I miei ragazzi

Premessa di Giovanni Puglisi.

Parole e musica. Proteste e proposte. Manifestazioni e occupazioni. Futuro incerto e diritto allo studio. Frasi che rimbombano da tempo e che riassumono questa generazione di studenti, oggi sempre più esasperata e inascoltata. Liquidata sbrigativamente come facinorosa e priva d’identità. Lontana da ideologie e strutturalmente disorganizzata.

E loro, di fronte alla violenza rispondono con la cultura.

In questo carosello tra rabbia e illusioni leopardiane, tra giovani precari (arrampicati sui monumenti) ci sono anche loro, i ragazzi del Curiel di Padova, che in modo creativo ma radicale sognano ancora ad un’isola che non c’è.

Ed è ammirevole mescolarsi tra loro e respirare la loro freschezza e sentire le loro speranze.

Anche loro manifestano, occupano, sì, ma studiano anche. E scrivono (sul loro megafono). Non perdono tempo. Si organizzano. Suonano, cantano, danzano e recitano anche.

Stare insieme a loro non è solo assaporare la loro fresca energia, ma è anche condividere con loro il sogno di un nuovo domani.

I miei ragazzi

I miei ragazzi non sono mai soli.

E cantano i versi nel vento di frontiera.

I miei ragazzi hanno un tamburo in cuore

che accompagna i loro passi

su verdi prati irrorati di sogni.

I miei ragazzi indomiti fremono e

l’arcobaleno è un arco per

i loro celerissimi anni.

I miei ragazzi sono spudorati,

armati di canzoni, battono sui selciati

il calpestio della rivolta.

I miei ragazzi hanno naso per tutto,

per ciò che già c’è  perché c’è,

per ciò che non c’è perché ci sarà.

I miei ragazzi non conoscono resa,

i loro occhi son puri argentini,

diafane carlinghe conducono i pensieri.

E con voci squillanti di ambra e cristallo

Vanno all’assalto del muro che strozza

il fondo dei giorni futuri.

I miei ragazzi son tanti,

e bevono gioie, desideri e sgomento

mentre Primavera ricolma le vene.

I miei ragazzi son miei,

son miei, son nostri, di tutti,

sono ricchezza, speranza, son mondo,

e saranno miei, i  ragazzi, anche

quando cento anni, delusioni e illusioni,

nei loro sguardi  tramontati saranno.

I miei ragazzi resteranno ragazzi

anche quando altri ragazzi, di cento e

più anni, ognuno di loro chiamerà:

i miei ragazzi.

I miei ragazzi son storia, età, vita

che  con loro ho vissuta,

sono libertà, giustizia,  memoria

che andrà ricordata.

Affinché anch’io, mortale,

per sempre non muoia.

Giuseppe Tramontana.

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