Leviathan o della mostruosità del potere

di Giusy Paesano Jackman.

“Indico quindi in primo luogo come inclinazione generale dell’umanità un perpetuo e irrequieto desiderio di potere dopo potere, che cessa solo in morte”

Thomas Hobbes

Teriberka, cittadina nell’estremo Nord della Russia battuta dai venti gelidi del mare di Barents continuamente in tempesta è lo scenario in cui si muovono Kolya, un meccanico proprietario di una piccola officina, la moglie Lilya e il figlio Roman, nato da un precedente matrimonio. Il sindaco del posto, spinto da un progetto di speculazione edilizia, decide di espropriare loro la casa e la terra e davanti al tentativo dell’ uomo di appellarsi alle leggi dello Stato, diventa via via sempre più aggressivo e minaccioso dando luogo a un’escalation di macchinazioni e ritorsioni che condurranno a un drammatico epilogo. Questa,in estrema sintesi, la “trama” di Leviathan, del regista russo Andrei Zvyagintsev,già Leone d’ oro a Venezia nel 2003 per “Il ritorno”. Un film, Leviathan, dal percorso assai periglioso, osteggiato duramente in patria perchè ritenuto ”scurrile” e dall’approccio russofobico” tanto da indurre il Ministro della cultura russa a caldeggiarne il divieto e il deputato Vitaly Milonov a chiedere la restituzione dei finanziamenti pubblici inizialmente assegnatigli. Nonostante il comitato sovietico per l’Oscar lo avesse candidato a rappresentare il paese nella corsa alla statuetta e il riconoscimento ottenuto a Cannes per la migliore sceneggiatura, viene distribuito in patria in pochissime sparute copie e una cosiddetta “rilavorazione sul montaggio”.

“Il mio film non avrebbe provocato una reazione tanto forte se non avesse aperto una piaga che era lì già da molto tempo.Ha toccato un nervo scoperto, ma non potevo immaginarmi quanto avrebbe polarizzato l’opinione pubblica”, ha sostenuto Zvyagintsev.

Ma perché Leviathan fa paura? Cosa racconta di così scabroso tanto da beccarsi una censura preventiva nell’anno domini 2014?

Il titolo suona già come una dichiarazione di poetica e rimanda al Leviatano dell’ Antico testamento, mostro marino di smisurata potenza cui nessuno puo’ opporsi ma ancor più al Leviatano della trattatistica hobbesiana in cui lo Stato viene descritto come un corpus mastodontico dotato di autorità assoluta ottenuta attraverso la sommatoria dei singoli poteri (compreso quello temporale della Chiesa) che non lascia spazio alla rivendicazione dei diritti individuali men che mai da parte di soggetti ritenuti marginali come Kolya.

La messa in scena del potere ha qui come vittime sacrificali gli ultimi, in una prospettiva diremmo quasi verghiana, una sorta di “ciclo dei vinti” di marca squisitamente sovietica in cui ad essere piegate sono soprattutto le donne, portatrici di languore e afasie manifeste, consumate da una quotidianità che non conosce pietas.

Il paesaggio è opprimente e simbolico,respingente,abitato da una profonda solitudine e disseminato di segnali di morte,correlativi oggettivi dello stato d’animo dei personaggi: carcasse di imbarcazioni in decomposizione e scheletri di  grossi cetacei spiaggiati tra i quali campeggia quello di un’enorme balena che rimanda al Leviatano del titolo,in una delle sequenze più suggestive dell’opera.

Nella messa in scena epurata da ogni sovrastruttura formale (complice la livida luce dell’ottimo Mikhail Krichman), priva dei consueti orpelli che tanto colonizzano il nostro immaginario di spettatori occidentali, rimane la nudità del gesto filmico e la dirompenza di un racconto scomodo, oltraggioso, soprattutto agli  occhi dei voraci detentori del Potere costituito-non solo sovietico-che non ammette repliche né vie di scampo. Un racconto  morale e paradigmatico-che rimanda al Processo di Kafka e al Michael Kohlhaas di Heinrich von Kleist – pervaso da un sentimento di predestinazione degno della grande tragedia greca  e che ci riguarda tutti,indipendentemente dai  confini geografici o statali che ci delimitano. Una metafora sulle libertà violate dell’oggi,sull’ impossibilità di difendersi e autodeterminarsi in una terra di nessuno che è in realtà terra di tutti. Un‘opera in cui l’ESTETICA cede coraggiosamente il passo all’ETICA.

Titolo originale: Lefiatan; genere: drammatico; regia: Andrei Zvyagintsev; sceneggiatura: Oleg Negin e Andrei Zvyagintsev; fotografia: Mikhail Krichman; scenografia: Andrej Ponkratov; paese di produzione: Russia; anno: 2014; durata: 140 min.

Con: Alekseï Serebryakov(Kolya); Vladimir Vdovichenkov (Dimitri); Roman Madyanov (il sindaco); Elena Lyadova (Lilya); Anna Ukolova (Angela); Sergey Pokhodaev (Roman); Aleksey Rozin (Pasha).

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