MAFIA. Pio La Torre, una vita contro mafia e poteri forti

di AMDuemila.

A 34 anni di distanza dall’assassinio di Pio La Torre riproponiamo il ricordo di un uomo che fin da giovane si contraddistinse per la forte determinazione nel combattere malaffare, ingiustizie e strapotere mafioso.

Scrisse la legge-svolta sul 416bis. Il ricordo a 33 anni dall’assassinio
Pio La Torre è un uomo, non solo un personaggio, o una vittima innocente di Cosa nostra. Politica, soldi e mafia, è il trinomio che La Torre cerca di profanare: la lotta alla mafia era la sua ossessione, che, nel corso degli anni, lo porta a creare strumenti di contrasto per i magistrati e le forze dell’ordine.
Insieme al giudice Cesare Terranova, La Torre mette a punto e sottoscrive come primo firmatario la relazione che metteva in luce i legami tra la mafia e importanti uomini politici, in particolare della Democrazia Cristiana, alla quale aggiunge la proposta di legge volta ad introdurre un nuovo articolo nel codice penale. Il 416 bis introduce il reato di associazione mafiosa punibile con una pena da tre a sei anni per i membri, pena che saliva da quattro a dieci nel caso di gruppo armato. Viene stabilita la decadenza per gli arrestati della possibilità di ricoprire incarichi civili e soprattutto, cosa ancor più temuta, l’obbligatoria confisca dei beni direttamente riconducibili alle attività criminali perpetrate dagli arrestati.
Pio La Torre era consapevole delle trasformazioni della mafia di quel periodo, da prevalentemente agricola e del latifondo, combattuta negli anni dell’adolescenza, alla mafia urbana e dell’edilizia fino a quella imprenditrice dedita al traffico internazionale di droga con agganci nell’alta finanza. Fa nomi e cognomi dei conniventi politici, come nel caso di Vito Ciancimino, assessore ai lavori pubblici del comune di Palermo dal 1959 al 1964 e poi sindaco del capoluogo siciliano fino al 1975.
Nel 1981, quando Pio La Torre torna in Sicilia, erano già stati uccisi illustri rappresentanti dello Stato come il giudice Cesare Terranova (25 settembre 1979), il procuratore della repubblica Gaetano Costa (6 agosto 1980) e il presidente della regione Piersanti Mattarella (6 gennaio 1980). Decide così di assumere l’incarico di segretario regionale del PCI, e intraprende la sua ultima battaglia, quella contro l’istallazione dei missili Nato nella base militare di Comiso. Il successo della protesta fu enorme. Lo stesso La Torre spiegò in un articolo postumo (pubblicato su “Rinascita” del 14 maggio 1982) la sua assoluta contrarietà alla “trasformazione della Sicilia in un avamposto di guerra in un mare Mediterraneo già profondamente segnato da pericolose tensioni e conflitti. Noi dobbiamo rifiutare questo destino e contrapporvi l’obiettivo di fare del Mediterraneo un mare di pace”.
Il 30 aprile del 1982, alle nove del mattino, Pio La Torre, insieme a Rosario Di Salvo, suo collaboratore, sta raggiungendo in auto la sede del partito. Durante il tragitto si affiancano alla macchina due moto: alcuni uomini armati di pistole e mitragliette sparano decine di proiettili contro i due. La Torre muore sul colpo mentre Di Salvo ha il tempo di estrarre la pistola e sparare in un estremo tentativo di difesa.
Il quadro delle sentenze ha permesso di individuare nell’impegno antimafia di Pio La Torre la causa determinante della condanna a morte inflitta dalla mafia del politico siciliano. Il 12 gennaio 2007 la Corte d’Assise d’Appello di Palermo ha emesso l’ultima di una serie di sentenze che permesso di individuare in Giuseppe Lucchese, Nino Madonia, Salvatore Cucuzza e Pino Greco gli esecutori materiali dell’omicidio. Dalle rivelazioni di Cucuzza, diventato poi collaboratore di giustizia, è stato possibile ricostruire il quadro dei mandanti, i boss Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Antonino Geraci.
Da antimafiaduemila.com (30 aprile 2015)