Marino sepolto sotto le macerie di Roma

di Marco Damilano.

Il suicidio politico del sindaco si abbatte su una città ormai disastrata. Non ci sono poteri forti, partiti radicati, leadership rampanti. E’ solo guerra per bande in un panorama di distruzione. Tocca a Renzi esercitare il suo ruolo-guida. Se c’è ancora tempo per evitare che il virus della Capitale contagi il resto del Paese.

Le macerie di Beirut, la marcia funebre di Beethoven, i paesaggi dei fori romani… La forza delle rovine: si intitola così la bellissima mostra inaugurata  a Roma a Palazzo Altemps. Mai esposizione è stata così tempestiva e attuale. Le rovine parlano, le rovine raccontano di una città, di un destino individuale o collettivo ben più di un edificio perfettamente in funzione che può sembrare in piedi e invece è solo l’anticipo di un disastro. Come dimostra la parabola di Ignazio Marino, una lezione universale, qualcosa di più della semplice crisi di una giunta comunale o del triste destino di un sindaco sprovveduto (o forse fin troppo furbo), ben intenzionato a sfidare i poteri forti della città ma evidentemente troppo debole per non finire travolto.

“Friends, Romans, countrymen, lend me your ears. I come to bury Caesar, not to praise him”, sono venuto a seppellire Cesare, non a lodarlo, dice Marcantonio nel “Julius Caesar” di William Shakespeare. A pochi metri dagli antichi fori, teatro della congiura delle idi di marzo, sul colle del Campidoglio si consuma la sepoltura politica di Ignazio Marino. In una drammatica giornata di vertici, riunioni, dimissioni, urla in piazza di fascisti e nuovi arrivati, il Pd che si auto-affonda e arriva a sfiduciare il suo sindaco.

Dopo l’ultimo autogol del marziano, il videomessaggio in cui prometteva di “regalare” a Roma 20mila euro di spese non giustificate dalla sua carta di credito, seguito a un’incredibile, sconcertante fila di smentite, dalla comunità di Sant’Egidio all’ambasciata vietnamita. Non si può difendere, e meno che mai lodare, Marino per una vicenda che esce dal perimetro della politica per invadere quello dello psicopolitica, l’effetto dello stress e della vanità, dell’accerchiamento e della presunzione. L’impossibilità di amministrare di chi, evidentemente, non era adeguato a reggere il compito.

Eppure, una volta che Marino se ne sarà andato nel plauso generale, si dovrà ragionare a mente fredda su cosa sta succedendo da molti anni a Roma, la Capitale d’Italia. Nel giro di un lustro un presidente di regione del centro-sinistra si è dovuto dimettere per una squallida questione di trans, droga e ricatti. Un’altra presidente di centro-destra se n’è andata dopo solo due anni di governo per l’uso disinvolto dei fondi regionali da parte dei consiglieri di maggioranza e opposizione. L’ex sindaco Gianni Alemanno è stato indagato per mafia (una settimana fa è stato prosciolto da questa ipotesi di reato). E il suo successore Marino se ne va: hanno provato a cacciarlo in tutti i modi e ci sono riusciti. E poi l’inchiesta Mafia Capitale e gli arresti eccellenti equamente distribuiti, il Mondo di Mezzo. Più altri misteri: perché, ad esempio, Nicola Zingaretti decise di non correre per il Campidoglio? Si sarebbero evitati tanti guai, forse, compresa la giunta Marino.

A Roma sono nati i due progetti politici più importanti degli ultimi vent’anni. Il centrodestra di Berlusconi, che nacque il 23 novembre 1993 quando il Cavaliere affermò ai giornalisti nell’Eurormercato di Casalecchio di Reno che se fosse stato elettore romano avrebbe votato per Gianfranco Fini (in quel momento ancora segretario del Msi) contro Francesco Rutelli. E il Partito democratico, germogliato in Campidoglio prima che nel resto d’Italia: il tanto magnificato modello Roma di Rutelli e soprattutto di Walter Veltroni, regia di Goffredo Bettini.

Roma è stata la culla del centro-destra e del centro-sinistra, ora ne è la tomba. Ci si può accanire con un certo sadismo (e con qualche punta di viltà) contro il sindaco Marino e le sue ricevute pasticciate, tutta la città e tutta l’Italia ne sghignazzano in queste ore, domani la risata supererà i confini nazionali. Marino è indifendibile, non ha nessuno che lo difende, infatti. Marino è l’uomo da bruciare e non ha fatto quasi nulla per evitare questa condizione: le vacanze interminabili, il giallo del viaggio americano, il disconoscimento del papa (è forse l’unico essere vivente su cui Bergoglio ha evitato di esercitare la sua misericordia), la tragicommedia dei ristoratori che elencano a memoria il prezzo delle bottiglie di vino alla tavola del sindaco due anni fa.

Marino è un suicida politico che è riuscito nel suo intento. Ma sepolto lui resta la politica romana, la più corrotta e la più sputtanata d’Italia. Nella Capitale, attorno agli altri palazzi del potere: Palazzo Chigi, il Quirinale. Travolto è il partito del sindaco, il Pd, e il suo commissario Matteo Orfini, il giovane turco che nei mesi scorsi aveva puntato a tenere in vita Marino per costruirsi un maggiore potere nel partito.

Ma anche Matteo Renzi non può dirsi indenne. Ha rifiutato di occuparsi di Roma, ha sempre ostentato la sua estraneità alla città, ai suoi vizi e alle sue mollezze, e la Ricottona si prende la sua rivincita. La catastrofe romana, alla vigilia del Giubileo, oscura la riforma renziana della Costituzione in votazione al Senato, la legge di stabilità in dirittura di arrivo, perfino i venti di guerra nel Mediterraneo. Chiama in campo direttamente Renzi nella sua qualità meglio custodita: la capacità di leadership. Per mesi il premier-segretario del Pd ha rifiutato di toccare anche con un dito il groviglio capitolino, si è limitato a lavorare ai fianchi il sindaco, a togliergli l’aria, a delegittimarlo sui giornali e in tv. E intanto coltivava il suo vero punto di riferimento nella Capitale, il prefetto Franco Gabrielli. Anche in queste ore la tentazione di Palazzo Chigi è trasformare il male in bene. Una volta liberati da Marino, si ragiona, il governo potrà lavorare d’amore e d’accordo con il commissario Gabrielli e al momento del ritorno alla urne gli elettori si saranno dimenticati di questa pagina nera.

Un calcolo cinico, forse, ma razionale. Se non fosse che a Roma, da tempo, la situazione è fuori controllo. La città è allo sbando, irriconoscibile per i romani che la amano, infrequentabile per chi si avventura per le sue vie anche soltanto per poche ore. Strade allagate, autobus imbizzarriti, taxi introvabili. Crollo dell’offerta culturale. Periferie mostrificate. Di fronte a questa situazione indegna per una capitale, per soffocare Marino si è continuato a togliere ossigeno alla città. Nell’asfissia politica il sindaco è diventato la vittima designata da eliminare. Ma si sono spenti anche quei residui di partecipazione garantiti dai vecchi partiti.

Il Pd è in mano a un pugno di notabili, sempre gli stessi da un ventennio, traslocati dal modello Roma all’incubo Marino, non credono da tempo a nulla e vogliono sopravvivere a tutto. La destra è polverizzata. E se si andasse a votare subito i romani si dividerebbero in due schieramenti a sorpresa, un inedito bipolarismo. I civici di Alfio Marchini (che già grida: “Roma ai romani. Noi ci siamo”), pronti a coprire il vuoto lasciato dai berlusconiani e post-fascisti nell’elettorato moderato, contro il Movimento 5 Stelle di Alessandro Di Battista, a caccia di consensi a sinistra e nelle borgate. Alle elezioni europee del 2014 nei quartieri fuori dal raccordo anulare il Pd ha preso il 36,2 per cento, undici punti in meno rispetto al 47,5 per cento dei quartieri del centro. M5S ha raggiunto il 32,7 per cento (contro il 16,1 dei quartieri centrali) ed erano le elezioni del massimo successo di Renzi, quelle del 40,8 per cento nazionale del Pd.

I renziani a Roma non esistono. Sono un happy hour permanente, un salottino allocato tra i quartieri della Rai e le piazzette del centro, senza cultura, senza soggettività politica. Il renzismo a Roma non è partito, è l’apparato statale rappresentato dal prefetto Gabrielli che fa da supplente all’assenza di una squadra e di un gruppo dirigente. Perfino le antiche lobby sono spezzettate, frantumate: la razza padrona del mattone, i palazzinari, hanno brillato fino all’ultimo piano regolatore della giunta Veltroni, ma ora anche il potere immobiliare è in difficoltà. L’Atac presenta 140 milioni di euro di buco previsti nel 2015, un debito che oscilla tra 1,4 e 1,6 miliardi, 11.800 dipendenti iscritti quasi tutti a tredici sigle sindacali, una flotta di 2.200 autobus, di cui il 40 per cento fuori uso, e 22 milioni di euro di danno per assunzioni illegittime, secondo la Corte dei conti.

Non ci sono poteri forti, partiti radicati, leadership rampanti, solo la guerra per bande in un panorama di macerie. Uno scenario libico, nel cuore dell’Italia, lasciato incancrenire. E ora tocca a Renzi esercitare il suo ruolo-guida. Se c’è ancora tempo, se si può evitare che il virus della Capitale contagi il resto del Paese.

Da L’Espresso.it – 8 ottobre 2015