Mauthausen, quando l’indifferenza é il biglietto per l’inferno

di Marina Dal Cin.

È un caldo giorno di primavera, il primo del viaggio di istruzione. Scendiamo dal bus. La nostra posizione privilegiata, in cima a una collina, ci permette di contemplare il verde delle montagne austriache dalla quale si scorge in lontananza un paesino con case colorate e tetti spioventi. Molti si fermano a fotografare il panorama da cartolina. Dopo pochi passi sotto il sole cocente viene ad accoglierci la nostra guida: Django. L’imponente edificio in pietra grigia suscita uno strano senso di oppressione che smorza il nostro vivace chiacchiericcio.
Entriamo nel complesso, solo la voce della guida dal marcato accento tedesco rompe il silenzio: ‘’Perché siamo qui?’’ Nessuno fiata…
‘’Perché la società ha permesso tutto questo?’’
In ognuno di noi cresce l’inquietudine per queste due domande apparentemente semplici a cui nessuno, in quel momento, sa rispondere e che rimangono sospese.
Riprendiamo la camminata e giungiamo di fronte alla stradina che i detenuti dovevano affrontare a piedi per entrare nel campo al loro arrivo.
La guida ci fornisce alcune indicazioni generali: i primi prigionieri, per la maggior parte oppositori politici, fecero il loro ingresso a Mauthausen l’otto agosto 1938. E’ solo nel 1942 che il complesso fu definitivamente trasformato in un campo di concentramento di terzo livello fino al cinque maggio 1945, giorno della liberazione. Le persone che trovarono la morte in questo luogo furono circa 122.000 su un totale di circa 200.000.
Campo di concentramento di terzo livello? Che significa? Significa che lo scopo non era semplicemente lo sfruttamento del prigioniero reso schiavo, ma la sua morte tramite il lavoro. La fatica del lavoro era stata pensata per uccidere. I detenuti erano obbligati a estrarre il granito dalla cave presenti in prossimità del complesso di baracche. Oltre ai turni estenuanti, i prigionieri erano costretti a sopportare il sadismo delle SS. Il confronto con Aushwitz mostra che a Mauthausen nonostante i morti siano stati di numero inferiore la probabilità di sopravvivere era più bassa, Questo è il triste primato di Mauthausen: essere il campo di lavoro nazista nel quale era più facile morire.
Molti erano i metodi con i quali le guardie torturavano e uccidevano i prigionieri, alcuni dei quali ci sono stati riportati dai sopravvissuti, e che nel lessico del campo erano ironicamente indicati come “la scala della morte”, “il muro dei paracadutisti”, “la raccolta dei lamponi”. I primi due consistevano nel provocare traumi spesso fatali tramite lo schiacciamento sotto le pesanti pietre che i detenuti dovevano trasportare. Il terzo era riservato ai prigionieri non ritenuti idonei ad affrontare una nuova giornata di lavoro. Questi venivano invitati ad una uscita per la “raccolta dei lamponi” nel bosco dalla quale non ritornavano.
Django mentre parlava ci mostrava i luoghi di questi atroci accadimenti e noi ascoltavamo in religioso silenzio, ma di fronte a tali orrori una domanda non può più essere evitata: “’il villaggio si trova a poca distanza, gli abitanti di questa bella valle potevano sentire le urla e vedere ciò che accadeva all’interno? E se sì perché non hanno fatto nulla?’’
Immediatamente Django ci mostra allora l’entrata del campo, lì è presente una vasca e poco più in basso un vasto spiazzo, un prato. Grazie ad alcune foto aeree d’ epoca riusciamo a capire che in quello spazio libero c’era un campo da calcio. La guida ci chiede allora: ‘’Chi usava, secondo voi, la piscina e il campo da gioco?’’
‘’Le SS.’’ risponde istintivamente qualcuno
‘’Certo, ma per giocare a calcio servono due squadre.’’ controbatte Django. “Molti abitanti del villaggio venivano qui per giocare. E non solo loro. La
Squadra delle SS partecipava ad un campionato regionale. Quindi anche squadre dell’intera regione, della zona, venivano a giocare qui.” E legge una testimonianza di un ragazzo, che ricorda come, durante una partita, si vedeva il fumo uscire dalle ciminiere e le carrette cariche di prigionieri scheletrici, condotti nel vicino ospedale, dove – orami diventati “musulmani” – sarebbero morti da lì a poco. Ricorda anche, la guida, che qui si celebravano perfino matrimoni tra SS e ragazze del luogo e mostra delle foto. Tutti rimaniamo sbigottiti. Ci chiediamo come sia possibile una cosa del genere, abbiamo sempre creduto che i ‘’cattivi’’ fossero solo i vertici nazisti non i semplici cittadini. Django ci spiega che non solo gli abitanti di Mauthausen ma molti altri non potevano non sapere e non si sono opposti allo sterminio ritenendolo una cosa normale. I ferrovieri che trasportavano treni pieni di uomini fino ai lager, i dirigenti delle industrie chimiche che producevano lo zyklon b, le fabbriche dei forni crematori; tutti questi hanno preferito collaborare ai crimini. Mi viene in mente Primo Levi. Quando gli chiesero come fosse stato possibile Auschwitz, rispose lapidariamente: “facendo finta di niente!” Paradosso? Può darsi, ma spiega bene la situazione è che l’unica denuncia fu della signora Eleonore Gusenbaum la cui casa – ancora visibile – è prospiciente al campo, dall’altra parte del poggio. La signora, nella lettera inviata alla polizia e al Consiglio provinciale di Pert, diceva che “nella cava del campo di concentramento di Mauthausen, gli internati sono ripetutamente vittime di sparatorie; quelli colpiti gravemente vivono ancora per un po’ e rimangono a giacere vicino ai morti per ore quando non per mezza giornata. La mia proprietà si trova su una collina vicino alla cava e mi può accadere spesso di essere testimone involontaria di tali oltraggi. Io, ad ogni modo, sono debole e una tale visione produce una tale tensione per i miei nervi che, a lungo andare, non la potrò più sopportare. Chiedo che si faccia in modo di porre fine a tali azioni inumane oppure vengano compiute dove non possano essere viste.” Nessuno rispose né la signora ebbe grattacapi. Con il peso di queste parole andiamo avanti. Entriamo in alcune baracche, nella camera a gas e infine ci raduniamo sull’Appelplatz. E’ in questo luogo che la guida ci legge la testimonianza commovente di un sopravvissuto italiano che racconta di come un giorno, durante l’appello mattutino, si sentì svenire. Se fosse davvero crollato a terra, la sua sorte sarebbe stata segnata: una SS gli avrebbe dato il colpo di grazia. Ma all’improvviso, si sentì afferrare. I suoi due vicini lo sostennero per le braccia, impedendogli di crollare. Due sconosciuti gli avevano salvato la vita. Adesso mi viene in mente un passo letto in classe, un brano dello scrittore Vasilij Grossman che si interrogava su cosa sia veramente la bontà. La bontà che non si rifà a qualche ideologia, religione o pensiero filosofico, una bontà che invece è stupida anonimo e spontanea. E disinteressata.


Per ultimo affrontiamo i forni crematori. Un numero impressionante di foto, targhe, biglietti, lettere e preghiere affissi alle pareti. Alcuni di noi non riescono a trattenere le lacrime. Mi avvicino per leggere qualche nome e osservare qualche foto: sono tantissimi, provenienti da tutta Europa. In quel momento le 122.000 vittime non sono più solo un’entità astratta, non sono più un numero, ma storie, vite, passioni, desideri, esseri umani. Tutto ingoiato dall’odio e dal fanatismo.
E’ stato in quel momento che ho provato in cuor mio a rispondere alle domande che la guida ci aveva posto inizialmente. Davanti ai volti e ai nomi di tutte quelle persone morte ho capito il perché eravamo lì. Non si può e non si deve dimenticare quello che è successo perché non possiamo permettere che tutto questo accada nuovamente. Eppure un’altra domanda non aveva avuto ancora risposta: perché tante persone avevano collaborato direttamente o meno a tutto questo? Gli abitanti del villaggio non potevano non sapere, che udivano le urla strazianti dei detenuti, sentivano il puzzo dei cadaveri, vedevano le ceneri provenienti dai forni gettate nel Danubio: cosa pensavano costoro? E poi le SS che qui si sposavano, che avevano mogli e figli che di certo amavano: così era per loro, solo un lavoro? Forse molti erano d’accordo, certo. Molti invece facevano finta di nulla o, peggio, per molti, SS comprese, era normalità, routine. L’abitudine apre le porte dell’indifferenza e quest’ultima rende accettabile anche l’orrore. Così è stato. Ma non inorridite. Chi siamo noi, indifferenti verso la sorte migliaia di uomini e donne e bimbi che muoiono nel Mediterraneo, chi siamo noi, dicevo, per giudicare?