Palermo, tra boss in galera e picciotti sommersi, com’è invisibile la mafia

di Lirio Abbate.

I vecchi boss di Palermo sono tutti all’ergastolo. E in città comandano picciotti sommersi, silenziosi e inesperti. Che vogliono accreditarsi agli occhi dei padrini con azioni eclatanti.

A Palermo non ci sono più i mafiosi di una volta. In questa città massacrata dalla crisi, dalla disoccupazione e dall’immondizia, Cosa nostra ha subìtoun’involuzione generazionale. I vecchi padrini, molti dei quali sepolti dagli ergastoli o dal carcere duro, sono stati soppiantati da una nuova generazione di picciotti, che si atteggiano da uomini d’onore e vivono nel mito dei boss più famosi. Ma nel capoluogo siciliano non c’è più quella struttura che trasformava la violenza in un sistema di potere: i capi oggi sono più malviventi di strada che padrini. Il segno di una criminalità sempre meno organizzata e senza una guida.Alla nuova generazione di mafiosi piace “annacarsi”, fare il massimo del movimento del corpo con il minimo dello spostamento. E poi pippare cocaina. Quando vengono arrestati perché incastrati dalle intercettazioni in cui loro stessi svelano inconsapevolmente retroscena di delitti o piani criminali, non fanno in tempo nemmeno ad arrivare in caserma che durante il tragitto in auto, ammanettati, si pentono. “Scatasciano”, cioè parlano, per evitare il carcere. E così iniziano a collaborare con la giustizia, a differenza dei mafiosi di dieci o vent’anni fa che restavano in silenzio, per questioni d’onore. Quell’onore che hanno sempre sbandierato come una qualità ma che nulla riconduceva al significato della parola; e che oggi sembra pure essersi dissolto fra i rivoli dei clan massacrati dalle retate con cui le forze dell’ordine hanno riconquistato il controllo della città.
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Eppure il mito di Cosa nostra resiste. C’è sempre chi è pronto a rimpiazzare i picciotti arrestati. Un turnover criminale che livella verso il basso la qualità dei boss. Ma agli occhi degli inquirenti questo declino è vantaggioso solo in apparenza. Lo spiega bene il nuovo procuratore di Palermo, Franco Lo Voi: «L’alternarsi all’interno delle famiglie di nuovi personaggi potrebbe creare conflittualità interne, che spesso sono state registrate dalle indagini e da cui può nascere un pericolo. I mafiosi emergenti, pur di accreditarsi agli occhi dei vecchi boss detenuti, potrebbero essere capaci di tutto: anche di alzare il tiro con fatti eclatanti. Per poi rivendicare e incassare la fiducia dei capimafia detenuti. Questa è una situazione che può dunque generare rischi, che la procura sta continuando a monitorare».

Lo scorso anno a Palermo c’è stato un solo omicidio di mafia, ma questo non vuol dire che Cosa nostra è stata sconfitta: sta semplicemente continuando la sua sommersione. Negli ultimi dodici mesi l’unico caso di fibrillazione nelle cosche è stato registrato dopo la scarcerazione di un capomafia che aveva finito di scontare la pena. Il ritorno sul campo di esponenti mafiosi di spicco può costituire il detonatore di violenti contrasti per i nuovi assetti di potere. Questo si è verificato in uno dei mandamenti più importanti della città, Porta Nuova, quando il 12 marzo 2014 è stato assassinato in modo plateale Giuseppe Di Giacomo, che voleva prendere il comando dopo l’arresto di Alessandro D’Ambrogio. Gli investigatori hanno subito ricostruito che dietro il delitto c’era una lotta di potere. E lo scontro a mano armata che stava per scatenarsi sulle strade della città è stato fermato sul nascere dai carabinieri con l’arresto di diversi mafiosi, intercettati mentre si preparavano a vendette calibro 357 magnum per la morte di Di Giacomo.

Oggi a Cosa nostra manca una direzione strategica: non c’è un vero capo sul territorio (il vertice della Cupola è ancora Totò Riina) o forse non è stato individuato. Le indagini mostrano poi che a Palermo la mafia è debole nei rapporti con la politica, tranne nel periodo elettorale in cui ci sono ancora candidati che vengono sorpresi dagli investigatori a chiedere voti e appoggio ai clan. L’indebolimento del legame tra cosche e politici deriva anche dalla scarsità degli appalti pubblici finanziati in città: i cantieri sono pochi e per questo più difficili da colonizzare con le imprese di copertura. La dilagante disoccupazione in cui sta affogando la città provoca però un “allargamento” della criminalità comune, in particolare nelle borgate, dove i clan vanno a reclutare nuovi picciotti che così fanno il salto di qualità, da rapinatori a estorsori al soldo delle cosche. Nell’ultimo anno si è registrato un calo dei furti e un aumento delle rapine, alcune compiute proprio per costringere i commercianti a pagare il pizzo.«A Palermo Cosa nostra continua a reclutare tantissime persone che evolvono dalla criminalità comune a quella organizzata. E le famiglie continuano ad avere il controllo del loro territorio: rispettose delle regole mafiose, evitano in questo modo di farsi la guerra. Cosa nostra rimane pericolosa, in particolare perché continua a inquinare il tessuto sociale della città», dice il sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia, Maurizio De Lucia.La mafia vuole continuare a essere invisibile ma non rinuncia a pretendere il pizzo da commercianti e imprenditori. Anche qui però le cose stanno cambiando. Il procuratore Lo Voi è determinato e sostiene che il muro dell’omertà è crollato: «Voglio dire agli uomini delle estorsioni che non hanno molta strada davanti a loro, non hanno futuro. E questo sia grazie alle collaborazioni sempre più numerose delle vittime, sia grazie alle indagini». E poi sottolinea: «Ci sarà anche un ricambio della manovalanza mafiosa, ma scopriremo anche le nuove leve».Gli stessi investigatori però riconoscono che il merito della rivolta contro il racket è di molte componenti della società civile che in questi anni sono riuscite a far crescere la cultura antimafiosa, in particolare gruppi e associazioni spontanee come Addiopizzo. Portano una voce di speranza e legalità nelle scuole e tra i commercianti, assistendo concretamente chi si oppone ai clan. È un aspetto che viene sottolineato da Daniele Marannano, presidente di Addiopizzo: «Quando dieci anni fa è nata la nostra iniziativa, le denunce si contavano sulle dita di una mano, mentre oggi sono stati indubbiamente fatti molti passi avanti. Sono maturate collaborazioni di imprenditori e commercianti che in un passato non molto lontano erano davvero inimmaginabili. Ciò è accaduto grazie anche a una sinergia concreta tra forze dell’ordine, magistrati e associazioni antiracket che assieme hanno creato le condizioni in cui si può compiere la scelta di denunciare in sicurezza e senza ritrovarsi isolati, come invece è accaduto a Libero Grassi».

Ma, aggiunge Marannano, non è ancora tutto così semplice a Palermo: «C’è un rovescio della medaglia: emerge infatti come la maggior parte delle collaborazioni degli operatori economici arrivano solo dopo che si è convocati dagli organi inquirenti e davanti a molteplici evidenze. Ciò dimostra che la denuncia non è ancora prassi di comportamento dominante in città».

Dunque la mafia non è stata ancora sconfitta, aggiunge Marannano: «Cosa nostra continua ad essere un’organizzazione potente, fortemente strutturata nel territorio, riconosciuta per autorevolezza da vasti strati della popolazione, dotata ancora di risorse economiche sconfinate ed intatte e dunque più che mai in grado di esercitare un forte controllo sociale e svolgere opera di proselitismo, favorita dalla drammatica crisi economica attraversata dal paese».

E intanto, per fare cassa, Cosa nostra ritorna al passato, puntando di nuovo sul traffico di droga. Certo, non è allo stesso livello degli anni Settanta, quando riempiva di carichi di eroina le stive dei jumbo che da Punta Raisi decollavano per New York: nel traffico internazionale il leader oggi è la ‘ndrangheta. I mafiosi palermitani però sono entrati in prima persona in campo a dirigere l’attività, riprendendo la gestione dei traffici e non limitandosi più a ripercorrere l’asse da Napoli a Palermo, ma tentando di ripartire dalle rotte consuete per il commercio di grossi quantitativi di stupefacenti, tra cui soprattutto la Colombia ma anche gli Stati Uniti, che tuttora sono di quasi esclusivo appannaggio delle cosche calabresi.

A questa inversione di tendenza, cioè la ricerca nella droga delle risorse economiche per sostenere i familiari dei sempre più numerosi detenuti, non è estraneo l’attuale stato di crisi economica, che ha reso meno lucrosi i settori sui quali Cosa nostra era solita mettere le mani, come appunto le estorsioni e gli appalti. Il mercato della droga invece non patisce flessioni e garantisce gli enormi guadagni di cui l’organizzazione ha bisogno.
Un altro aspetto da sottolineare è il tipo di stupefacente che a Palermo ha avuto il sopravvento nello spaccio: alla cocaina, più costosa, si sono sostituiti l’hashish e, in minor proporzione, l’eroina: droghe che possono essere vendute a prezzi più bassi.

La cocaina tuttavia resiste nelle cerchie di consumatori più ricchi e continua a rappresentare un enorme business. Secondo gli investigatori, nell’ultimo anno il suo costo ha raggiunto le cifre più alte mai toccate per qualunque prodotto, lecito o illecito: un chilo di coca sudamericana pura passa dai tremila ai 35-40 mila euro solo per aver percorso ottomila chilometri alla volta dell’Europa. E non è finita lì. Lo stesso chilo di coca verrà “tagliato”, ossia adulterato, dal compratore all’ingrosso, che ne ricaverà fino a 5-6 volte il suo peso senza per questo perdere di valore; gli utilizzatori finali pagheranno al trafficante sino a 50 mila euro per un chilo di droga tagliata, che – pura – ne valeva solo tremila al momento di lasciare il Sudamerica. Se si tiene presente che, al dettaglio, un grammo di cocaina di buona qualità viene ormai venduto dai pusher locali ad un prezzo oscillante tra i 60 ed i 90 euro circa, è facile comprendere quanto sia importante e fruttuoso, al fine della monetizzazione dei capitali, lavorare con la droga per le organizzazioni criminali.

Un’anomalia va però segnalata. Come in tante altre città italiane, anche a Palermo la comunità cinese si sta allargando a vista d’occhio, partendo dalla zona della stazione centrale fino a gran parte del centro storico, a ridosso del mercato di Ballarò. Piccole e grandi attività commerciali vengono rilevate con denaro contante dai cinesi che mettono alla porta i palermitani. Queste attività si stanno allargando in un territorio dove una volta era forte la presenza mafiosa e l’imposizione del pizzo ai commercianti rappresentava una regola. Ma nessuno di questi cinesi sembra adesso aver subito richieste estorsive. E c’è di più. All’interno della comunità cinese c’è un trentenne, ben vestito, che viaggia su auto di lusso, che sembra guidare a Palermo l’invasione della sua comunità, rilevando locali, aprendo ristoranti e gestendo la distribuzione delle bibite a negozi e pub. Piccole e grandi attività in vari quartieri si rivolgono a lui per avere le bibite. Potrebbe essere libera concorrenza, ma dietro si nasconde qualcosa su cui ancora si deve indagare. Cosa nostra in passato è stata padrona degli affari in città: adesso, stranamente, sembra restare a guardare.

Da L’Espresso.it – 15 febbraio 2015.