Liberta’ e’ partecipazione. Curiel, 70 anni dopo

di Giuseppe Tramontana.

Mattinata livida,  a Milano, il 24 febbraio 1945. Non piove, non ancora. Ma il cielo è color pancia d’asino, gravido di pioggia.  In Via Enrico Toti, tra piazzale Baracca e piazza Conciliazione, ci sono quattro uomini fermi all’angolo. Sono infilati nelle divise nere del fascismo repubblichino. Purtroppo è frequente vederne, di questi figuri, in città. Li riconosci, oltre che per le camice nere e i calzoni alla zuava, per gli sguardi sprezzanti, i ghigni arroganti, la gestualità esagerata, teatrale, come a sottolineare che sono loro a comandare. Questi quattro, in particolare, si chiamano Amilcare Rolando, Augusto Pratichizzo, Felice Ghisalberti e Rocco Santoro. Non fanno nulla di particolare. Aspettano. Fumano e aspettano. Parlottano e aspettano. Senza mai perdere di vista la strada. Qualcuno sbuca da dietro l’angolo. E’ un uomo sulla trentina, alto, magro, occhiali, cappello e cappotto nero. Uno di loro lo indica con una mano. L’uomo se ne accorge e comincia a correre. I quattro lo inseguono per un breve tratto. Poi sparano. All’angolo di via Boccaccio ci sono dei  ragazzi. Stanno chiacchierando. Sentono i colpi e si muovono. Uno di loro, Gianni Cervetti, futuro dirigente comunista, vede l’uomo a terra, immobile, le gambe ferite e disarticolate, come a tentare di scalare il lastricato, l’addome insanguinato. Immediatamente giungono altri militi fascisti. Armi in pugno, intimano a tutti di allontanarsi. Proprio in quei momenti, al caffè Biffi, sulla medesima piazza, due donne attendono l’uomo a terra, l’uomo che non arriverà. Una è la sorella Grazia, l’altra si chiama Bianca Diodati. Entrambe fanno parte della Resistenza milanese. Non vedendolo arrivare, Grazia si allontana preoccupata, ansiosa, separandosi dall’amica che prende un’altra strada. Il giorno successivo i giornali scrivono dell’uccisione di uno sconosciuto ben vestito, di identità ignota, che porta occhiali da miope, un cappello di buona marca Borsalino, folti capelli scuri e ondulati, cappotto di buona foggia e ottima lana merino. Per due giorni lo sconosciuto resterà tale. Ma non per la polizia repubblichina che lo conosceva bene e da mesi lo cercava nella Milano di quel gelido inverno. La città è occupata militarmente da agguerrite forze naziste e fasciste, percorsa da frequenti scorrerie vendicative delle bande repubblichine, rese più truci, feroci, dalla consapevolezza che ormai la sconfitta è alle porte. Ma chi è lo sconosciuto? Lo sconosciuto è Eugenio Curiel, triestino, ha compiuto 32 anni l’11 dicembre ed è il più giovane tra i professori universitari ordinari italiani. Non vedrà la conclusione vittoriosa della guerra di liberazione alla quale aveva tanto contribuito. All’obitorio verrà identificato da Letizia Berrini, moglie di Giancarlo Pajetta, uno dei massimi esponenti antifascisti e della lotta partigiana.

Curiel riassume in sé il meglio del composito movimento che si è opposto al fascismo: ebreo, perseguitato razziale e, per ciò, espulso dall’Università di Padova e dalla rivista “Il Bò”, nella quale si è occupato soprattutto di questioni sindacali,  valente studioso, confinato politico nell’isola di Ventotene, capo partigiano componente della direzione del Pci, costruttore e animatore del Fronte della gioventù comunista durante la Resistenza. E’ stato il teorico della democrazia progressiva, l’unico tentativo – se si eccettuano le riflessioni carcerarie di Antonio Gramsci – di prospettare un futuro assetto socio-politico-economico alla società italiana dopo la caduta del fascismo.  Non vivrà la liberazione, Curiel, ma vi ha contribuito con la sua intelligenza, con la sua determinazione, con il suo sangue. “Liberate l’Italia,” scriverà il poeta Alfonso Gatto “Curiel vuole essere avvolto nella sua bandiera”: come se la liberazione dell’Italia avesse come fine ultimo il riconoscimento del sacrificio del giovane capo partigiano. Ma, alla liberazione, egli ha dato il suo apporto con la passione per la cultura e per la libertà. Per una cultura che fosse conoscenza. In particolare, conoscenza degli altri: è questo che ci arricchisce. “Conoscere gli altri,” scrive in una riflessione diventata il motto del Circolo Curiel del Lussemburgo, “significa, per tutti, elevare il proprio livello culturale.”  Ma la cultura senza l’amore per la libertà è un cuore arido, immoto, è un deserto dei sentimenti. Quella che paventa Curiel è una libertà attiva, partecipata, calda, vitale e gioiosa. Fatta di collaborazione e conoscenza degli altri, di condivisione e solidarietà. Non una libertà solo di facciata, passivamente vissuta o annoiata. Lo scriverà a chiare lettere Ettore Luccini, parlando di lui: “l’uomo che ha veramente la religione della libertà non può essere definitivamente sopraffatto in nessun regime, per quanto gravi siano le condizioni, ad un patto però, che non si illuda di essere libero chiudendosi nell’ambito ristretto d’una piccola cerchia di amici, o tra i suoi libri prediletti, ma porti questa sua esigenza di libertà fuori di sé, sia nell’ambito più immediato che lo circonda, sia e soprattutto nella società, servendosi a questo scopo di tutti i mezzi idonei” (E. Luccini, Materiali di storia, n. 8, marzo-settembre 1997, pag. 5).

Alla fine della guerra, il governo italiano, a firma del Presidente del Consiglio De Gasperi, assegna a “Eugenio Curiel, capo del Fronte della Gioventù. Docente universitario, sicura promessa della scienza italiana,” la medaglia d’oro al Valor Militare. La motivazione è ampia, il periodare, tipico dell’epoca, aulico, le parole degne del tributo a un eroe.  Se volete leggerla tutta, venite a Padova, al Liceo Scientifico a lui intitolato: il decreto è affisso all’ingresso. Accanto, la sua foto. E dire che, schivo com’era, se avesse potuto, avrebbe di certo sorriso di quelle frasi roboanti, nascondendo  riso e  imbarazzo dietro le volute azzurrognole dell’ennesima cicca rollata a mano.