L’insegnamento di Pippo

Palazzolo Acreide è un piccolo paese della Valle dell’Anapo, nell’interno siracusano. Origine antiche, delizioso teatro greco e affascinanti chiese barocche. Noto non è lontana. Non è lontana nemmeno Modica, Ragusa e Porto Empedocle, la Vigàta del Commissario Montalbano. Palazzolo era il paese di Pippo Fava, il giornalista e scrittore – diretto di quello stupendo giornale di impegno chiamato “I Siciliani” – ucciso dalla mafia a Catania il 5 gennaio 1984. E qui è sepolto, nel cimitero cittadino. Sulla sua tomba, una delle sue frasi più celebri: “a cosa serve vivere, se non c’è il coraggio di lottare?” Già, a cosa? Fu il secondo intellettuale ucciso per mano della mafia dopo Peppino Impastato, che per ironia della sorte quello stesso giorno avrebbe compiuto trentasei anni se anche la sua corsa alla vita non fosse stata fermata da Cosa Nostra. Pippo Fava scriveva riteneva che “in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo”. Ecco perché vogliamo occuparci di lui. Perché questo messaggio sul “giornalismo etico” non vada disperso. E noi vogliamo dare il nostro contributo. Ma non vogliamo parlare di trent’anni fa. Vogliamo parlare dell’oggi, del lascito di Fava e di coloro che hanno fatto proprio il suo messaggio.

Ogni anno, in occasione dell’anniversario, il Coordinamento Antimafia Fava di Palazzolo e la Fondazione che porta il nome dello stesso giornalista, a margine di un convegno, attribuisce un premio nazionale, il Premio Giuseppe Fava Giovani, ad un giornalista che si è distinto particolarmente nell’attività di impegno e denuncia civile. Questa’anno il premio è andato alla giovane cronista Ester Castano, 23 anni, nata in Lombardia ma di origini siciliane che, supportata dal Direttore della testata giornalistica per cui scrive, ha raccontato e denunciato gli affari opachi tra politica, amministrazione e ‘ndrangheta di una terra di cui tutti raccontavano l’estraneità assoluta a connivenze di tipo mafioso e su cui molti ancora si ostinano. Ester non lavora a Catania, Palermo o Napoli, ma a Sedriano, provincia di Milano. Ed anche lei ha dovuto sopportare l’isolamento, la delegittimazione – a partire dall’accusa di parlare e vedere mafia solo perché originaria della Sicilia – gli stereotipi, che tuttavia non hanno arrestato il suo desiderio di verità. “Le mie inchieste –ha dichiarato in sede di premiazione – nascono dalle sollecitazioni dei cittadini. Fare giornalismo in un piccolo centro come quello di Sedriano non è lo stesso che farlo in una grande città, devi avere a che fare con gli sguardi di persone che conosci bene e che ti conoscono, del vicino, si vive in uno stato di tensione quotidiana. La Lombardia deve imparare dalla Sicilia nella denuncia ad esempio delle estorsioni, del malaffare; ha difficoltà, mentre la coscienza civile in Sicilia si è svegliata”. Querele e accuse di diffamazione contro Ester, ma anche contro Altomilanese, la testata per cui scrive, e per il suo direttore, Ersilio Mattioni, erano partire dal sindaco di Sedriano, Alfredo Celeste, amministratore posto sotto accusa da ben 6 articoli in meno di un mese. Eppure, il 15 ottobre 2013 il Comune di Sedriano veniva sciolto per infiltrazione mafiosa. Le sue inchieste avevano centrato il segno. All’incontro, svoltosi all’interno della gremita Aula consiliare di Palazzolo, hanno preso parte anche Claudio Fava, figlio di Pippo, oggi Deputato del Parlamento italiano e, in collegamento skype, il Giudice Nino Di Matteo e il Procuratore aggiunto di Messina, Sebastiano Ardita.

Un primo momento toccante e di profonda riflessione lo ha regalato la proiezione della registrazione della conferenza tenuta da Fava  il 20 dicembre 1983 con gli studenti dell’I.T.I.S. di Palazzolo. Il titolo era “Violenza e mafia – i giovani e la scuola contro” (reperibile su youtube), tema che trattò il giornalista antimafia e le cui parole risuonano oggi, come sempre, attuali e dense di significato. “Dalle mafie tradizionali ai sistemi criminali” è stata la traccia per il dibattito che è seguito, con l’intervento di Claudio Fava. “C’ero anche io all’incontro con la scolaresca”, ha detto prima di proseguire sulla questione della delegittimazione, su ciò che avvenne in seguito all’uccisione di suo padre: “Si disse poco dopo: ‘Si indaga a 360°, parliamone con cautela, non è detto che c’entri la mafia, non è detto che raccontare queste storie, essere cantastorie possa determinare una reazione da parte della mafia’, ecco, il racconto che Giuseppe Fava fa di che cosa sia la mafia, di come sia diventata una struttura articolata e determinata di potere e la reazione sprezzante con cui un pezzo della società reagisce alla notizia della morte, scegliendo di guardare altrove, rappresenta il duplice aspetto di quando si racconta di mafia. La memoria è quella che si conserva nei confronti di chi non c’è più, come atto di solidarietà dovuta, il ricordo. Credo che noi in questi anni abbiamo avuto non soltanto memoria ma abbiamo saputo legare le cose che mio padre diceva, come una visura della vita che potesse servire ai giovani, ed il lavoro che è stato fatto qui ed altrove risulta prezioso, forse più semplice da fare oggi rispetto al passato in cui il lavoro veniva svolto in grande solitudine, con molto silenzio attorno. Noi sappiamo come il silenzio serva anche a comprimere, a togliere linfa, a togliere vita, entusiasmo. A trent’anni dalla morte raccontarne con parole di assoluta attualità credo sia merito di quello che Giuseppe Fava diceva allora e di chi quelle parole se le è caricate sulle spalle e le ha portate a spasso per il mondo in questi anni”.

Poi è stato il momento delle parole di Nino Di Matteo, Pm del tribunale di Palermo,  su cui pende la condanna a morte del boss mafioso Totò Riina, che ne ha commissionato la morte, come si evince dalle intercettazioni che rivelano tale volontà. Impossibilitato ad essere presente per ragioni di sicurezza ha voluto comunque dare il proprio contributo. Il magistrato che indaga sulla trattativa Stato-mafia e che si trova davanti ad un assordante silenzio da parte delle istituzioni, Quirinale compreso. Di Matteo ha parlato del suo legame con Pippo Fava e con I Siciliani, e dell’influenza ricevutane. E di come si respiri e percepisca un calo d’attenzione sul rischio che corrono coloro che quotidianamente combattono in solitudine le mafie e le loro connivenze. “Se noi – ha detto – riuscissimo a spezzare qualsiasi legame tra mafia e politica, mafia ed imprenditoria, la mafia potremmo debellarla quasi definitivamente. Facendo i giusti e rispettosi distinguo rispetto alla grandezza di Borsellino e Falcone, per molti aspetti il clima è sempre quello, è la storia che si ripete, nascono occasioni di delegittimazione. Stiamo ricordando Giuseppe Fava e la famiglia, gli amici, hanno subito sulla propria pelle dopo la sua morte cosa sia”. Di Matteo ha poi proseguito: “Sono ottimista, tantissimi passi sono stati fatti in avanti. I giovani di oggi possono agire solo in meglio rispetto alla nostra generazione. La rivoluzione culturale che sconfiggerà la mafia è già partita da loro, e già in atto, sono convinto della sua sconfitta, quando verrà meno la mentalità del favore, della scorciatoia, del ricatto, l’apparato militare mafioso non troverà spazio. Ho ricevuto un oceano di solidarietà, hanno voluto incontrarmi alunni di una scuola di un quartiere palermitano, ad alta densità mafiosa, le maestre mi hanno raccontato come siano stati i ragazzini ad insistere perché io ricevessi i loro temi”. Forte il richiamo all’indifferenza delle persone che hanno in passato assistito, ma anche oggi, in maniera distaccata alla lotta che ha visto e vede contrapposte magistratura e mafia: “abbiamo un compito, di non arretrare di un centimetro, abbiamo bisogno di fare un salto di qualità anche politica che consenta alla magistratura di intervenire attraverso strumenti opportuni ed idonei”. Riferimento ad una legislazione chiara, organica ed efficace su corruzione, falso in bilancio, riciclaggio e auto-riciclaggio ed a tutte quelle pratiche che consentono alla malavita di alimentarsi. Strumenti che permettano alla magistratura di fermare il processo di osmosi tra mafia e Stato, che fa leva specialmente sulla debolezza umana e ricattabilità sociale degli uomini.

Esiste in ognuno di noi una coscienza che ci interroga ogni qual volta decidiamo da che parte stare, possiamo ascoltarla o renderci sordi, possiamo anche scegliere la strada più semplice dell’apparenza, dell’indifferenza, del non vedo, non sento, non parlo. Decidere di stare dalla parte della giustizia richiede coraggio, a maggior ragione quando attorno il silenzio diventa pervasivo. Ed oggi il silenzio è proprio così: pervasivo e assordante. Oggi, per certi versi, come ricorda in un recente contributo lo storico Nicola Tranfaglia, la situazione è peggiore che ai tempi di Fava, cioè peggiore di 30 anni fa. All’epoca – come dimostra la famosa intervista rilasciata dallo stesso giornalista a Enzo Biagi, il 28 dicembre 1983, una settimana prima di essere ucciso – si parlava molto più spesso di mafia e dei poteri legati alle associazioni criminali. E l’intervista di Fava era stata discussa a lungo anche da alcuni politici sui giornali e nelle aule parlamentari. Oggi le cose stanno diversamente. La mafia è scomparsa dai mezzi di comunicazione e, soprattutto, dalle agende dei partiti. Non pare sia una priorità. Una situazione gravissima se si pensa al succedersi di comuni sciolti per infiltrazioni mafiose non solo al Sud, ma anche al Nord; comuni diventati sedi privilegiate del riciclaggio del denaro mafioso e dei grandi investimenti immobiliari da parte delle multinazionali del crimine organizzato.  Vorremmo ricordare, a riprova di quanto stiamo affermando, che il 2012, con il governo Monti, è stato l’anno in cui il governo ha sciolto il numero maggiore di comuni (dopo il culmine, raggiunto nel ’93 in seguito alle grandi stragi di Capaci e di via d’Amelio). Si è arrivati a 25 comuni: sei in Campania (tra i quali Casal di Principe ma anche Gragnano, Pagani e Castel Volturno), undici in Calabria (tra i quali la capitale Reggio Calabria), cinque in Sicilia (tra i quali Salemi, Racalmuto e Isola delle Femmine) e a questi si sono aggiunti tre comuni, Ventimiglia in Liguria e due comuni in Piemonte in mano all’ndrangheta come Leinì e Rivarolo Cavanese.

Ma quel che preoccupa è che oggi sono sotto la lente di ingrandimento delle commissioni nazionali formate da prefetti tre comuni in Campania (Giugliano, Quarto e Torre del Greco), uno in Puglia (Manduria), dieci in Calabria (tra i quali Cardeto, Montebello Jonico, Siderno, Taurianova e Rende che è sede dell’Università della Calabria). E nel rapporto 2013, Avviso Pubblico, l’associazione dei comuni (rete di enti locali contro le mafie) impegnata contro il fenomeno mafioso, ritiene che il commissariamento sia più che probabile in quelli già sciolti in un passato recente. C’è molta strada, insomma, da percorrere, ma non sembra che, soprattutto a livello politico, vi siano né la consapevolezza né la volontà per insistere. Proprio come temeva Pippo Fava.

Articolo pervenutoci dalla Redazione de “Il Megafono”  – Liceo S. “Curiel”- Padova.

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