LIBRI. Ritorno alla maturita’

di Giuseppe Tramontana.

Il ritorno non è come la partenza. Il ritorno è più nostalgico, più accomodante, più traditore. Sei tornato e, quindi, cerchi di essere comprensivo, attento. Attento e comprensivo. Che nulla ti sfugga, soprattutto le novità fiorite nel frattempo e che nulla diventi oggetto di ingenerose contumelie, ingiusti giudizi. Arrivi, incontri gli amici che ti accolgono come un sopravvissuto, una sorta di predestinato alla salvezza, quasi circonfuso da un’aurea di intangibilità, che poi forse è solo disabitudine alla frequentazione. Giri per le vie del paese. Te lo ricordi bene. In fondo, nonostante tutto, non è da tantissimo che non ci metti piede. Vai in Piazza Dante. Dante? In effetti, Antonella, cicca in bocca e capelli neri arruffati sulla fronte, ti informa che non si chiama più così. Resti basito. Com’è possibile? Da generazioni, dacché il paese è stato lambito dalla luce del sole, quella è stata sempre Piazza Dante. Era una delle poche certezze: “Dove ci vediamo stasera?” “A Piazza Dante!” “Eh, sì, vabbé… ma dove…” “Come al solito, sotto il monumento.” Perché, al centro della piazza c’è un monumento ai caduti della prima guerra mondiale. Il monumento per antonomasia, appunto. Ora, a parte che la piazza è stata rialzata di un cinquanta centimetri buoni e, conseguentemente, monumento, ringhiera che lo circonda, sedili in ferro battuto, fontane ai lati, alberi e aiuole sono sprofondati di altrettanto (i marciapiedi, invece, semplicemente sono spariti), a parte questo, anche il nome le hanno cambiato. Ora è dedicata ad un ragazzo morto in Iraq o in Afghanistan, non saprei. Si chiamava Sebastiano – ce ne sono un bel po’ di Sebastiano in paese: è un nome frequentato, diciamo – e morì, se non sbaglio intorno al 2010 in un attentato lì, in quelle contrade di guerra. Cerchi di saperne di più. Antonella e Concita (la quale nel frattempo ha terminato la giornata di lavoro presso il Centro Anziani e vi ha raggiunti), ti raccontano ciò che è accaduto. Stranamente esordiscono – e altri con i quali parlerò dell’argomento nei giorni a seguire faranno lo stesso –  spiegando che il ragazzo, sicuramente meritevole di rispetto e pietas, tuttavia non può essere definito un eroe. All’inizio non comprendi i termini della colta e pedante disquisizione, poi tutto ti si rivela: la famiglia del militare, certamente con un pelino di arroganza, impose l’aut aut all’amministrazione: o intitolate la piazza principale o nulla. Motivo? Nostro figlio è un eroe. Ecco spiegato il motivo per cui i paesani in disaccordo con la nuova scelta partono da lontano – cioè dall’analisi filosofica del concetto di eroe – per spiegare la loro posizione: è così che, in un colpo solo, contestano ab ovo il mutamento di nome della piazza e, di conserva, l’operato – pusillanime? opportunistico? insipiente? – dell’amministrazione, rea pertanto di essere stata eccessivamente cedevole non al dolore, ma al ricatto della famiglia. Una questione che, se la osservi bene, ricorda Filologia di Sciascia: negare il nome per negare la cosa: lì la mafia, qui l’eroe… Sempre in Sicilia, sei… Sono in molti, ti rendi conto, a pensarla così, in paese. Ma soprattutto quasi tutti svolgono lo stesso ragionamento, utilizzando sostanzialmente e con poche varianti le identiche argomentazioni. E tutti decisi alla medesima (nicodemistica?) “disobbedienza” privata: per noi resta sempre Piazza Dante.  Ti sembra di stare davvero su un palcoscenico, con tanto di copione mandato a memoria o, semplicemente, assimilato. Sempre in Sicilia, sei, ti ripeti. La stessa di Pirandello e Angelo Musco, di Martoglio e Pippo Fava (a nessuno dei quali, per inciso, è intitolata una via in paese: neppure a Pirandello!)

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Il giorno successivo, con calma e sotto un cielo decisamente primaverile, ti inoltri nei vicoli, nelle piazzette… Qualche Babbo Natale aggrappato a qualche ringhiera di balcone, epigrafi ai muri, un pullulare di gente nei bar: ed è giornata lavorativa. E poi auto parcheggiate ai lati delle strade, qualcuno con una ruota sul marciapiedi, altre che si incrociano e zigzagano evitando incidenti. Tutto naturale, senza acrimonia, senza fretta. Ci si saluta. Qualcuno saluta anche te. Ti avranno riconosciuto? Ti avranno scambiato per qualcun altro: è impossibile che, dopo anni che non ti fai vedere, qualcuno ti riconosca per strada e non ti chiami, non ti fermi, non ti abbracci, non ti stampi due baci sulle guance mentre ti fa il terzo grado: da quanto manchi? Che ci fai qui? Dove sei (cioè dove vivi)? Hai figli? Quanti?…

Giri e rigiri. I muri delle case sono per lo più senza malta, scrostati, grezzi. Grigio e giallo arenaria color amnesia, pensi. Il paese non ha né il grandioso fascino della catastrofe, della rovina, né il nostalgico intimismo della decadenza. Quasi tutto appare sotto la luce cupa e brutale dell’incuria, della trasandatezza, dell’abbandono. Nessuna tradizione, solo vecchiezza; niente antichità, tutto decrepitezza. Anche il nuovo è vetusto.  Ti si stringe il cuore. Con quel sole, con quel cielo, come si possono tollerare le cacche dei cani per strada, le cartacce sotto i marciapiedi, i muri senza intonaco, la piazza rialzata, la piazza rinominata, il monumento kitsch – più un altare, a dire il vero: una Sicilia enorme costellata di bandiere italiane, cappelli di alpini, aquilotti, simboli della trinacria e chi più ne ha più ne metta – dedicato sempre al militare caduto… Sembra che le novità, in paese, siano soltanto quelle che hanno da fare con la fine di questo infelice ragazzo. Ti viene da pensare perfidamente che non aspettassero altro… Potenza del provincialismo…

Intanto, si va a Lentini. Per strada, lungo la Statale, i giardini verdi, rigogliosi, lampeggianti di arance grosse come pianeti, si alternano a terre incolte, dall’erba alta o nero-bruciata… Un’atmosfera di precarietà. Già da lontano, si nota, svettante su collinetta prospiciente il caseggiato, il nuovo ospedale. Sembra enorme, moderno e magnifico. Esuberante nella sua possanza: ti ricorda il  fredericiano Castel del Monte. L’ingresso della cittadina, al contrario, è di uno squallore disarmante. Immondizie, cumuli di materiale edile abbandonato, opere iniziate e mai finite. Pare che nulla di iniziato venga poi finito, qui. La piscina comunale, di fatto, non esiste più: abbandonata, così come i campetti di calcetto. In pieno centro, l’ex lavatoio, restaurato e trasformato in  centro culturale, qualche tempo fa (anni fa?) è stato dato alle fiamme da mano verosimilmente mafiosa. La cultura fa sempre paura alle mafie. Per questo sarebbe stato necessario ricostruirlo il prima possibile e meglio di come fosse. Invece no: è stato abbandonato. E persino l’idea di un centro culturale sembra non esistere più a Lentini, il paese di Gorgia, Jacopo da Lentini e Sebastiano Addamo, il paese dei miei anni liceali e degli operai che, determinati e battaglieri, muravano le porte della canonica per vendicarsi delle campane che, ogni domenica, disturbavano il loro riposo…

Per la presentazione, incontri i vecchi compagni di scuola. Nella maggioranza dei casi, dopo 28 anni. Tutti, bene o male, ci conserviamo bene. Nessuno ha perso ironia e voglia di scherzare. A qualcuna la maturità dona una freschezza ed esuberanza, a qualcuno chili in più. Faccio nuove conoscenze. Una ragazza-signora rapisce la mia attenzione. Accompagna la mia amica ed ex compagna di classe Concita. Si chiama Valeria. E’ una bionda dagli occhi castani e dalle labbra carnose, sensuale, ma di una sensualità apparentemente pacata, non aggressiva: braci sotto le ceneri. Ha uno sguardo tra l’incuriosito e il languido. Deve essere, prima di tutto, una bella persona, oltre che una bella donna. Forse con qualche preoccupazione che non riesce, tuttavia, a scalfire gentilezza e carica erotica. Poi si parte. Si parla, ci si confronta, si leggono brandelli del romanzo, si eseguono brani di accompagnamento. Si finisce con saluti, ricordi, foto di gruppo, inviti a fermarsi da dover declinare. Ti senti bene, soddisfatto. Come se avessi riempito un altro vuoto della tua casella esistenziale. Torni a casa con nuove immagini negli occhi, suadenti parole e note nelle orecchie. Un solo pensiero ti turba: quel Centro culturale andato in fumo e mai più ricostruito…

In serata, per ben tre volte, incontri gente che ti scambia con il tuo amico ed ex sindaco Enzo, che peraltro non vedi da parecchi anni, non hai ancora incontrato e che perciò non hai idea di come sia diventato. Come mai questa somiglianza? Vuol dire che, invecchiando, sei migliorato? Non c’è altra spiegazione.  Enzo è stato sempre più bello, più ammodo, più garbato di te. Parlava a voce bassa e modulata. Tu sei sempre stato invece uno sbraitone, un vuciazzaru, poco accomodante, un tantino sgarbato… Quando, l’indomani, incontrerai Enzo e si chiarirà  il mistero: vi assomigliate, ma solo di profilo. Lui resta più elegante e pacato, gentile. Ha una moglie, Alessandra, splendida (ma almeno su questo non ti senti in svantaggio: anche la tua non è da buttar via…) e una figlia, Ludovica, carinissima: sarà lei a cantare La notte prima degli esami di Venditti all’apertura della presentazione in paese. Sarà domani sera. Ti auguri che ci sia parecchia gente, amici che non rivedi da tanto tempo.   Qualcuno ha già preannunciato la sua presenza su facebook. Ci saranno Amelia e Gaetano, Aurora e Gianni, Maria e Valentina, Nello e Marcello. Sarò felicissimo e sorpreso di rivedere Mario e la sua compagna brasiliana, Zurema.  Poco prima dell’inizio, appena qualcuno mi chiede della presentazione del giorno precedente, si impianta un discorso sulla vicina Lentini, parli delle tue impressioni, dei mozziconi di opere, dei bordi delle strade infestate da erbacce e detriti, del centro culturale… Qualcuno mi racconta, allora, del clamoroso caso di apartheid successo proprio in una scuola lentinese. Poiché un istituto tecnico, a causa della fatiscenza dei locali, non poteva più ospitare gli studenti, hanno trovato loro un’altra sede: un’ala di un liceo. Chissà perché si pose un problema di convivenza tra gli studenti dei due istituti. Non c’erano mai stati episodi che denunciassero problemi del genere: né litigi, né polemiche né, tanto meno, segni di contestazione. Anzi, al di fuori dei locali scolastici, molti ragazzi e ragazze si frequentavano e frequentano abitualmente: d’altronde, è ovvio: mica siamo a New York! Eppure qualcosa successe. Durante un’assemblea di genitori, convocata ad hoc per discutere della convivenza tra gli studenti delle due scuole, a maggioranza prevalse l’opzione separatista, l’apartheid la chiama qualcuno. Le due scuole da quel momento hanno ingressi separati. O meglio, il liceo ha tenuto il solito ingresso, mentre quelli del tecnico entrano ed escono dalle scale antincendio. Non solo. I secondi entrano dopo per non farli incrociare, davanti alla scuola, con i liceali. Sono separati nell’uso della palestra e non possono accedere alle macchinette delle merendine e delle bibite in quanto collocate nell’atrio centrale del liceo e quindi naturalmente off limits per quelli del tecnico. Un’aberrazione che, però, tutti, vittime comprese, hanno preso con filosofica ironia e il sorriso sulle labbra. Ti chiedi cosa sarebbe accaduto se una cosa del genere si fosse verificata in un qualsiasi paese del Nord… Per uno scherzo del destino o per semplice dimenticanza dettata dall’irrilevanza della questione, l’unico locale intorno sfuggito alla regolamentazione separatista è stata la biblioteca. Che pertanto resta, sulla carta, di utilizzabilità comune o promiscua.  Ma pare che non venga comunque usata. Vi si vede solo rarissimamente qualche insegnate e ancor più di rado qualche studente. Mai un genitore…

La serata sarà bella ed intensa. Tante domande, tante risposte. Tante facce conosciute. Ti senti un uomo tra uomini e donne. Si sondano argomenti esistenziali, filosofici, teologici, politici. In questi ultimi, Alessia ci sguazza. I primi sono il terreno di caccia di Nuccio, affascinato dal personaggio di Enrico del romanzo. Gabriele e Concita sono da applausi per le letture dei brani che seminano emozioni.  E poi ci sono gli accordi di Peppe e Giovanni mentre chi non ha ascoltato la voce graffiante di Alice cimentarsi con Amandoti dei CCCP non sa cosa voglia dire passione. Da brividi. Tra il pubblico noti due giovani donne, belle, sobrie, altere. Saranno sulla trentina, a prima vista. Una ha i capelli raccolti dietro la nuca, l’altra li porta corti. Sono entrambe truccate sobriamente, con un filo di trucco. Una con un foulard bordeaux attorno al collo, l’altra con una sciarpa a motivi astratti marrone e beige. Non ti sembra di conoscerle. Ma, chissà perché, ti danno tranquillità, sicurezza. Quei visi sorridenti e gentili, quel modo di accostarsi l’una all’altra per bisbigliare, quel loro sorridere composto ti danno il senso della bellezza armoniosa e contenuta, da contemplare.

Finisce con Profumu di zagara, poesia scritta da te un millennio fa e che Peppe ha trovato il tempo e il modo di musicare. Il pubblico applaude. Grato, sembra.  Si spengono le luci e ti ritrovi con un gruppo alla Tegola, il pub di Alessia. Lidia – capelli biondissimi più che nibelungici: da elfo tolkieniano – decide di andar via quasi subito: domani lavora e non può far tardi. Sebastiano e Giusi, che domani partiranno per la Basilicata, la regione di lei, si assumono il rischio e restano. Poi arriva anche Antonella. Al tavolo accanto, Mario e Zurema.  Ne approfittate per parlare del Brasile, dei 35 gradi di Belém, dei meninhos da rua e delle bande giovanili che terrorizzano l’America Latina, del fallimento di Dilma Rousseff e della corruzione brasiliana e italiana, persino delle telenovelas, ma, stranamente, non di calcio nonostante Mario sia un appassionato tifoso del Napoli. Di calcio brevemente parli con Sebastiano, tiepido tifoso interista pure lui. Ci si incaglia nella formazione che vinse lo scudetto del 1988-89, la squadra di Trapattoni e dei record. Lui sostiene che in attacco ci fosse Klinsmann, tu che ci fossero Aldo Serena e Ramon Diaz. Lui, a sostegno della propria tesi, porta il fatto che in rosa, specularmente al Milan dei tre olandesi, ci fossero tre tedeschi: Matthaus, Brehme e, appunto, Klinsmann. Tu concordi sulla presenza dei primi due, ma non sul terzo.  Lui insiste. Ti viene qualche dubbio, soprattutto dopo che anche Mario, dal tavolo accanto, interviene per schierarsi con Sebastiano. Forse sbagli tu, cominci a perdere colpi. Ammetti che forse ti confondi… può succedere… Andrai a controllare e ti renderai conto di esserti arreso troppo presto: hai ragione tu: in quell’Inter non c’è il terzo tedesco, ma Diaz e serena sì… Certi argomenti, come diceva Cicerone, non si contano: si pesano.   Si lascia il calcio e l’Inter, si parla ancora del nome della Piazza ormai ex (“già”, è scritto sulla nuova indicazione toponomastica) Dante. Si parla di Roma e della Basilicata, della Sicilia e dei siciliani. Di pizze e piazze, città inquinate e contrade a misura d’uomo. Ci si commiata. Ancora una volta ti senti bene, tranquillo. Solo un leggero cerchio alla testa: sarà la tensione della presentazione, sarà il fumo delle sigarette che hai assorbito durante le chiacchierate all’aperto.

Giunge l’ora di andare. Così è, così deve essere. Rivedi qualcuno la mattina: Antonella che porta a spasso il labrador Blanca. Stai un po’ con lei, decidete di fare colazione insieme, chiacchierate della sera avanti. Poi la saluti. Mentre vai da Gianni a prendere il giornale, squilla il cellulare: è Concita, la tua amica che abita a Lentini, quella che aveva organizzato la rimpatriata con tuoi ex compagni di classe e ti ha presentato la bionda Valeria. Dice che tra una mezz’oretta sarà lì per salutarti prima della partenza. E’ puntuale, in effetti. Prendete un caffè e parlate della serata lentinese, dei vecchi compagni di classe, del suo e del tuo lavoro. Lei è psicologa, tu insegnante. Ha un figlio di 21 anni, Concita. Si chiama Francesco e si è appena iscritto, con qualche tempo di ritardo, a Filosofia, a Catania. La madre è perplessa. Secondo lei, l’ha fatto per le ragazze, con le quali, peraltro – così dice la mia amica –  generalmente non ha problemi, tutt’altro.  Ti piacerebbe toccare la questione socratica della filosofia come amore: amore per la conoscenza, ma anche erotismo vero e carnale tra amanti, amore come apertura verso gli altri (e le altre)… tirar fuori il Convivio platonico… ma il tempo corre. Ci si saluta. A casa ti aspettano per accompagnarti in aeroporto.

Davanti all’aereo, mentre ti imbarchi, note due hostess. Perfette nelle loro divise verde, foulard giallo al collo, capelli raccolti in una coda dietro la nuca, trucco leggero, labbra rose di rossetto sensuali ma non volgari. Ti fanno venire in mente le due giovani donne in platea durante la presentazione in paese.  La loro è una bellezza altera e austera. Professionale, diresti. Eccitante e rassicurante al tempo stesso. Ecco: rassicurante. Da hostess, appunto. Entri e trovi il tuo posto, sistemi il bagaglio nel ripiano superiore e ti siedi. Chiudi gli occhi un attimo. E se ti andasse a finire come il professor Budai del romanzo Epepe? Sorridi tra te: ma no. E poi tu te la caveresti: chi ha lingua arriva al mare, si dice in Sicilia. Cioè basta farsi capire in qualunque modo e una soluzione la si trova. Riapri gli occhi. L’aereo non decolla ancora, la striscia di asfalto nero della pista è a portata di mano. Apri il libro che porti infilato nella tasca della giacca. Ah, ecco, Verga e il silenzio sulla mafia… Sollevi lo sguardo un’ultima volta e sospiri: hai la sensazione di restare, mentre parti. O di partire, mentre resti. Mah!