strage di Parigi e la febbrile emergenza anti-jihadista che ne è scaturita sono anche – certo non solo – riflesso delle guerre che insanguinano quei territori già soggetti alla dinastia ottomana di Istanbul. Guerre anzitutto tra musulmani, le cui vittime sono quasi tutte musulmane. Dove la religione, contrariamente a quanto diffuso dalla vulgata nostrana, non è il movente. È strumento di legittimazione. Una maschera, di norma indossata in ottima fede, dal formidabile impatto propagandistico, destinata a nobilitare conflitti di potere fra soggetti regionali o locali. Nei quali noi occidentali restiamo periodicamente impigliati: partiamo manipolatori, finiamo manipolati.

A quattro anni dal breve fiorire delle «primavere arabe», sette mesi dopo la proclamazione del «califfato» e il contemporaneo inizio del crollo del prezzo del greggio – coincidenza su cui i complottisti vorranno esercitarsi – il nostro fronte sud è in pronunciata disintegrazione. Dal Nordafrica al Golfo e all’Asia centrale, non un solo conflitto appare avviato a soluzione, mentre proliferano nuovi incendi. I principali attori, regionali ed esterni, sono indeboliti, frustrati, tentati dalla manutenzione della tensione piuttosto che dalla ricerca del compromesso. Ciò vale anzitutto per Arabia Saudita e Iran, la cui rivalità esistenziale per l’egemonia nella regione del Golfo ha oggi il suo epicentro nel Siraq ma alimenta focolai di conflitto a migliaia di chilometri da quel sanguinoso teatro, dall’Afghanistan alla Libia, dallo Yemen al Sahel ex francese. Spazi di decomposizione di ogni forma di Stato, che sconsiderate incursioni militari occidentali all’insegna del «bombarda e fuggi» hanno contribuito a svuotare dei poteri formali, invitandovi bande e predoni solo interessati alla gestione dei traffici criminali e alla spartizione delle ricchezze locali. Sempre per la maggior gloria di Dio.

A Riyad è in corso la bagarre fra principi di sangue per la successione al morente sovrano, il novantunenne ‘Abdullāh. Probabilmente entro quest’anno l’Arabia Saudita avrà il nuovo re, la cui legittimità rischia peraltro di essere contestata dai perdenti. I due massimi pretendenti, l’ottantenne Salmān e il settantenne Muqrin, non sembrano possedere lo slancio né il carisma necessari ad aprire una stagione di urgenti riforme economiche e politiche, inevitabili per salvare la monarchia saudita. Le distrazioni connesse alle congiure di palazzo hanno contribuito alla deriva di alcune avventure geostrategiche già in origine mal pianificate. Sul fronte della competizione con l’Iran e la sua costellazione sciita, ramificata fin dentro le ricche province petrolifere della Penisola Arabica e dello stesso regno saudita, Riyad ha intrapreso due campagne, una geopolitica l’altra geoenergetica.

La prima punta al rovesciamento del principale riferimento di Teheran in campo arabo e suo sbocco sul Mediterraneo: la Siria di Baššār al-Asad. Dopo tre anni di massacri, il regime di Damasco resiste nella sua congrua porzione di territorio. I gruppi jihadisti scagliati contro al-Asad da Riyad e dai suoi satelliti del Golfo – oltre che dalla Turchia, dagli Stati Uniti e dai franco-britannici in patetica vena neocoloniale – non solo non hanno compiuto la missione assegnata ma sono sfuggiti alla presa saudita e perseguono proprie agende. A cominciare dallo Stato Islamico, che grazie alla brillante strategia comunicativa e all’enfasi dei media occidentali si offre come soggetto autonomo, catalizzatore della galassia jihadista, e dichiara la sua (improbabile) ambizione di rovesciare la casa di Sa‘ūd per intitolarsi la custodia dei luoghi santi di Mecca e Medina.

La seconda mira a cavalcare la caduta del prezzo del barile con la sorprendente decisione di non tagliare la propria produzione nell’attuale congiuntura energetica. La mossa saudita parrebbe indirizzata a punire il rivale Iran, oltre alla Russia finita nel mirino del sempre meno affidabile alleato statunitense. E insieme a mettere fuori gioco i produttori americani di idrocarburi non convenzionali, non più in grado di sostenere un business conveniente solo a prezzi del barile superiori ai 60 dollari. Anche su questo versante Riyad comincia a fare i conti con gli effetti non voluti di tanta astuzia. Come e più degli altri rentier States, l’Arabia Saudita fonda il suo bilancio pubblico (leggi: di famiglia) per i nove decimi sull’export del tesoro fossile. Se questo perde di valore, bisogna ridurre le uscite dello Stato, dunque il welfare. Secondo uno studio della banca Citi, quest’anno la contrazione della spesa sarà del 18% 3. Dopo la distribuzione di liquidità a pioggia degli ultimi anni, funzione della necessità di stroncare sul nascere eventuali suggestioni «primaverili» sul suolo saudita, l’impatto della riduzione dei servizi può accentuare la fibrillazione nell’instabile scenario domestico, già infragilito dalle tensioni regionali (carta 1).

L’Arabia Saudita resta invece all’offensiva sul fronte geostrategico parallelo, diretto a sradicare una volta per tutte la mala pianta dei Fratelli musulmani. In questa partita interna al campo arabo-sunnita, condotta insieme alle affini petromonarchie del Golfo (meno l’ambiguo Qatar, che pure sembra orientato a rientrare sotto l’ala del grande fratello saudita), Riyad si è concentrata sull’Egitto. Qui ha sponsorizzato con successo il colpo di Stato del generale al-Sisi, infliggendo ai Fratelli musulmani una tremenda sconfitta sul terreno di casa. Ora i sauditi incitano il nuovo/vecchio regime del Cairo a cancellare ogni traccia dei Fratelli e delle aspirazioni a un islam politico agitate nelle «primavere arabe». Mentre sollecitano al-Sīsī a estendere l’epurazione alla Libia ormai decomposta nel caos della guerra per bande, incassando di passaggio la Cirenaica con i suoi tesori energetici.

Teheran non può troppo profittare degli appannamenti sauditi. La Repubblica Islamica combatte su più fronti, caldi e freddi. Difende con i suoi pasdaran sia il socio siriano che quello iracheno. Insieme a Damasco, a Baghdad e ai curdi, affronta su terra le milizie dello Stato Islamico. Qui si trova in alleanza di fatto con il «Grande Satana» a stelle e strisce, che martella dal cielo i jihadisti di al-Baġdādī. A un primo sguardo, parrebbe che in Siraq i pasdaran siano la fanteria degli Stati Uniti – o l’Air Force sia l’aviazione di Teheran. Ma sul dossier decisivo, quello relativo al nucleare iraniano, dunque alla reintegrazione a pieno titolo di Teheran nella scena internazionale, lo stallo si prolunga. Obama lascia intendere di volere l’intesa con l’Iran, salvo venire richiamato all’ordine dal Congresso, da Israele e dall’Arabia Saudita. Nel lungo autunno obamiano, a Washington nessuno sembra in grado di assumere decisioni strategiche. Ne soffre in Iran il partito della trattativa, guidato dal presidente Hassan Rohani, oggetto di attacchi e minacce da parte dei «falchi».

Nemmeno il terzo grande attore regionale, la Turchia, vive una stagione di successi. Erdoğan ha dovuto abdicare alle ambizioni neoottomane coltivate all’alba delle «primavere arabe», nella fase ascendente del breve ciclo di governo della Fratellanza musulmana, bloccato dal fuoco di sbarramento dei controrivoluzionari del Golfo – oltre che dalla radicata diffidenza araba verso il turco. Fallita anche la guerra lampo per riportare Damasco nella sua sfera d’influenza, per la quale aveva trasformato le frontiere con Siria e Iraq nel retrovia logistico dei jihadisti anti-Asad, ora Erdo ğ an sembra accontentarsi di scavare d’intesa con i curdi di Barzani un corridoio nel Nord siriano, centrato su Aleppo, per affermare l’asse Ankara-Arbīl. Curioso fidanzamento d’interesse turco-curdo, dalle promettenti prospettive geoenergetiche. Nello stesso ambito si colloca il patto stretto con Putin per imperniare sulla Turchia la peraltro futuribile alternativa al gasdotto South Stream, elevando così il suo paese a decisivo snodo energetico fra Russia ed Europa. Unito alla refrattarietà a combattere sul serio lo Stato Islamico, tuttora utile nella mischia siriana, l’attivismo geoenergetico di Erdoğan in coppia con Putin provoca l’indignazione di Washington. Alla Casa Bianca e al Congresso si discute senza tabù di come punire la Turchia. I più irruenti vorrebbero cacciare Ankara dalla Nato. Per un regalo così Putin sarebbe forse disposto a convertirsi all’islam.

E lo Stato Islamico (Dā‘iš nell’acronimo arabo, Is in quello inglese)? Qualcuno prevede che il «califfato» sia destinato a completare la sua crescita da milizia locale a potenza regionale. Da servo di troppi padroni, ciascuno sicuro di poterlo eterodirigere ai propri fini – non sempre convergenti con quelli degli altri aspiranti burattinai – a soggetto autonomo, capace di condizionare i suoi sponsor se non di rovesciarne i regimi. Si cita la sua espansione in Siria, dove secondo alcuni analisti americani controllerebbe un terzo del territorio, anche se nel Nord-Ovest iracheno la strana coalizione curdo-irano-americana sembra averne contenuto lo slancio. Si elencano le autoproclamate affiliazioni all’Is di vari gruppi jihadisti, dalla cirenaica Derna al Sinai, dal Maghreb al Sahel, trascurando che si tratta più dello sfruttamento di un marchio di successo che dell’integrazione in una rete unica gestita dal fantomatico «califfo». Si osserva lo sforzo di impiantare nei territori conquistati un embrione di Stato, con i suoi servizi alla popo­lazione, alimentati da traffici d’ogni genere, dal petrolio ai reperti archeologici (carta a colori 1).

La banda di al-Baġdādī non sparirà presto. Ma immaginarne l’evoluzione a soggetto regionale appare quanto meno prematuro, anche perché ciò potrebbe avvenire solo a scapito delle potenze stabilite. Turchi, sauditi, sceiccati del Golfo non sono disposti a lasciar spazio alle distopie geopolitiche dello Stato Islamico. A loro il «califfo» va bene se resta entro gli attuali steccati. Se continua a sembrare un fattore rivoluzionario, un grande sparigliatore delle partite regionali, mentre esercita la funzione opposta, di strumento per la conservazione dei regimi vigenti. È così che serve ai suoi sponsor. E allo stesso al-Asad, in via di rilegittimazione quale bersaglio dichiarato dell’Is. Regimi e jihadisti si sostengono a vicenda, combattendosi o fingendo di combattersi. Spirale micidiale, che la «primavera araba» sembrò poter spezzare, ma che oggi, nell’indifferenza o talvolta con il supporto dell’Occidente, torna ad avvitarsi, quasi a reiterare all’infinito le frustrazioni e le dinamiche belliche che garantiscono la riproduzione dei vecchi poteri.


4. Nuova invece, e di pregnanza strategica superiore, è la partita che abbiamo ingaggiato con la Russia. Per indagarla, conviene ripartire dalla Siria. Sarà la «maledizione di Sykes» inscritta nella sua centenaria profezia, saranno il rango escatologico di quella terra nella teologia islamica e la memoria storica della Damasco capitale del califfato omayyade che ispirano la propaganda dell’Is. Fatto è che dalla Siria si è sprigionata la scintilla dello scontro Russia-America, con annessi satelliti Nato. E sarà forse ripartendo da un compromesso sulla Siria che sarà possibile avviare la ricucitura dello strappo fra Mosca e Washington. A partire dalla rinuncia di Obama a chiedere la testa di al-Asad come precondizione dei negoziati di pace.

Lo scontro fra russi e atlantici in Ucraina ha infatti un’origine siriana. Ne fu causa occasionale la mossa scacchistica con cui nel settembre 2013 Putin risparmiò al riluttante Obama di finire nella trappola della guerra diretta contro al-Asad – peraltro costruita con le sue stesse mani annunciando al mondo che gli Stati Uniti non avrebbero tollerato l’impiego (presunto) di gas venefici da parte del regime di Damasco nella battaglia con i ribelli. Il presidente russo propose di porre sotto controllo internazionale, per poi distruggerlo, l’arsenale chimico del dittatore alauita. Obama e gli altri leader delle potenze che contano aderirono, fra il sollievo per la scampata guerra e la sorpresa per l’iniziativa russa. Notevole successo di immagine per Putin, che si preparava a celebrare il ritorno della Russia al centro del palcoscenico mondiale nei Giochi di So č i.

Quella mossa del cavallo, che elevava Putin a plausibile candidato al premio Nobel per la pace (per meriti acquisiti e non sulla parola, come era capitato a Obama), non fu digerita a Washington. Ancor meno lo furono la provocatoria lettera di Putin al New York Times nel dodicesimo a nniversario dell’11 settembre 4,che metteva alla berlina l’egemonismo a stelle e strisce, e la decisione di ospitare a Mosca il disertore Edward Snowden, in fuga con i suoi segreti. Anziché ringraziare il leader del Cremlino per la mediazione in Siria, Obama si preoccupò di come rimetterlo al suo posto: quello di capo di una potenza regionale non nemica, ma nemmeno affidabile. Gli Stati Uniti non avevano sconfitto l’Unione Sovietica per consentire all’impero russo di recuperare il rango di potenza globale. Né intendevano tollerare che Mosca strutturasse con Berlino e con la «Vecchia Europa» un’intesa a tutto tondo, che da energetica evolvesse in geopolitica. Quando nell’autunno 2013 l’Unione Europea, spinta dalla «Nuova Europa» anglo-baltico-polacca, aprì la crisi ucraina, presto evoluta in protesta di piazza, poi nel colpo di Stato che spazzò via ogni traccia di controllo russo su Kiev, Obama decise di cavalcarla fino in fondo. L’Ucraina sarebbe diventata per la Russia ciò che fu l’Afghanistan per l’Unione Sovietica: una ferita non suturabile, che costringerà Putin a ridimensionarsi, se non ne provocherà addirittura la caduta.

Per ora, l’offensiva americana miete successi. Il grosso dell’Ucraina è sottratto per il tempo prevedibile alla presa di Mosca, che intanto si dissangua nel supporto ai ribelli dell’Est. Paradossalmente, Putin rischia di passare alla storia come il fondatore dello Stato nazionale ucraino, avendone eccitato la passione patriottica, storicamente russofoba, con l’annessione della Crimea e l’intervento a sostegno delle repubblichette filorusse del Donbas. Quanto ai vincoli euro-russi, paiono seriamente danneggiati, anche se tedeschi, italiani e perfino alcuni ex satelliti dell’Urss s’ingegnano a riannodare i fili del negoziato per usci­re dall’incubo delle sanzioni che colpiscono chi le promuove quasi quanto chi le subisce. Soprattutto, le rappresaglie commerciali – che a Washington si vorrebbero financo più aspre – e il crollo del prezzo del petrolio stanno mettendo in ginocchio l’economia russa, con il rublo dimezzato, l’inflazione vicina al 20% e la perdita prevista per quest’anno di almeno 3 punti di pil.

Respinta a occidente dalla Nato (carta 2), la Russia reagisce improvvisando un’Ostpolitik imperniata sull’intesa con la Cina: caso di manipolazione reciproca nel quale è però Pechino a scandire la cadenza. Intesa asimmetrica, in funzione di bilanciamento dell’America. La stessa logica governa l’apertura del Cremlino alla Turchia. Con la quale Putin si riaffaccia sulla scena del delitto, la Siria in macerie. Il presidente russo sa che una delle poche carte a disposizione per attenuare gli effetti della guerra in Ucraina sulla sua economia e sulle relazioni con americani ed europei è la sua influenza in Siria. Il regime di al-Asad è cliente fisso di Mosca. Ma alla fine Putin non esiterebbe a sacrificarlo se ne ricavasse solidi vantaggi sul fronte della guerra economica con l’Occidente. Nello stesso contesto, la Russia può contribuire a sbloccare il negoziato con l’Iran – altro nemico storico, dopo cinesi e turchi, con cui sempre in chiave antiamericana Mosca ha stabilito relazioni speciali. Infine, sui media russi non si cessa di enfatizzare la minaccia jihadista, ricordando la breve ma intensa fase di collaborazione con gli Stati Uniti in Afghanistan, subito dopo l’11 settembre. Lo Stato Islamico è dipinto come pericoloso tentacolo della piovra islamista che dalla Penisola Arabica si riconnette ai confratelli caucasici, alle frange estremiste dell’irredentismo tataro in Crimea appena integrato nella Federazione Russa, allo stesso Tatarstan e alle marche centroasiatiche ex sovietiche, a ridosso dell’Afghanistan.

Fra i più ragionevoli esponenti dell’élite russa si evoca l’idea di una santa alleanza antijihadista con americani ed europei per sottrarsi alla morsa delle sanzioni e ristabilire un rapporto meno squilibrato con la galassia atlantica. Quanto di realistico c’è in questa speranza? Poco o nulla, se l’interlocutore è Washington. Qualcosa di più, forse, in ambito europeo, dove lo shock della strage di Parigi potrebbe finalmente favorire un approccio più coerente e concreto nella battaglia contro il terrorismo islamista.


5. La strage compiuta da due cittadini francesi nella redazione di Charlie Hebdo, sincronizzata con quella successiva, di matrice antisemita, compiuta da un altro francese in un supermercato kosher di Parigi, obbliga a riflettere su che cosa significhi oggi essere cittadino di Francia. In base alla religione repubblicana della laicità, fondata sulla legge del 1905 che separa Stato e Chiesa e sul principio costituzionale dell’uguaglianza di tutti i citoyens, indipendentemente dal culto, dalla razza o dal paese di origine, potremmo classificare quei delitti come crimini comuni. Siamo o non siamo nella patria dellaméthode Coué? Sta scritto nei codici, dunque è così. Ma nei fatti così non è. Quelle stragi compiute da francesi contro altri francesi esprimono la ferocia di un islamismo autoprodotto, fermentato in menti criminali, che colpisce all’occasione altri musulmani, sempre francesi, come il poliziotto Ahmed Merabet, freddato dai fratelli Kouachi in fuga. Terrorismo a chilometro zero, che non ci dice molto di nuovo sulle derive del jihadismo, ma dovrebbe invitarci a riflettere su di noi – francesi, italiani e altri europei – sui (non) rapporti che abbiamo stabilito con i musulmani di casa e sui modi di reagire alla sfida terroristica.

Il caso francese è insieme peculiare e paradigmatico. Peculiare perché segnato dalla parabola coloniale della Francia in Africa e in Asia, nell’ambito della «missione civilizzatrice» che ha portato l’Esagono a contatto con popolazioni di varia impronta islamica. Paradigmatico perché è il paese europeo a più forte presenza musulmana, pur se le cifre correnti sono talmente poco verificabili che lo stesso ministro dell’Interno francese, nel 2011, non seppe andare oltre una stima di «5-10 milioni» di anime. Sicché la sua esperienza deve servire da riferimento critico per noi e per gli altri Stati dell’Ue a crescente insediamento islamico (carta 3).

Ma è corretto parlare di «comunità islamica», in Francia e in Europa? Ed è giusto classificare Amedy Coulibaly e i fratelli Saïd e Chérif Kouachi quali portavoce di tale comunità? Due volte no.

Quanto alla comunità. I musulmani non appartengono a una Chiesa. Professano una religione del Libro nella quale il credente intende comunicare direttamente con Dio. Ogni musulmano può coltivare una sua idea dell’islam, senza che alcuna autorità umana abbia il potere di «scomunicarlo». Sul piano pratico, poi, in Francia come altrove, le differenze etniche e culturali fanno spesso aggio sulla fede comune.

Tanto che singoli Stati islamici, in competizione fra loro, tentano di organizzare i rispettivi fedeli nelle moschee di riferimento, per farne uno strumento di influenza nel paese ospite. Non esistono peraltro partiti musulmani in Francia, in Italia o in Germania. È invece palese, anche sull’onda degli attentati di Parigi, lo sforzo di alcuni imprenditori politici «cristiani» di esibirsi come alfieri dell’anti-islam, quasi il terrorismo fosse consustanziale a quella religione (grafico e tabella). È poi curioso che il termine «comunità islamica» venga utilizzato dalle autorità pubbliche per legittimare l’impresa di inquadrare i musulmani nei nostri ordinamenti giuridici come un’associazione fra le altre. È il caso del Consiglio francese del culto musulmano (oggetto di pallidi tentativi d’imitazione in Italia), che ambisce a rappresentare – ossia controllare – tutti i seguaci di Allah d’intesa con i governi dei paesi di origine. Queste sfortunate prove di gerarchizzazione della galassia islamica sul modello di una qualsiasi Chiesa cristiana testimoniano della pulsione europea a proiettare sull’«altro» modelli propri, percepiti velleitari, se non intrusivi, dai destinatari. Imporre un centro a una religione senza centro, per di più nel contesto della laicità come religione di Stato, è fatica di Sisifo che potremmo evitare di infliggerci.

Quanto ai terroristi di Parigi e ai loro emuli in Europa, concepirli avanguardie criminali dei musulmani di casa nostra significa ignorarne la storia. Tipica la breve traiettoria esistenziale dei fratelli Kouachi, avviata nel poco praticante ambiente di un piccolo villaggio – «non li ho mai visti pregare, la loro religione era Parigi», racconta un amico 5 – fino alla socializzazione nel XIXe arrondissement, dove sono i maghrebini a dare il tono. Qui, a contatto con alcuni predicatori radicali d’origine algerina, comincia la marcia di avvicinamento al jihadismo. La cui matrice classica consiste nel rifiuto del quietismo di padri e nonni, nell’incontro con le dottrine salafite in Rete o in precarie moschee periferiche, nell’addestramento alla violenza anche attraverso la piccola criminalità di quartiere, cui segue spesso il carcere, luogo ideale per il reclutamento dei «guerrieri di Dio». A seguire, l’avventurosa anabasi verso i teatri del jihād e l’eventuale ritorno in una patria che non è più tale, pronti a colpire «crociati», ebrei, apostati e quanti altri complottino contro la vera fede.

Nella sintesi di Olivier Roy, studioso dell’islam: «I giovani radicalizzati, per quanto si appoggino a un immaginario politico musulmano (la umma dei primi tempi) sono in deliberata rottura sia con l’islam dei loro genitori che con le culture delle società musulmane. (…) Si muovono nella cultura occidentale della comunicazione, della messa in scena e della violenza, incarnano una rottura generazionale (ormai i genitori chiamano la polizia quando i figli partono per la Siria), non sono inseriti nelle comunità religiose locali (moschee di quartiere), praticano l’autoradicalizzazione su Internet, cercano un jihād globale e non si interessano alle lotte concrete del mondo musulmano (Palesti­na). Dunque non si occupano di islamizzare la società, ma di realizzare il loro fantasmatico eroismo malsano» 6.

Da questo abbozzo di diagnosi possiamo trarre qualche indicazione terapeutica. A partire dall’imperativo di non cedere alla retorica dello scontro di civiltà, alla tentazione di sparare nel mucchio e di promuovere nuove crociate nelle terre islamiche – proprio quanto serve ai jihadisti per confermarsi nelle proprie certezze e reclutare altri fanatici. Al di là dell’affinamento degli strumenti di prevenzione e repressione – dotando intelligence e polizie occidentali dei mezzi materiali indispensabili a fare il proprio mestiere e invitandole a dedicare parte delle energie impiegate a spiarsi fra loro alla lotta contro il terrorismo – due direttrici d’intervento parrebbero consigliabili.

La prima è d’ordine geopolitico e parte dalla constatazione di un apparente paradosso. Nei conflitti africani e mediorientali noi stiamo con i regimi arabi sunniti che alimentano il jihadismo, a partire dall’Arabia Saudita. Inoltre, siamo alleati della Turchia, porta girevole dei foreign fighters nei viaggi di andata e ritorno dalle palestre del jihād (carta a colori 2). Ove non bastasse, ci siamo innamorati – l’Italia più di altri paesi europei – dell’Egitto del dittatore al-Sīsī, protagonista della mattanza contro i Fratelli musulmani che colpisce l’unico diaframma fra l’islam politico, per quanto ambiguo, e il terrorismo nel nome di Allah. Siamo invece avversari dell’Iran, l’unico Stato – islamico o meno – che mandi i suoi soldati a combattere davvero lo Stato Islamico, mentre non si conosce un solo terrorista di matrice persiano-sciita che abbia preso di mira l’Europa. Per non farci mancar nulla, ci dedichiamo contemporaneamente allo scontro con la Russia, che a sua volta è in guerra permanente con i terroristi nel Caucaso, alcuni dei quali sono accorsi a rafforzare le file del «califfo» al-Baġdādī. Infine, non abbiamo il coraggio di confessare a noi stessi che qualche foreign fighter non è affatto sfuggito alle nostre maglie di sicurezza, ma è finito in Siria su mandato delle intelligence occidentali impegnate a supportare la battaglia contro al-Asad, colpevole di eccessiva prossimità all’Iran e alla Russia. Tutto logico, tutto normale? O non è il caso di rivedere il nostro approccio ai conflitti da cui trae alibi e nutrimento il jihadismo domestico (carta a colori 3)?

La seconda riguarda tutti e ognuno di noi. Se è vero, come icasticamente sostiene l’analista geopolitico Manlio Graziano nel suo Guerra santa e santa alleanza, che «il terrorismo è la continuazione della disperazione politica con altri mezzi» 7, non dobbiamo illuderci di sconfiggerlo una volta per tutte. Questa modalità di guerra particolarmente perversa troverà sempre adepti. Se così non fosse, qualche regime o Stato inventerebbe all’occorrenza il suo mostro provvidenziale, illudendosi di manovrarlo. Ma proprio perché il terrorismo è un pericolo permanente, dobbiamo sfuggire all’ingranaggio della paura che ci spinge a enfatizzare l’attacco, ad arroccarci in spazi recintati ma mai impenetrabili, a scambiare i migranti per orde nemiche che starebbero invadendo il Bel Paese, tra le cui pieghe s’infiltrerebbero squadre di attentatori (carta a colori 4). Salvo poi lanciarci, accecati dal terrore autoprodotto, in campagne militari destinate a scavare nuove buche nella sabbia, da cui scaturiranno nemici più agguerriti e numerosi di quelli che avremo eliminato. La lotta al terrorismo implica determinazione fredda, paziente. Intelligenza, non furia vendicativa.

Nella testata, Charlie Hebdo si qualifica «giornale irresponsabile». Ha il diritto di farlo e noi abbiamo il dovere di difenderlo. Ne va del principio fondamentale della libertà d’espressione, oltre che del sacrosanto gusto per l’irriverenza, del quale nel libero Occidente andiamo assai fieri. Esiste però un principio altrettanto basilare, quello di responsabilità, secondo il quale dobbiamo considerare le conseguenze dei nostri atti. È giusto pubblicare a ripetizione vignette «irresponsabili» su Maometto, quando si sa, o si dovrebbe sapere, che nel miliardo e mezzo di musulmani ce ne saranno molti non abbastanza spiritosi da apprezzarne il presunto umorismo? E che fra questi potrà trovarsi qualcuno disposto a vendicarsi a modo suo, tagliando gole «crociate» o massacrando ebrei nel nome del suo personalissimo dio e del «califfo» di turno? Fra i princìpi di un sano laicismo non dovrebbero trovar posto anche senso della misura e coscienza del limite? A ciascuno la sua risposta.

1. Cfr. F. SISCI, «China’s New International Mindset?», 4/1/2015, www.gatestoneinstitute.org/5004/china-us-leadership

2. Cfr. M. SYKES, The Caliph’s Last Heritage. A Short History of the Turkish Empire, Reading 2002, Garnet, p. 1. È la ristampa anastatica dell’edizione originale, apparsa nel 1915 a Londra presso Mc-Millan and Co.

3. Cfr. S. KERR, «Crude Slide Poised to Hit Saudi State Spending», Financial Times, 17/1/2015.

4. V. V. PUTIN, «A Plea for Caution from Russia», The New York Times, 11/9/2013, www.nytimes.com/2013/09/12/opinion/putin-plea-for-caution-from-russia-on-syria.html?pagewanted=all

5. Cfr. R. CALLIMACHI, J. YARDLEY, «From Scared Amateur to Slaughterer», The New York Times, 17/1/2015.

6. O. ROY, «L’islam face au terrorisme», Le Monde, 10/1/2015.

7. M. GRAZIANO, Guerra santa e santa alleanza, Bologna 2014, il Mulino, p. 205.

 Da Limes – 29.01.2012