Myla

di Angela Barbieri.

Erano arrivati alla baracca all’improvviso; prelevati e ammassati su quella camionetta, saremmo stati una decina.

Guardavo i volti spaventati degli altri bambini e mi ripetevo che non c’era motivo di avere paura, andava tutto bene.

Mentivo a me stesso per non cedere al panico.

Non avevo mai visto le loro case, neanche da lontano, avevo terrore solo a guardarle. Ma ora quel salone immenso illuminato da lampadari sfavillanti, m’aveva costretto ad alzare lo sguardo lasciandomi senza fiato.

Forse è stata quell’incertezza a guidare il dito del generale su di me.

“ Tu. Fammi sentire una poesia.”

Aveva il tono tagliente e gli occhi annacquati da una cattiveria pronta ad esplodere al più piccolo pretesto.

Si sedette in poltrona: aspettava.

E ora?

Nella testa, solo il Padre Nostro  insegnato dalla maestra  per tentare di ingannare la verità. In balia del terrore, cercavo qualcosa di più adatto mentre quello aspettava e col piede batteva impaziente.

Un altro secondo e sarei stato spacciato.

La donzelletta vien dalla campagna “

Chi mi suggeriva? Un angelo, certo!

“ La donzelletta vien dalla campagna,

in sul calar del sole …”.

Il piede del tedesco smise di muoversi; era immobile, adesso, sembrava dormire.

“… col suo fascio dell’erba; e reca in mano

un mazzolin di rose e viole …”.

La voce risuonava nel silenzio e rimbalzava su quei lampadari con un’eco sinistro.

Sforzavo la gola a non chiudersi, senza respiro per quel dolore che graffiava le  mie corde vocali.

“Bravo”.

Ero salvo!

Con uno scatto si alzò dalla poltrona.

“ Stasera la dirai alla festa.”

Non potevo ripetere la poesia, non la sapevo!

Per me, era la fine!

“ Non preoccuparti, hai ancora un po’ di tempo per impararla.”

In cucina a lucidare forchette e bicchieri, una bimbetta di forse sei anni mi rincuorava.

“ Non è la prima volta che mi portano qui per apparecchiare i tavoli; devi far attenzione a non far cadere i bicchieri, sono tanti e pesanti. Ma se lavoriamo vicini, posso insegnarti la poesia, sono stata io a suggerirti!”

Era brava Myla: sapeva tante di quelle cose. Due occhi lucenti e profondi su di un volto emaciato e dal sorriso sdentato. Non aveva ancora sei anni.

Quella sera declamai la poesia senza incertezze, non capivano nulla ma si divertivano comunque.

Così mi chiamarono anche la sera dopo e quella dopo ancora. Ero fortunato, servivo e quindi venivo risparmiato.

Myla no. A lei non veniva risparmiato niente.

Ed era così piccola, troppo, per tutta quella fatica; sapeva tante cose  ma il suo corpicino ormai al limite non riusciva a tenere il passo e questo non potevo insegnarglielo.

Quel giorno mi disse solo che doveva rimanere al campo, che per quella sera l’avrebbero sostituita.

Quel pomeriggio lucidai solo forchette e bicchieri.

E anche quello dopo. E quello dopo ancora.

Non la rividi più.

La mia voce continuò a rimbalzare su quei cristalli, il dolore a graffiarmi la gola, colpevole di essere ancora vivo.