CINEMA. Lo studio e tanta passione rendono credibili i personaggi

Intervista a Massimo Cantini Parrini, costumista di “Tale of tales” di Matteo Garrone e candidato ai Nastri d’argento 2015 per la categoria

 di Giusy Paesano Jackman.

Se il “Racconto dei racconti” vibra e incanta è anche merito dei suoi bellissimi costumi firmati Massimo Cantini Parrini, quarantenne fiorentino cresciuto alla scuola di Piero Tosi che vanta già prestigiose collaborazioni internazionali. Oggi Cantini Parrini è meritatamente candidato ai Nastri d’argento che si terranno nella splendida cornice del teatro antico di Taormina il prossimo 27 giugno. Ecco cosa ci ha raccontato:

Come hai iniziato e come si è fatta strada in te l’idea di diventare costumista?

– E’ sempre stato il mio sogno, sin da bambino. Mia nonna materna, Silvana, era sarta e stavo ore ad osservarla rimanendo affascinato dalle stoffe e dal modo in cui si tagliavano i vestiti. Era una magia vedere come un abito, che prima avevo visto sotto forma di stoffa inerte arrotolata su uno scaffale e in formato bidimensionale, prendesse vita e forma su un manichino.

Hai lavorato come assistente del premio Oscar Gabriella Pescucci su set internazionali del calibro della “Fabbrica di cioccolato” di Tim Burton, i “Miserabili” di Billy August,“Van Helsing” di Stephen Sommers,“Il tempo ritrovato” di Raul Ruiz (solo per citarne alcuni). Come si lavora in America? (le differenze più evidenti che hai riscontrato su quei set rispetto all’Italia, a parte quelle legate al budget) o…. preferisci l’Italia?

– Credo che la differenza sostanziale stia soprattutto nelle tempistiche e nel personale… in Italia si è molto più liberi però perché c’è ancora una concezione del lavoro più “familiare”, meno settoriale. In taluni casi aiuta, in altri meno… i soldi a disposizione purtroppo fanno sempre la differenza…

Massimo Cantini Parrini

Massimo Cantini Parrini

Come nasce il tuo rapporto con la sartoria Tirelli che oggi rappresenti e qual è l’insegnamento più importante che ti ha trasmesso il grande Piero Tosi?

– In verità non rappresento la Tirelli, sono semplicemente loro cliente nel momento in cui decido di rivolgermi a loro per la realizzazione di un film in costume. Alla Tirelli sono molto affezionato, professionalmente sono cresciuto lì, quindi il mio sentimento nei loro confronti e’ di profonda stima e gratitudine. La prima volta poi che sono entrato in sartoria ero proprio con Piero Tosi durante i miei studi al Centro sperimentale di cinematografia e mi si è aperto un mondo dal fascino irripetibile. Le cose che avevo sempre sognato erano davanti ai miei occhi. Una famiglia che non ho più abbandonato.

Come è nato l’incontro con Matteo Garrone?

– Beh, è un aneddoto molto divertente. Mi ha chiamato la sera del 1° aprile 2014. Lì per lì ho pensato che si trattasse di uno scherzo, il fatidico pesce d’aprile, perché spesso con i miei amici ci facciamo scherzi del tipo: “Ti ha cercato Spielberg, oppure, hai vinto un premio…!” E invece no, era proprio lui. Pochi minuti dopo ne ho avuto la conferma con l’inizio di una serie di telefonate da parte della produzione. Ero la persona più felice del mondo nell’apprendere che un regista di quel calibro cercasse proprio me per un suo nuovo lavoro, per giunta in costume.

Hai lavorato in sinergia con Matteo o ti ha lasciato carta bianca per la realizzazione degli abiti?

– Assolutamente in sinergia. Matteo è un esteta, viene dalla pittura, per lui i colori sono importantissimi e lo sono anche per me, indispensabili per creare empatia con lo spettatore, come nel caso, per esempio, dell’abito rosso di Salma Hayek nella scena del labirinto. Un regista per un film in costume deve affidarsi al costumista, dargli molta fiducia. Per questo film, tra l’altro, non ho avuto molto tempo per la preparazione ed ho continuato a realizzare abiti fino alla fine delle riprese.

Quanto è difficile trasmettere attraverso un abito l’ambiente/atmosfera di un’epoca (vedi per esempio il film di Scola,“Che strano chiamarsi Federico” di cui sei stato costumista). Come hai restituito, in quel caso, Fellini?

– Semplicemente con la documentazione e lo studio, si trattava di personaggi realmente esistiti, che Scola aveva vissuto, conosciuto personalmente. Attraverso i suoi racconti li ho rivissuti. La cosa non facile e’ stata ritrovare la fisicità che rendesse i personaggi credibili, in quel caso non potevamo inventarci nulla.

Descrivimi il tuo metodo di lavoro. Piero Tosi ha dichiarato che iniziava dalla testa, dalla pettinatura, dal volto di un attore per connotarlo attraverso i costumi e tirarne fuori il personaggio – essendo il cinema un linguaggio declinato per inquadrature -.

– Piero ha sempre ragione, il cinema e’ fatto nell’80% dei casi di primi piani o piani americani, l’acconciatura e’ fondamentale per connotare il carattere del personaggio, è ciò che lo rende credibile agli occhi del pubblico. Credo profondamente in una cosa: anche se non c’è più cultura visiva, una cosa brutta o fatta male arriva sempre sullo schermo… anzi non si tratta neppure di bello o brutto, ma di giusto o sbagliato… non devi fare esclusivamente cose belle, il bello è soggettivo, ma lo sbaglio è oggettivo e viene percepito sempre.

Una scena del film "Il racconto dei racconti" di Matteo Garrone

Una scena del film “Il racconto dei racconti” di Matteo Garrone

E’ stato difficile avere come modelli stars internazionali del calibro di Salma Hayek o di Vincent Cassel? Che rapporto hai avuto con loro e come hai lavorato alla prova costume (che presumo non sia stata soltanto una)? Che tipo di lavoro hai compiuto rispetto alla loro fisicità?

– Il mio compito è quello di aiutare la fisicità di un attore esaltandone la bellezza, ma anche creare un personaggio raggiungendo il giusto mix tra le due cose. Magari ci fossero molte prove! A volte non le facciamo neppure… o se va bene ne fai una! Spesso gli attori arrivano il giorno prima delle riprese, soprattutto se si tratta di attori che abitano in altri paesi. Per me non è mai stato difficile il rapporto con stars internazionali, sono esseri umani, non ho mai sentito nessun tipo di imbarazzo nel relazionarmi con loro, non ho mai sofferto lo star sistem, sia da assistente che da costumista.

Quali sono state le suggestioni pittoriche (artistiche) per “Tale of tales”?(Garrone ha dichiarato di essersi ispirato ai “Capricci” goyeschi). E tu?

– Mi sono ispirato a momenti diversi per ogni storia. Nel caso di Salma Hayek – per storia e caratteri dei personaggi – alla corte spagnola del ‘600: sanguigna, mediterranea, materna; nel caso di Vincent Cassel alla corte francese: più lasciva, frivola, erotica, spensierata; nel caso di Toby Jones al mondo inglese: flemmatico, contenuto nei sentimenti, più freddo anche nei colori e negli ambienti e ho diviso le storie proprio per colori: nero e oro per Salma, i toni del rosso per Cassel, colori freddi nella storia di Toby.

Le locations di “Tale of tales” sono moltissime e presumo abbiano comportato spostamenti molto faticosi. E’ stato davvero difficile quel set visto il caldo, i castelli e i molti labirinti?

– Difficilissimo! Incastri incredibili!… e, sì, un caldo pazzesco… i miei collaboratori sono stati bravissimi! Senza di loro non sarei mai riuscito.

Quali sono state le difficoltà maggiori?

– Cinque settimane di preparazione per i costumi, dodici settimane di lavorazione… la difficoltà è sempre data dalla mancanza di tempo… il tempo non basta mai! Io poi se non mi dessero delle tempistiche continuerei in eterno a decidere, non sono mai contento.

Quanto è importante il dettaglio nella costruzione di un abito?

– Fondamentale! Il mio modo di fare costume è trovare l’essenza del periodo storico che affronto per poi condirlo di dettagli, di particolari, togliendo ogni frivolezza. La forma e’ importantissima, la stoffa e’ importantissima, forma e stoffa sono tutto.

Se potessi scegliere oggi di lavorare con un grande regista hollywoodiano per realizzare i costumi di un suo film chi sceglieresti (a parte Gilliam con cui hai lavorato per “The Wholly Family”)?… hai tre opzioni:)

Escludendo Burton e Gilliam che adoro e con i quali ho già avuto la fortuna di lavorare, da buon visionario direi: Terrence Malick, Wes Anderson e Ridley Scott.

I costumi di cui ti sei perdutamente innamorato da addetto ai lavori e dei quali hai pensato: ”Avrei voluto realizzarli io!”

– “La marquise d’O…” di Rohmer, “Arca russa” di Sokurov,”Maurice” di James Ivory e quelli del mio maestro Piero Tosi. Lo so, sarò banale ma è così!

Cosa suggeriresti ad un ragazzo giovane che oggi voglia intraprendere il tuo stesso tipo di percorso? Qual è la qualità fondamentale che deve possedere un costumista?

– Due cose: passione e amore. Sono i motori che muovono il mondo. Un costumista deve innanzitutto essere un grande conoscitore del passato, il bagaglio culturale viene solo ed esclusivamente dal passato… il passato è già racchiuso in una giornata di 24 ore e puoi conoscere tutto di esso.

Gli italiani sono davvero i costumisti migliori vista l’alta scuola sartoriale che ci connota?

– Beh, in Italia abbiamo avuto la fortuna di nascere nella culla dell’arte moderna, credo aiuti molto visivamente nelle scelte di chi vuol fare il nostro tipo di lavoro.

Il mio secondo cognome (pseudonimo) è un omaggio a Hugh Jackman che hai conosciuto e vestito sul set di “Van Helsing”. In 4 parole, com’è Hugh?

– In 4 parole? Sexy, sexy, sexy e… sexy! A parte gli scherzi, e’ una persona davvero speciale: attento, disponibile, squisito. Sì, una persona meravigliosa!