L’uno e gli zeri

di Giuseppe Tramontana.
Come molti hanno rilevato, ciò che indigna maggiormente non sono le crasse, sconce battute di Berlusconi (ricordate le barzellette sui malati di Aids e quelle sugli omosessuali, e persino le bestemmie?), ma il fatto che si ritrova sempre davanti ad una platea che non solo non lo prende a pernacchie – come ci sarebbe da aspettarsi – ma addirittura lo applaude. Credo che ognuna di quelle persone sedute lì davanti, presa isolatamente, di fronte ad una battuta in pubblico del genere si sarebbe indignata, avrebbe rimbrottato il pagliaccetto sessuomane, avrebbe, se non altro, detto la sua per togliere dall’imbarazzo la malcapitata impiegata (che l’ha presa a ridere anche lei, tra l’altro). Questo fatto mi conduce due considerazioni. La prima: è proprio vero ciò che diceva Ludwig von Mises: quando le persone aumentano, i cervelli si restringono. La seconda: trilussianamente, per fare un dittatore ci vogliono sempre delle nullità al suo seguito così come, per fare centomila, c’è bisogno di cinque zeri dietro l’uno! Ed è di questi zeri che vorrei parlare un momento. So che perdo il mio tempo, ma voglio illudermi che possa servire. C’è un romanzo singolare di Aharon Appelfeld che si intitola Badenheim 1939. In Italia venne pubblicato nel 1981 da Mondatori. L’autore, di chiare origini ebraiche, affronta in punta di penna e con stile arguto e delicato il tema della deportazione di una comunità di ebrei, quella di Badenheim, appunto, località di villeggiatura nei dintorni di Vienna. Non ci sono mai scene di violenza o di angoscia. Tutt’altro. La deportazione – che i protagonisti ignorano sia tale – viene annunciata dall’attività degli impiegati dell’Ufficio di Igiene i quali invitano i membri della comunità ebraica a presentarsi presso il medesimo Ufficio per essere schedati. Poiché tutti gli ebrei sono brave persone, lo fanno senza alcun timore. “Tanto è per motivi di igiene”, si ripetono. Poi compaiono dei manifesti in cui si comunica il loro imminente “trasferimento in Polonia, dove l’aria è più fresca”. Nessuno si allarma. Anzi, tutti, villeggianti, camerieri, musicisti giustificano le misure del governo con un’inguaribile ottimismo. Persino un episodio di saccheggio (della farmacia), la progressiva mancanza di generi alimentari dovuta al blocco dei rifornimenti o la restrizione degli spazi di libertà, prima tra tutti quella di allontanarsi dalla cittadina, vengono giustificati con l’imminente viaggio, i preparativi delle autorità che vogliono essere certi di quanti viaggiatori ci saranno e, quindi, dall’esigenza di organizzare tutto per il meglio e senza sprechi.
Alla fine – proprio alle ultime righe – quando, ormai stazione, l’arrivo d un carro bestiame dovrebbe svelare la realtà e permettere a tutti di prendere coscienza del loro destino, uno dei protagonisti, l’impresario Pappenheim, osserva: “Se le vetture sono così sporche, significa che non andiamo lontano.”
Oggi, se è possibile, la situazione è ancora più drammatica. Perché abbiamo sperimentato a più riprese quanto valga il Caimano e la sua accolita di Alfani, Cicchitti e Santanché, quelli che in Parlamento – oltre a tutti gli altri scempi – votarono che, sì, davvero, lo giuriamo!, Ruby è veramente la nipote di Mubarak. E, ora, c’è gente che continua a ridere a quelle sue scarse battute da caserma e, udite, udite!, intende votarlo! E’ come se i deportati di un campo di concentramento, davanti ad una scritta tipo “Arbeit macht frei”, sospirassero felici e sognanti: “Be’, almeno qui si lavora…”