Lettera ai miei studenti su Giovanni Falcone

di Giuseppe Tramontana.

Ciao ragazzi,

ogni anno, arrivati a questo punto, il rito si ripete. In prossimità dell’anniversario dell’attentato di Capaci, propongo ai ragazzi delle mie classi – soprattutto a quelli di terza –  di andare a casa e chiedere ai loro genitori, nonni, zii, amici più anziani una testimonianza sulla morte di Giovanni Falcone. Insomma li spingo a fare una mini intervista – se si ricordano do ve si trovavano, come appresero la notizia e, specialmente, cosa provarono in quel momento.  Perché lo faccio? Per vari motivi. Il primo, perché credo che dalla lotta alla mafia dipenda buona parte della nostra, attuale e futura, convivenza civile. Il secondo, perché l’attentato del 23 maggio 1992 è uno dei pochi, recenti, fatti storici di cui tutti si ricordano (possiamo aggiungere l’attentato di Via D’Amelio, l’11 settembre 2001 e il Mondiale del 2006; per i più azzimati, anche il rapimento Moro, certamente il Mondiale del 1982 e,  forse  – ma non ne sono sicuro – il delitto Dalla Chiesa).  Il terzo, perché a questo punto dell’anno scolastico, dopo la cavalcata attraverso guerre, paci, interrogazioni e approfondimenti, abbiamo un po’ di tempo per toccare argomenti che ci riguardano più da vicino.  Il quarto, perché spesso voi ragazzi vi  dimostrate  molto interessati alle faccende connesse alla mafia ed ai suoi crimini (ed alla lotta contro di essa). Il quinto, un elemento contingente, perché stamane mi è capitato di leggere una notizia molto preoccupante. Ma, col vostro permesso, di questo vorrei dar conto al termine della presente missiva.

Tornando al punto essenziale. Cosa accade ogni anno? Che i ragazzi tornano con le testimonianze delle persone a cui hanno chiesto di ricordare. Sono spesso ricordi vividi, partecipati, dolorosi, nei quali si mischiano il senso di impotenza provato e la voglia di riscatto. A volte si arricchiscono di qualche considerazione personale come quel padre che confessò che era stato quell’evento ad avergli fatto comprendere come la mafia fosse davvero una minaccia per l’Italia o quello che, al contrario, non si stupì perché era chiaro che Falcone, lo Stato, non lo amava e voleva farlo fuori…. Però, alla fine dell’esposizione, tutti  chiedono  a me cosa facessi io all’epoca, come avessi saputo dell’attentato. E che cosa avessi provato. Insomma, rivolgono a me le medesime domande che io avevo suggerito di porgere ai loro interlocutori.  E così rispondo. Nel silenzio assoluto, gli sguardi fissi su di me. Io lo so il perché:  poiché sono siciliano, mi osservano come una sorta di sopravvissuto, uno che è cresciuto zigzagando tra luparate e minacce mafiose, uno che ha assaggiato l’aspro odore della cordite e visto i morti ammazzati per le strade.  Io cerco di spiegare che la mia vita in Sicilia non è stata esattamente questa, che non vedevo morti ammazzati ad ogni angolo di strada (anche se qualcuno non me lo sono fatto mancare), che non si veniva minacciati ‘a prescindere’, come direbbe Totò, per qualsiasi iniziativa si intraprendesse (anche se qualche minaccia, più o meno velata, di tanto in tanto mi era piovuta addosso), che non tutti sono ‘amici degli amici’ e senza di loro non si otteneva neanche la schedina del totocalcio al bar (caso mai, se eri milanista o interista, il barista,  che era juventino, ti sfotteva un po’ in giro prima di consegnartela, ma poco male). Dunque, cerco di spiegare tutto questo e loro,  lì per lì, mostrano di aver capito, fanno di sì col capo,  certo, certo, ovviamente, ma poi, quando iniziano a rivolgermi le domande, intuisco che alcuni stereotipi sono duri a morire. E non per colpa loro, naturalmente. E, allora, sospiro e rispondo.  E così faccio adesso. Di solito, alla fine del racconto e dopo aver cercato di esaudire ogni curiosità, c’è sempre qualcuno che mi chiede come ci si sente ( o mi sento io) ad essere siciliani.  Io rispondo che, credo non sia molto diverso dal sentirsi veneto o toscano, groenlandese o filippino. Lo so, Sciascia avrebbe molto da ridire su questa mia risposta, mi piace pensare che sono un cittadino del mondo: ‘la mia patria è il mondo intero’, come dicevano gli anarchici una volta (e francamente non so se lo dicono ancora…). Tuttavia, non posso rinnegare di essere siciliano ed, in fondo,  sono anche un po’ fiero di avere le stesse origini del giudice Falcone. Altri siciliani mi hanno ripugnato nella vita, ma di qualcuno riesco ancora ad essere fiero. E, tra questi, i giudici Falcone e Borsellino.

All’epoca, dovete sapere che avevo molta rabbia in corpo. C’erano molte cose che non mi piacevano, in Sicilia, nel paese in cui ero ritornato dopo gli anni di università. Ero ritornato nel marzo del ‘92. Mi ero laureato a febbraio ed a marzo ero giù. All’università, a Padova, avevo conosciuto tanta gente, avevo fatto politica, assemblee, occupazioni, discussioni, confronti, manifestazioni, ma tutto in un ambiente che ti lasciava respirare, dove non si percepiva l’oppressione del malaffare, della rassegnazione, delle inconfessabili e spesso ottuse connivenze. In realtà, tanto tempo dopo, avrei scoperto che anche qui i meccanismi delle meschinità, del ricatto, delle ruffianerie e delle prepotenze non sono molto diversi. Hanno solo un altro volto, meno sudicio, meno sanguinoso forse, ma, in molti casi, non meno  cinico o depravato.

Basta, non voglio annoiarvi. C’erano molte cose che non mi piacevano,  ho detto.  Avevo molta rabbia dentro. Ma ero riuscito a farne un elemento positivo, come una sorta di propellente, un carburante che mi permetteva di guardare tutto con lucidità per individuare le magagne, denunciare le storture, ribellarmi alla sopraffazione, alla rassegnazione, non farmi ingannare dalle subdole parole di buon senso che in realtà, di sovente, nasconde una gran voglia – ma proprio grande, eh! – di strisciare e dire di sì al potente di turno: buon senso di uomini alla ricerca di un padrone. O di un padrino.

Bene, cari ragazzi, era un bene prezioso per me, quella rabbia. La distillavo goccia a goccia. “Grazie al cielo non mi hanno ancora tolto il giusto di essere incazzato, mi ripetevo continuamente con Giorgio Gaber.  Poi arrivò il 23 maggio. Era un sabato. E successe qualcosa, quel giorno. Qualcosa di sconquassante, terribile. Inatteso. Inatteso, forse, perché troppo scontato. Troppo banale perché potesse accadere davvero. Eppure successe, quel giorno di tanti anni fa. Istantaneamente il sole, il sole siciliano – chi c’è andato, se lo ricorderà senz’altro – così caldo, infuocato, quel sole che romba in cielo con un ronzio sordo, semplicemente si spense. Così almeno me lo ricordo. Tramontò di botto, senza la solita testarda agonia delle sere d’estate. Morì e basta. E trionfò il buio, quel pomeriggio.

Quella sera uscivo di casa,  dopo una lunga e cordiale intervista all’allora Sindaco del paese. Avevamo un giornale che si chiamava “Altritalia”, autogestito, indipendente, irriverente e squattrinato. Era il nostro figlio prediletto, quello che stampavamo dapprima con il ciclostile e poi a botta di fotocopie. E denunciavamo storture e corruzioni, pubblicavamo poesie e racconti. Volevamo dare una scossa all’ambiente, ma alla fine fu l’ambiente che diede una scossa a noi: una scossa elettrica da farci secchi: alle elezioni del 1994! Ma questa è un’altra storia.  Tornando all’intervista, poco prima di congedarmi io e il sindaco cominciammo a del comune amico – e mio ex professore al Liceo – Giovanni Marino, al qaule anni dopo avrei dedicato il mio primo romanzo. Giovanni da poco più d’un anno non c’era più. Aveva deciso di non voler star più con noi ed era volato via, con la libertà a lui consueta. Avevamo parlato, il sindaco ed io, delle impalpabili ragioni di quel gesto, di quella terribile e radicale scelta.  Alla fine, ci lasciammo con un sorriso triste. Così è la vita. E il mistero la lambisce ad ogni momento.

Un’ora dopo, la notizia me la diede un altro Giovanni, il mio più caro amico. Stavo parcheggiando davanti al nostro club, il club che, manco a dirlo, si chiamava anch’esso “Altritalia”. Nello specchietto retrovisore vidi la sua macchina: parcheggiava dietro di me. Appena scese mi disse a bruciapelo: “Hai sentito? Hanno ammazzato Falcone.” Lì per lì non collegai il nome di Falcone al giudice: ci sono molti Falcone in paese. Pensai a qualcuno del paese, ad un consigliere comunale repubblicano,  per l’esattezza. Ma l’equivoco durò poco. Appena cominciò a parlare di Punta Raisi e di Capaci, capii. E allora pensai, sinceramente: “E’ finita.” Perché pensai questo? Perché il giudice Falcone non era un giudice qualunque. Era in gamba, lui. Era intelligente e sapeva tutto della mafia. Sapeva come combatterla e come non farla vivere, come toglierle ossigeno e fino a che punto potesse stare in apnea. Era un mito, per noi. Era il baluardo contro il malaffare, i prepotenti, contro quelli che ci vogliono carponi, a quattro zampe. Ci aveva insegnato tante cose. A non aver paura, a combattere la mafia perché “si trattava di un fenomeno storico e, in quanto tale, deve morire. Presto o tardi”. E noi volevamo far presto. Ci aveva insegnato la dignità, la possibilità di usare la parola “onore” senza paura, senza lasciarla ai mafiosi. Ché anche noi abbiamo l’onore, quello vero, quello che non si fa ricattare o corrompere da una bustarella, quello che ti fa guardare negli occhi il malandrino e te lo fa disprezzare. Noi siamo tanti. E migliori anche. Per questo vinceremo. Tutto questo e molto altro ci aveva insegnato Falcone, cari ragazzi. Non era una star, uno di quelli che si circondano della scorta per vendere libri, fare autografi ed essere incensati qualunque banalità dicano. Era una spanna sopra gli altri. Un fine intellettuale, oltre che un magistrato coi fiocchi. E la sua morte ci lasciò attoniti, sconvolti, orfani.

Tutte le televisioni mandavano in onda le immagini che hai visto in questi giorni. L’asfalto sbriciolato, la catasta di macerie, le carcasse delle auto bruciacchiate, ammaccate, i guardrail divelti, gli sguardi persi di uomini che si guardano attorno smarriti, le voci sommesse fuori campo, il gracchio  metallico delle radio della polizia.

“Morsi ‘u judici da mafia. Sì, Falcone, ‘u ‘mmazzaru!” (“Hanno ucciso il giudice della mafia. Sì, Falcone, lo hanno ammazzato!”) sentii per strada. Due signore in Via Bovio parlavano attraverso una boscaglia di graste traboccanti di gelsomini. Parole di rabbia, di incredulità che contrastavano con il suadente profumo di quei fiori. Al bar vidi un anziano con le lacrime agli occhi. Che sussurrava stancamente: “pirchì, pirchì? Ormai era a Roma…” Domande vere, domande senza risposta. Vere domande, vero dolore. La strada che da Punta Raisi porta a Palermo, alla capitale. E quel maledetto svincolo per Capaci. “Capaci.” Ironizzò cupamente un tizio, l’indomani, davanti alla foto in prima pagina sulla “Sicilia” “Eh già, loro sono stati capaci. Siamo noi ad essere governati da incapaci.”

Ragazzi, non potrò, non potremo mai dimenticare quei giorni. Quel cartello autostradale verde sulla Trapani-Palermo. Quel cratere immenso che inghiottì i “nostri” uomini, una fenditura della terra da cui l’inferno sputò le sue fiamme. Sono passati tanti anni. Ma mi ricordo, come se fosse oggi, i visi stralunati dei ragazzi, i discorsi mugugnati dei vecchi. Le panchine della villa quasi silenziose. Tutti a leggere il giornale, ad irritarsi per la vignetta di Forattini, a scambiarci opinioni, scrutare dentro di noi e l’orizzonte del nostro futuro.

“Cu fu? ‘A mafia? E cu è ‘a mafia? Iddi, chiddi di Roma, su ‘a mafia!” sentii dire.

Che strano, scoprivamo che gente la quale ci era sempre apparsa indifferente a tutto ciò che non fosse il proprio pane, bene questa gente pensava, ragionava, si accalorava.  Scoprivamo che, in realtà, un’idea delle cose, del mondo ce l’aveva. Ed aveva anche un’idea della politica, della mafia e dei suoi traffici, delle sue connivenze. E noi non l’avevamo mai sospettato. Noi lì a sottovalutare questi bravi padri di famiglia, a sottovalutarli e tacciarli di abulia, rassegnazione, menefreghismo, opportunismo: a chi mi dà il pane, lo chiamo papà, come si dice dalle nostre parti. E invece si mostravano passionali, partecipi di qualcosa, di un evento più grande di loro, enormemente più grande. Mostravano il loro stupore, non riuscivano a celare il dolore. Proprio come noi, i “ragazzi impegnati”. Falcone, allora,  non era qualcuno, un mito, solo per noi. Lo era anche per loro. Un mito da ammirare e rispettare. Una speranza di cambiamento da custodire, tutelare gelosamente. E ora erano sinceramente addolorati, arrabbiati con se stessi, con la loro dabbenaggine, come se si arrovellassero dolorosamente per non aver fatto abbastanza per proteggerlo, difenderlo. E’ successo anche a me, ricordi?, quando tua sorella si è fatta male cadendo dal piano superiore del letto a castello. Non ci davamo pace, io e la mamma, per averla lasciata da sola a giocare in camera, mentre noi sbrigavamo altre faccende. Tante volte era rimasta da sola in quella stanza e non era mai successo nulla, ma quel pomeriggio la birichina pensò di salire lì sopra. Poi sai com’è andata. E come ci siamo macerati, la mamma ed io.

Ma torniamo al 1992. I giorni passarono lenti. Ma non ricordo il loro sapore, il loro colore. Riesco a vedere solo bianco slavato, anodino… Ti è capitato? Un po’ come quando, in inverno, sei costretto a startene a casa, senza poter andare al parco o scorazzare in bici. Rendo l’idea? Sentivamo tutti una grande cappa gravare sulle nostre teste. Un peso, una coltre soffocante che si frapponeva tra noi e il cielo. Rivedo i baffetti di Gaetano, Gaetano Guzzardo, un mio amico che faceva e fa il giornalista per un importante quotidiano del Sud. Aveva ed ha due baffetti ben curati, Gaetano. All’epoca ce li aveva neri come il carbone, oggi brizzolati, ma sono sempre lì a pencolare sul suo labbro superiore. Ci faceva morire dal ridere perché giustificava la sua pancia da sedentario con il fatto che aveva messo al mondo tre figli: come se i figli li avesse partoriti lui! Vedo ancora i baffetti di Gaetano, dicevo, schiacciato anche lui da un evento imponderabile, incalcolabile. Rispetto al quale i suoi articoli su ruspanti politicanti di paese e truci omicidi di provincia diventavano sberleffi, insulsaggini,  giochetti di satolli perbenisti perdigiorno… E i baffi di Gaetano, nella mia memoria, si muovono: “da quanto tempo ci avevamo pensato che potesse accadere? Proprio per questo sembrava non potesse accadere…” “Abbiamo esorcizzato,” faccio io e guardo quei baffetti, pensando a quelli del giudice, al suo sorriso gentile e intelligente, un sorriso che non dice nulla per dire tutto.

E mi ricordo dei discorsi con Nello, Giovanni, Aurelio, Andrea, Marcello. Discorsi strani, discorsi di sconforto a celare l’impotenza, di rabbia a nascondere la sconfitta. Non mi ricordo, invece, dei profumi, di quello di zàgara nell’aria, ad esempio. Temo che non ci fosse, semplicemente. Dopo cinque anni passati immerso nelle brume del Nord, speravo di poter tornare per respirarlo ancora quell’odore sensuale di donna in amore. Ma, in quei giorni di fine maggio del ’92, non ci furono profumi né sogni né carezze dell’aria madida di umori siciliani. Ora siamo qui, a distanza di 21  anni. Tante cose cono capitate nel frattempo. Tante che a ricordarle faremmo notte. Beh, innanzitutto, sono nati tanti bellissimi bambini, e persino l’Inter, dopo più di 40 anni, ha vinto la Coppa dei Campioni. Ma ci sono stati, purtroppo tanti altri morti, ché la mattanza non finì con il giudice Falcone. L’amico fraterno Paolo Borsellino, un altro giudice temerario e mitico, sarebbe stato ucciso il 19 luglio, meno di tre mesi dopo, e poi tanti altri: Libero Grassi, Pino Puglisi, le bombe a Roma, Firenze e Milano… Un casino, insomma, scusate il termine. Però, tanta di quella gente che aveva ammazzato, fatto stragi, pensato solo a massacrare il prossimo, è stata arrestata. Provenzano, Riina, Brusca e compagnia bella, anzi brutta, bruttissima. Gentucola senza onore, ominicchi senza dignità.

Poi… Poi cosa? Ah, ecco, un’intera classe politica venne cancellata dalla faccia della terra. Mi ricordo di un ministro – Martelli si chiamava – che, poco dopo la strage dichiarò che “quello sarebbe stato il peggior affare della mafia.” E poi venne seppellito da una montagna di avvisi di garanzia. Tant’è. Ma ci sono anche notizie positive. Oggi non so dirti se, politicamente parlando, siamo messi meglio o peggio. Il sospetto che, nel frattempo, poco sia cambiato è forte.

E, in me, cosa è cambiato?, chiedete. Tanto probabilmente. Tanto ed a fondo. Ma il dolore che provai quella volta è rimasto. Il dolore per la perdita di un uomo giusto, onesto. Che ci ha fatto onore, che ha fatto onore all’Italia ed alla Sicilia. E, per di più, siciliano. Proprio come me. Sai, uno scrittore – siciliano anche lui – ha detto che i siciliani (tu lo sei a metà, ricordalo) sono “esseri che si rendono immutabili ed eterni, degli dèi, che, proprio per questo, non cambieranno mai.” Beh, sai una cosa? Credo che si sbagliasse, quello scrittore. Perché i siciliani, o, meglio, molti di loro, dopo quanto accadde a Capaci, sono cambiati tantissimo. Hanno indirizzato la passionalità verso l’impegno antimafia, hanno affrontato giorno per giorno il malaffare, il sanguisuga del pizzo. Certo, non sempre, non tutti, non dappertutto. I corrotti ed i corruttori ci sono ancora, i tirapiedi sopravvivono, i politicanti collusi ci sono anch’essi. Ancora. Ma sono nati tanti gruppi ed associazioni giovanili antimafia, sono spuntati come funghi tanti comitati anti-racket (come quello di cui è presidente il signor Nunzio Di Pietro, il papà di Antonella. Ricordi? Quella che, quando andiamo giù, ti porta in giro e che fa gli scherzi mentre guida la macchina). Quindi si sono svegliati da allora. I ragazzi a scuola sono più consapevoli, la mafia ha smesso di essere solo una questione dello Stato, delle istituzioni, come si dice, per diventare una questione che riguarda tutti, tutti i cittadini onesti.

E così veniamo al punto – il quinto – che mi ero riservato di indicare, all’inizio della presente lettera, cioè alla notizia contingente che mi ha spinto  a scrivere questa  missiva.  Mi riferisco alla proposta di legge – ora, leggo, ritirata – per dimezzare le pene per il reato di concorso esterno in  associazione mafiosa. Ci hanno provato (ci provano di tanto in tanto), per salvare politicanti corrotti e mafiosi più o meno conclamati,  ma le reazioni hanno prodotto qualcosa.  Eco perché, allora, è necessario   lavorare. Lavorare e stare allerta.  E il miglior modo, per voi di lavorare e stare in guardia è studiare. E non solo storia o letteratura, ma tutte le materie,  geografia e disegno compresi. No, non è retorica, credetemi. Ve lo assicuro: l’ho provato.  La conoscenza – è proprio vero –  rompe le catene della schiavitù,  etica e materiale. Perché lo studio vi fa apprezzare la libertà e vi fa capire, soprattutto, che nessuno ve la regala e  anzi il mondo è pieno di gente  pronta a togliervene un pezzo,  facendolo  ovviamente  per il vostro bene…  E, allora, cari ragazzi, non dimenticatelo mai: teneteci alla tua vostra libertà, giacché – come insegna la storia – chi non sa difenderla, non la merita. E,  d’ ora in poi, vi  toccherà difenderla sempre più di frequente , che lo vogliate o meno. Siete ragazze e ragazzi  in gamba, sarete donne e uomini liberi. Ma questa strada non è né scontata né segnata. Raggiungerete il traguardo, tra errori, delusioni e fallimenti, solo se vi renderete  protagonisti del vostro destino, padroni e protagonisti. Lottate per le cose a cui tenete, perché lottare per la vostra libertà, per la vostra sete di giustizia, significa lottare per la libertà e la giustizia di tutti. Andate avanti e non ascoltate chi vuole demoralizzarvi, smontarvi.  Neanche quando siamo noi prof,  a farlo.  Stiamo invecchiando anche noi e  forse non sopportiamo che  altri possano fare gli errori tipici della gioventù: ci piacerebbe rifarli, ma ormai non abbiamo né l’età né l’incoscienza. Non ascoltateci quando cerchiamo di smontarvi, di disilludervi.  Non ascoltateci, ma  non mandateci neanche a quel paese;  non odiateci e  non dateci  la colpa di tutta la meschinità del mondo e nemmeno di quella di cui, a volte ed inconsapevolmente,  mostriamo di essere gravati.  Il coraggio non si vende in tabaccheria e se uno non ce l’ha, non può acquistarlo. La pavidità, l’opportunismo, la mediocrità, spesso, al contrario, vengono distribuiti gratis. Voi, invece, i numeri ce li avete e, lo sapete no?, da grandi capacità discendono anche grandi responsabilità. Lo diceva De Gaulle, anche se, per voi (lo so) queste sono le sagge parole di zio Ben. E credo ci sia del vero in ciò.

Saluti